Se oggi il Cotonificio di Torre appare come un imponente complesso di archeologia industriale, per oltre un secolo è stato uno dei motori dello sviluppo economico di Pordenone. La sua storia racconta sia l’evoluzione dell’industria cotoniera che la capacità di una comunità di rialzarsi dopo guerre, incendi e crisi economiche.

I lavori per la costruzione della filatura di Torre iniziarono nel 1839, quando i fratelli Beloz e il loro socio Blanch decisero di realizzare lungo il Noncello il primo grande stabilimento cotoniero del territorio pordenonese. La scelta del luogo non fu casuale: l’acqua del fiume forniva infatti l’energia necessaria a muovere i macchinari attraverso un sistema di canali e una caduta artificiale di oltre tre metri, secondo una tecnologia che caratterizzava le prime industrie dell’Ottocento.

L’edificio rispecchiava i modelli più moderni dell’epoca: una costruzione multipiano, con grandi finestre per illuminare gli ambienti di lavoro e una struttura razionale pensata per ospitare la produzione tessile. Attorno al nucleo principale sorsero magazzini, officine e altri fabbricati di servizio, dando vita a un vero e proprio villaggio industriale immerso nel paesaggio rurale di Torre.

Già pochi decenni dopo la sua fondazione, il cotonificio aveva assunto dimensioni considerevoli. Nel 1866 disponeva di circa 20.000 fusi, impiegava quasi 650 lavoratori e comprendeva anche una tintoria e un’officina meccanica capace non solo di riparare i macchinari, ma perfino di costruirne alcuni destinati ad altre industrie del Veneto. A Rorai Grande si aggiungeva inoltre una tessitura meccanica che completava il ciclo produttivo del gruppo.

Nonostante le difficoltà provocate dalla crisi commerciale del 1858-1859 e dalla Guerra civile americana, che aveva interrotto l’approvvigionamento di cotone, l’azienda continuò a crescere. Negli anni Settanta dell’Ottocento il complesso occupava circa 1.200 lavoratori, confermandosi una delle realtà industriali più importanti dell’intero Veneto. Il 29 settembre 1884, il re d’Italia Umberto I venne in visita allo stabilimento soggiornando a Villa Amman (oggi Villa Carinzia), presso il cotonificio Amman. Ancora oggi, una targa commemorativa affissa sul muro esterno del complesso ricorda l’evento.

All’inizio del Novecento il cotonificio esportava filati e tessuti in numerosi Paesi europei e sudamericani. L’intero gruppo contava circa 31.000 fusi, 560 telai e dava lavoro a quasi 1.600 operai, rappresentando uno dei principali poli industriali del Friuli occidentale.

La crescita venne però interrotta dalla Prima guerra mondiale. L’ingresso dell’Italia nel conflitto causò il crollo dei mercati esteri e una drastica riduzione della produzione. Il 21 maggio 1916 un violento incendio devastò parte dello stabilimento di Torre, provocando il crollo di alcuni solai e il blocco delle attività. La situazione peggiorò ulteriormente nel novembre 1917, quando, durante la ritirata di Caporetto, le truppe austro-tedesche smantellarono lo stabilimento.

Dopo la guerra e nel giro di pochi anni il Cotonificio Veneziano, proprietario anche dello stabilimento di Torre, avviò un’intensa opera di ricostruzione. Questa rinascita rappresentò il simbolo della ripresa economica di Pordenone e della straordinaria capacità dell’industria locale di reinventarsi dopo una delle fasi più difficili della sua storia. Dopo la ricostruzione conclusa nei primi anni Venti, lo stabilimento tornò rapidamente in funzione. Ulteriori investimenti vennero compiuti circa gli impianti e nella meccanizzazione della produzione. Negli anni Venti l’intero impianto fu inoltre coinvolto nel clima di forti tensioni sociali che interessò Torre e il movimento operaio pordenonese e che ebbero l’apice con le barricate di Torre. Negli anni Trenta la fabbrica tornò a essere uno dei principali poli occupazionali del Pordenonese, contribuendo alla crescita della città come centro industriale.

Durante il secondo conflitto mondiale l’attività subì inevitabili rallentamenti dovuti alla scarsità di materie prime e alle difficoltà produttive, ma il cotonificio non conobbe danni paragonabili a quelli del 1917. Nel dopoguerra la produzione riprese rapidamente, sostenuta dalla forte domanda di prodotti tessili.

Tra gli anni Cinquanta e Sessanta il cotonificio visse una nuova fase di sviluppo. In un territorio ormai caratterizzato dalla presenza di grandi realtà industriali come Savio, Zanussi e altri stabilimenti manifatturieri, continuò a rappresentare una componente importante dell’economia locale, pur senza avere più il ruolo dominante dell’Ottocento.

A partire dagli anni Settanta il settore cotoniero italiano entrò progressivamente in difficoltà. La concorrenza internazionale, l’aumento dei costi di produzione e le trasformazioni del mercato ridussero la competitività di molti stabilimenti storici. Anche il complesso di Torre iniziò un lento declino. Così, nel 1984 la Filatura di Torre cessò definitivamente l’attività e gli edifici vennero progressivamente abbandonati. Da luogo simbolo dell’industrializzazione pordenonese, il cotonificio divenne un grande complesso dismesso soggetto a degrado.

 


Per approfondire:

  • Walter Bigatton, Maurizio Bordugo, Guido Lutman, Storia del Cotonificio Veneziano. L’industria pordenonese Amman-Wepfer tra Ottocento e Novecento, Pordenone, Biblioteca dell’immagine, 1994.
  • Walter Bigatton, Guido Lutman, Il Cotonificio Veneziano di Torre. Storia e architettura fino alla Grande Guerra, “La Loggia”, N°6
  • Teresina Degan, Industria tessile e lotte operaie a Pordenone 1840-1954, Del Bianco, Udine, 1981
  • Walter Bigatton, Giuseppe Lutman, Marco Bordugo, Storia del Cotonificio Veneziano, Edizioni Biblioteca dell’Immagine, Pordenone, 1994.
  • Giovanni Luigi Zanin, Il Cotonificio Veneziano e l’industrializzazione di Pordenone, Pordenone, Edizioni Biblioteca dell’Immagine, 1998.