Negli ultimi giorni, il Battirame è tornato al centro dell’attenzione dei quotidiani pordenonesi. A gennaio del 2026, grazie ai fondi del PNRR, il recupero di un antico edificio molto importante per la storia pordenonese si è completato. Ripercorreremo la sua storia partendo dalla sua funzione originaria di opificio idraulico, passando per la dismissione, fino ad arrivare alla sua rinascita oggi.

Le prime testimonianze dell’edificio risalgono al 1492, ma la zona del Lago di S. Carlo era già attiva nel mondo dell’industria dal 1424. Un certo Stefano Marangon gestiva una piccola segheria che sfruttava l’acqua proveniente da S. Valentino.

Ma che cos’è un battirame? Un battirame è un’officina che lavora il rame e nel caso pordenonese, l’acqua delle rogge costituiva la principale fonte di energia: una ruota idraulica metteva in movimento un albero a camme, che a sua volta azionava un grande maglio. La forza dell’acqua si trasformava così nel movimento necessario per battere e modellare il metallo.

Il rame fondeva a circa 850 °C in crogioli refrattari; gli operai lo colavano in lingotti e lo portavano sotto la testa del maglio, che lo modellava progressivamente. Nella fucina, una seconda ruota idraulica muoveva i mantici, manteneva vivo il fuoco e permetteva di raggiungere le temperature necessarie.

Gli operai, con pinze e cesoie, posizionavano il pezzo sotto il maglio e ne controllavano la lavorazione, regolando la velocità tramite una leva che modulava il flusso d’acqua. Nella fase finale, i calderai rifinivano bordi, manici e decorazioni.

Gli oggetti che uscivano dal Battirame erano in gran parte utensili di uso quotidiano che per secoli hanno accompagnato la vita domestica e artigiana di Pordenone. Mestoli, secchi e molti altri utensili da cucina e da lavoro uscivano da questa officina.

Con il passare dei secoli, il Battirame conobbe una progressiva evoluzione, ma fu nell’Ottocento che l’industria locale cambiò volto in modo radicale. L’introduzione di nuovi materiali come alluminio e acciaio rese gradualmente obsoleti il rame e il ferro in molte applicazioni e segnò il declino delle antiche lavorazioni del metallo. Per questo motivo, a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, il battirame cessò la propria attività produttiva tradizionale.

In quegli anni l’edificio passò nelle mani di Valentino Galvani, che nel 1888 lo trasformò in officina elettrica. Quello che era stato un opificio per il rame divenne così la prima centrale elettrica di Pordenone, capace di alimentare la prima illuminazione pubblica e privata della città. Ben presto, gli stessi generatori non servirono solo per la luce: Galvani li utilizzò anche come forza motrice per le proprie attività industriali.

Nel 1937 la famiglia Galvani dismise la fabbrica, ma mantenne in funzione la centrale elettrica a servizio della città e della propria industria. Durante la Seconda guerra mondiale, l’edificio funse da rifugio per una famiglia e per il custode dello stabilimento; alcuni bombardamenti colpirono la zona, ma non provocarono danni significativi alla struttura.

Nel dopoguerra, in un contesto di scarsità di combustibili, l’ex fabbrica – come molti altri siti industriali del pordenonese – divenne un deposito di olio combustibile. Dopo il disastro del Vajont (1963), alcuni sfollati trovarono temporaneamente rifugio proprio nell’edificio della fabbrica, in attesa di una sistemazione stabile.

Nel 1969 la centrale elettrica venne dismessa, segnando la fine definitiva della funzione produttiva del Battirame. Da quel momento, l’edificio entrò in una lunga fase di abbandono e divenne uno dei simboli di un passato industriale ormai chiuso.

Oggi, grazie al recente intervento di riqualificazione finanziato dal PNRR (e da altri fondi europei come PINQuA), l’edificio è tornato alla comunità come spazio dedicato all’inclusione e alla sostenibilità: l’Officina dello Sport sul laghetto di San Carlo.

In questa nuova veste, il Battirame conserva la memoria di un passato industriale che ha segnato profondamente l’identità di Pordenone, trasformandosi in un luogo di energia sociale, dopo essere stato per secoli un luogo di energia produttiva.