Come è diventata Pordenone una delle principali città industriali del Friuli? Non c’è un momento specifico che si possa individuare ma una serie di elementi che, messi insieme come i pezzi di un puzzle, compongono un quadro e un racconto molto avvincente riguardante una città attraversata dall’acqua e già abituata, tra Settecento e Ottocento, a trasformare le risorse naturali in attività produttive. Il Noncello, il Meduna e le numerose rogge furono infatti una delle grandi fortune di Pordenone poiché la loro acqua azionava mulini, magli, segherie, cartiere e, più tardi, turbine e impianti elettrici.
Già nel Seicento esistevano a Pordenone attività legate alla lavorazione del ferro e del rame. Nel 1630, i conti Avanzo di Cordenons possedevano inoltre due cartiere alimentate dalle acque del Noncello e del Meduna. Nel Settecento queste attività passarono alla famiglia Galvani, che le sviluppò fino a raggiungere anche i mercati del Mediterraneo orientale. Nel 1780 Silvestro Gatti fondò e avviò la prima tipografia pordenonese avviando una lunga genealogia destinata a durare quasi due secoli.
Fu però nell’Ottocento che il panorama cambiò radicalmente. Nel 1811 Giacomo Galvani fondò la fabbrica di stoviglie che sarebbe diventata la celebre Ceramica Galvani, insediandola negli edifici dell’ex convento di Sant’Antonio. Dai pochi operai iniziali nacque progressivamente una grande industria capace di esportare le proprie terraglie a Costantinopoli, Beirut, Alessandria d’Egitto e persino Bombay. La Galvani seppe unire produzione industriale e tradizione artigiana: decorazioni a mano, colori vivaci e forme eleganti divennero parte della sua identità, mentre nel Novecento la produzione si adattò alle nuove esigenze del mercato, arrivando al vitreous china, materiale simile alla porcellana.
Fu soprattutto il settore tessile a trasformare Pordenone in una vera città industriale. Nel 1840 venne avviato il primo grande impianto cotoniero locale. Pochi anni dopo, a Rorai Grande, nacque una tessitura alimentata da una turbina idraulica, mentre la filatura di Torre sfruttava la forza del Noncello. Dalla fusione di queste attività nacque la Filatura, Tessitura e Tintoria di Cotone di Pordenone, destinata a diventare parte del futuro Cotonificio Veneziano.
Accanto al cotonificio si impose poi la Amman, fondata nel 1875 dall’imprenditore Alberto Amman. Anche qui l’acqua rappresentò una risorsa decisiva: nel 1893 venne realizzato un bacino alla Burida, collegato a una turbina capace di produrre centinaia di cavalli di potenza.
La stessa forza che muoveva le fabbriche iniziò presto ad alimentare una nuova rivoluzione: quella dell’elettricità. Nel 1888 Pordenone inaugurò l’illuminazione elettrica. L’officina di San Carlo sfruttava una caduta d’acqua di quasi sette metri per azionare una turbina e una dinamo. La corrente veniva poi trasformata e distribuita alla città. Per i contemporanei era un autentico simbolo di progresso.
Accanto al tessile e sulla scia della Galvani, nel 1942 Giulio Locatelli fondò la piccola Società Ceramica Artistica Lavorazione Artigiana, destinata a diventare la Scala. Dopo la guerra l’azienda abbandonò progressivamente la produzione artigianale di stoviglie per dedicarsi ai sanitari e ai materiali destinati all’edilizia.
Nello stesso periodo si svilupparono imprese meccaniche destinate ai mercati internazionali. La Savio, nata nel settore della riparazione di macchinari tessili, iniziò a progettare e produrre proprie macchine per l’industria dei filati. La Bertoja, fondata nel 1925, si specializzò invece nella produzione di rimorchi e veicoli speciali.
Anche l’alimentare ebbe un ruolo importante. La Birra Momi, attiva dal 1880, arrivò a produrre migliaia di ettolitri all’anno e a distribuire la propria birra in gran parte del Friuli e del Veneto. I Pastifici Tomadini, le cui origini risalgono alla metà dell’Ottocento, trasformarono invece una piccola attività artigianale in una realtà industriale.
Il salto decisivo avvenne però con Antonio Zanussi. Nato a Brugnera nel 1890, nel 1916 avviò a Pordenone una piccola attività destinata a diventare uno dei maggiori gruppi industriali italiani. Dalle cucine a legna e carbone si passò ai fornelli a gas, agli apparecchi elettrici e, dal secondo dopoguerra, a frigoriferi, lavatrici e lavastoviglie. Negli anni Cinquanta e Sessanta la Zanussi, diretta da Lino, conquistò il mercato italiano e poi quello internazionale, contribuendo in maniera determinante a trasformare Pordenone in un polo industriale di rilievo nazionale.
Nel 1949, a partire da un laboratorio specializzato nella produzione di cancelli e inferriate, l’operaio Armando Cimolai avviò l’attività che avrebbe poi esteso le sue attività in buona parte del globo: la Cimolai, ancora oggi al centro di imponenti opere di ingegneria come il nuovo sistema di confinamento della centrale nucleare di Chernobyl, il Perelman Performing Arts Center a Manhattan, l’Al Wasl Plaza a Dubai e lo Al Bayt Stadium in Qatar.
Zanussi, Cimolai, Savio, Locatelli rappresentarono così l’apice di un percorso iniziato più di un secolo prima. La Pordenone industriale del Novecento, dunque, non si generò da un’improvvisa esplosione di inventiva ma fu il risultato di una lunga germinazione, iniziata sulle rive dei suoi fiumi e cresciuta, generazione dopo generazione, fino a fare della città uno dei principali centri industriali del Nord-Est.