Dopo la guerra, mentre Pordenone e il suo territorio ripensavano se stessi, trasformando un’eredità tessile in un vibrante tessuto industriale fatto di officine meccaniche, elettrodomestici e ceramiche, un altro piccolo seme prendeva radice lungo il Noncello. Al pari della Zanussi e della Savio, la storia della Cimolai è una delle più emblematiche non solo dell’anima industriale di Pordenone ma dell’intero Nordest italiano: un percorso che parte da una piccola officina artigiana e arriva, nell’arco di pochi decenni, ai grandi cantieri del mondo.
La storia della Cimolai ebbe inizio nel 1949, in un contesto segnato dalla ricostruzione postbellica. In via Codafora, l’operaio Armando Cimolai avviò un laboratorio specializzato nella produzione di cancelli e inferriate, scegliendo la via dell’iniziativa imprenditoriale in un momento di diffusa incertezza economica. Le difficoltà erano molteplici: la scarsità di risorse, l’instabilità dei mercati e perfino le periodiche esondazioni del fiume Noncello, che interessavano la piccola officina. Un esempio della difficoltà del periodo era dato dalla clausola del contratto di locazione, indicizzato al prezzo dell’oro, il cui aumento comportava un corrispondente incremento del canone.
Determinante per il consolidamento dell’attività fu il contributo della moglie Albina, impegnata nella gestione amministrativa. Nel 1954 l’azienda compì un primo significativo ampliamento con il trasferimento nelle officine di viale Grigoletti, dove la produzione si orientò verso la carpenteria metallica di media complessità. In questo periodo ebbero inizio le collaborazioni con enti pubblici come l’ENEL, segnando l’ingresso dell’impresa in circuiti di rilievo nazionale e internazionale.
Gli anni Sessanta rappresentarono una fase di decisiva espansione. Nel 1963 fu inaugurato lo stabilimento di viale Venezia, dotato di impianti tecnologicamente avanzati. Il contesto era quello del boom economico italiano, caratterizzato da una forte crescita industriale. Aziende come Zanussi e Fiat affidarono alla Cimolai l’ampliamento dei propri stabilimenti produttivi, mentre l’impresa iniziò a realizzare importanti infrastrutture in acciaio, tra cui ponti e viadotti.
In questa fase maturò un’evoluzione sostanziale del ruolo aziendale: da semplice esecutrice di commesse a soggetto capace di sviluppare progettazione autonoma, proporre soluzioni tecniche innovative e contribuire alla definizione funzionale delle opere. Un caso significativo fu la realizzazione del poligono di tiro aeronautico nei pressi di Maniago, utilizzato per lungo tempo come centro di addestramento dalle forze della NATO.
L’aumento della domanda interna rese necessario un ulteriore potenziamento della capacità produttiva. Nel 1974 fu avviato lo stabilimento di Polcenigo, progressivamente ampliato fino a raggiungere 40.000 metri quadrati coperti. A esso si affiancarono gli insediamenti di Roveredo in Piano (1985) e il Centro Servizi di San Quirino (1991). L’insieme di tali poli produttivi consentì di raggiungere una capacità annua di 50.000 tonnellate di acciaio lavorato. In quegli anni l’azienda sviluppò inoltre competenze specifiche nel settore dei ricoveri per aeromobili, aprendo nuove prospettive sui mercati europei e internazionali.
Con il passaggio generazionale, la strategia aziendale si orientò con decisione verso l’espansione oltre i confini nazionali. In questa fase la Cimolai partecipò alla realizzazione di opere di rilevanza internazionale, consolidando la propria reputazione nel campo dell’ingegneria strutturale. Tra i progetti più significativi si annovera il Second Severn Crossing, oggi Prince of Wales Bridge, che attraversa il Severn e unisce Inghilterra e Galles, completato nel 1995. Sempre nel Regno Unito, venne realizzato il Millennium Stadium di Cardiff, caratterizzato da una complessa copertura mobile in acciaio. L’esperienza maturata rese possibile affrontare ulteriori interventi di rilievo, quali il ponte sul Grand Canal a Le Havre, in Francia, e le strutture dell’Stadio olimpico di Atene, progettate da Santiago Calatrava.
L’espansione internazionale proseguì con la partecipazione a opere di grande visibilità: nel contesto della ricostruzione post-11 settembre figura l’hub del New World Trade Center a New York, le paratoie per l’ampliamento del canale di Panama, il Grattacielo Intesa Sanpaolo a Torino e il nuovo sistema di confinamento della centrale nucleare di Chernobyl.
Nel 2003 fu inaugurato lo stabilimento di San Giorgio di Nogaro, dotato di banchina portuale, infrastruttura strategica per il trasporto di componenti di grandi dimensioni e per l’avvio della produzione di tubi di forte spessore e scafi navali.
Gli anni Duemila furono caratterizzati anche da una significativa diversificazione. L’acquisizione della Fabris nel 2011 e della società svizzera Zahler & Mayr nel 2012, l’apertura dello stabilimento di Monfalcone e la costituzione, nel 2015, di tre società dedicate rispettivamente alle facciate continue, al settore Oil & Gas e alla movimentazione di grandi strutture ampliarono ulteriormente il perimetro operativo del gruppo.
Sempre negli anni recenti l’azienda ha continuato a contribuire alla realizzazione di numerose opere di rilievo internazionale: il Peace Bridge a Tbilisi, il Terminal 3 dell’Aeroporto Leonardo da Vinci, il Ponte di Reggio Emilia, gli stadi di Johannesburg e Varsavia, la stazione Stazione di Reggio Emilia AV Mediopadana, il Perelman Performing Arts Center a Manhattan, l’Al Wasl Plaza a Dubai e lo Al Bayt Stadium in Qatar.
Per approfondire:
- Salvatore De Luna, Costruzioni Armando Cimolai, in “Atti dell’Accademia San Marco”, 1 (1999), pp. 347-353.
- Pietro Matildi, Giuseppe Matildi, Ponti metallici, esperienze vissute, Cimolai, Pordenone, 1990.
Foto: Wikimedia Commons
Pordenonese, classe 1992. Ho conseguito il dottorato di ricerca in Studi storici tra l’Università di Padova, Ca’ Foscari di Venezia e l’Università di Verona. Mi sono laureato con una tesi sul rapporto tra Ca’ Foscari e la Dalmazia, vincitrice del Premio “Maria Cavallarin” 2020 dell’Ateneo Veneto di Scienze, Lettere e Arti. Mi piace pensarmi come uno spettatore di eventi che un giorno saranno considerati storia. Per questo scrivo con passione per le mie amate Radici.