Nel 1916, in una piccola officina di appena trenta metri quadrati a Pordenone, un giovane di nome Antonio Zanussi appese un’insegna che suonava come una promessa: “Officina fumisteria Antonio Zanussi”. All’epoca, il mestiere consisteva nel costruire e riparare cucine a legna, strumenti che avevano il profumo del focolare domestico e della quotidianità rurale. Nessuno avrebbe immaginato che da quel laboratorio sarebbe nata un’industria capace di rivoluzionare le abitudini domestiche di milioni di italiani e di portare il nome di Pordenone nei mercati di tutto il mondo.

Negli anni Trenta, l’azienda si spostò in via Montereale, ampliando la produzione alle cucine per alberghi e comunità. Nacque allora il marchio Rex, nome che evocava modernità e ambizione, lo stesso del celebre piroscafo italiano che nel 1933 aveva conquistato il record di traversata atlantica. La cucina Modello 503 fu il primo simbolo del successo industriale della Zanussi, una combinazione di robustezza artigianale e ingegno tecnico.

Alla morte di Antonio nel 1946, i figli Guido e Lino ne raccolsero l’eredità. Ma fu soprattutto Lino, giovane e visionario, a imprimere all’azienda una direzione nuova. Nel dopoguerra, quando l’Italia cercava di ricostruire se stessa, Lino Zanussi comprese che il futuro apparteneva all’innovazione. La sua idea era semplice e audace: diversificare. Alle cucine a legna aggiunse quelle a gas, poi elettriche e miste. Il suo intuito lo portò a stringere accordi con Agipgas e Liquigas, anticipando la diffusione del gas in bombola e lanciando il fornello Rex 401.

Lino Zanussi non fu solo un imprenditore, ma un uomo con una visione sociale precisa. Diffidava delle economie pianificate e credeva che il progresso nascesse dalla libertà e dalla responsabilità individuale. “Il progresso non è contro l’uomo”, ripeteva spesso, “ma lo è l’uso inefficiente del lavoro”. La sua gestione d’impresa si basava sul rispetto per i lavoratori: alla Zanussi non si licenziava, si formava. Chi rendeva poco non veniva cacciato, ma affidato a capi più severi per essere spronato a migliorare.

Negli anni Cinquanta, la Zanussi divenne il simbolo del “miracolo economico italiano”. Il nuovo stabilimento di Porcia, inaugurato nel 1954, rappresentò una svolta epocale: l’industria usciva dal centro cittadino e ridisegnava la geografia sociale di Pordenone. In pochi anni gli operai passarono da qualche decina a migliaia. Intorno alla fabbrica crebbe una città nuova, con case, scuole e servizi. Il lavoro industriale trasformò la mentalità collettiva, portando la modernità in una terra ancora contadina.

Ma il genio di Lino non si fermò ai confini nazionali. Negli anni Sessanta, la Zanussi si lanciò nei mercati europei, sfidando giganti come Philips e AEG. Fu in questo periodo che nacquero i prodotti che avrebbero reso la marca un sinonimo di casa moderna: frigoriferi, lavastoviglie, cucine componibili, televisori. Persino il concetto di “elettrodomestico da incasso” – la cucina integrata, funzionale, elegante – trovò in Zanussi uno dei suoi padri.

La morte di Lino Zanussi, nel 1968, in un incidente aereo nei cieli di Spagna, fu uno shock. Aveva solo quarantanove anni. Pordenone perse il suo simbolo, e l’Italia uno dei suoi imprenditori più lucidi e generosi. Il suo successore, Lamberto Mazza, dovette affrontare un contesto economico e politico molto più complesso: le tensioni sindacali, la crisi del “bianco”, la concorrenza estera. Eppure, grazie alle solide fondamenta gettate da Lino, la Zanussi continuò a crescere, inglobando aziende come Zoppas, Castor, Becchi, Ducati e tante altre.

Negli anni Settanta, la forza lavoro della provincia di Pordenone quasi raddoppiò. La Zanussi impiegava oltre 17.000 persone e produceva per più di cento mercati mondiali. Non era solo un’azienda: era un ecosistema industriale che alimentava un intero territorio, un “moltiplicatore keynesiano” in carne e ossa.

Ma la crescita esponenziale ebbe un prezzo. Con l’ingresso negli anni Ottanta, la grande industria dovette confrontarsi con i nuovi paradigmi: crisi energetica, globalizzazione, terziarizzazione dell’economia. Il vecchio sistema non poteva più reggere di fronte a un mondo che cambiava sempre più velocemente. Così, nel 1984, dopo una lunga fase di ristrutturazioni, la Zanussi entrò nell’orbita del colosso svedese Electrolux che prese il suo posto negli stabilimenti ancora oggi attivi.

Nonostante il passaggio di proprietà, l’eredità di Lino Zanussi rimane. Non solo nei prodotti – le lavatrici, i frigoriferi, i forni che hanno popolato milioni di cucine – ma soprattutto nell’idea che l’impresa possa essere una scuola di civiltà, un laboratorio di dignità umana oltre che di tecnologia.

Dalla piccola officina di Brugnera all’industria globale, la storia della Zanussi è la storia di un’Italia che sapeva immaginare il futuro: un Paese che, piegando il metallo e l’ingegno, imparò a lavare i panni nel fiume della modernità.


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