All’inizio del Novecento Pordenone è una città in movimento, dove l’artigianato convive ancora con un’idea di modernità tutta da costruire. In questo scenario arriva Antonio Zanussi, nativo di Brugnera, che si trasferisce in città per lavorare come dipendente in una ditta specializzata nella fabbricazione e riparazione di stufe e cucine a legna. È un mestiere concreto, fatto di ferro, fumo e mani nere di fuliggine, ma anche un ottimo osservatorio per chi ha ambizione e spirito d’iniziativa.

Durante la guerra, nel 1916 Zanussi decide che è tempo di camminare con le proprie gambe. Fonda così l’Officina Fumisteria Zanussi, avviando una produzione analoga a quella che aveva imparato sul campo. La scelta del luogo non è casuale: l’opificio viene ricavato all’angolo tra via De Paoli e corso Garibaldi, una posizione centrale e visibile. Qui Antonio e la moglie Emilia non solo lavorano, ma abitano. Il giovane imprenditore opta infatti per una soluzione allora tutt’altro che scontata: officina e casa riunite in un unico edificio, ottenuto restaurando un lotto della cortina edilizia di corso Garibaldi.

La vicenda della costruzione della casa-laboratorio Zanussi è singolare e racconta bene le tensioni tra tradizione artigiana e nuove esigenze produttive. Nel 1923 Antonio tenta di trasformare l’edificio con un progetto proprio, ma l’amministrazione comunale lo boccia giudicandolo inadeguato. Il primo no pesa, ma si rivela decisivo: Zanussi capisce che è il momento di affidarsi a un professionista e incarica l’architetto Antonio Marson.

Il progetto, sviluppato tra il 1924 e il 1927, riguarda il restauro di due moduli di facciata su corso Garibaldi, al civico 43. La prima stesura propone due diverse soluzioni formali per finestre e apparati decorativi, segno di una ricerca stilistica attenta. Dal punto di vista funzionale, il cuore dell’edificio è chiarissimo: massima importanza agli spazi di produzione e di vendita delle stufe, ancora realizzate artigianalmente. Pur presentandosi come una residenza borghese, l’edificio ospita un ampio laboratorio al primo piano e uno spazio commerciale al piano terra. È una casa che lavora, anche se non lo dà troppo a vedere.

Nel 1927 l’edificio viene ampliato su progetto del geometra Enrico Santin, che completa simmetricamente la facciata seguendo le indicazioni di Marson. L’abitazione della famiglia Zanussi trova posto all’ultimo piano, organizzata attorno a un elemento piuttosto curioso: un terrazzo centrale che funge da distribuzione. In pratica, per spostarsi da una stanza all’altra bisogna uscire all’aperto. Suggestivo, certo, ma poco pratico, soprattutto d’inverno.

La facciata è uno dei punti di forza dell’edificio. La decorazione, di gusto storicista, è realizzata in pietra artificiale, mentre il basamento del piano terra è rivestito in elementi lapidei. È una composizione elegante e studiata, ma dietro l’apparenza si nasconde un problema: la funzionalità produttiva. Lo spazio non basta più e non risponde alle esigenze di un’azienda in crescita.

Negli anni Trenta, infatti, la ditta Zanussi conosce un vero boom di vendite. Antonio capisce che il futuro non è più nell’artigianato, ma nell’industria. Decide così di costruire un vero stabilimento e trasferisce l’attività in capannoni realizzati ex novo all’inizio di via Montereale, nell’area oggi occupata dal complesso “alle Torri”. Con la fabbrica si sposta anche la famiglia: nel frattempo sono nati Guido e Lino, e accanto al nuovo stabilimento viene edificata una villetta.

Il salto di qualità, però, ha un prezzo. Le risorse finanziarie di Antonio Zanussi si esauriscono e l’imprenditore è costretto a vendere il palazzo di corso Garibaldi. Quell’edificio, nato come sintesi di casa e lavoro, resta così come testimonianza concreta di una fase cruciale: il momento in cui un artigiano intraprendente inizia a trasformarsi in industriale, lasciando dietro di sé non solo un laboratorio, ma un pezzo di storia urbana e imprenditoriale di Pordenone.

 


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