Nel corso della storia, la Pasqua nel territorio pordenonese ha sempre rappresentato un intreccio vivido di riti, credenze, piccoli gesti quotidiani e momenti comunitari. Analizzati nel presente, questi raccontano un mondo contadino oggi quasi scomparso, con un calendario ricchissimo di pratiche che accompagnavano la popolazione dalla Quaresima fino al giorno di festa.

Il periodo quaresimale era segnato da una forte disciplina. Si osservavano digiuno e astinenza in modo rigoroso: in alcuni casi non si beveva nemmeno acqua. La dieta era semplice, “di magro”, con piatti come fagioli, bigui in salsa, aringhe (renga), scopetòn e baccalà. Non mancava però un elemento conviviale tipicamente pordenonese: la scampagnata alla Comina, dove si andava a mangiare l’aringa in compagnia.

A metà Quaresima, sorprendentemente, si tornava a respirare un’aria carnevalesca: si preparavano di nuovo i dolci tipici e i bambini, talvolta, si mascheravano. Un momento di rottura che alleggeriva la severità del periodo.

In diversi centri del pordenonese—come Rorai Grande, Torre, Borgomeduna, Fiume Veneto e Zoppola—si celebrava il suggestivo rito del rogo della vecia. Un pupazzo raffigurante una vecchia veniva portato in corteo per le vie del paese, accompagnato da carri mascherati. Un tempo, il corteo era trainato da un asino o da buoi, con sopra bambini e una damigiana destinata a essere riempita di vino. Dopo una sorta di “processo” pubblico, in cui la vecia veniva accusata di ogni male, il fantoccio veniva bruciato. Seguiva un momento collettivo di festa, con il vino condiviso tra i presenti. Un rituale che richiama antichi riti di purificazione e di passaggio stagionale (ne abbiamo parlato qui)

Un altro elemento simbolico era il cordon de la quaresima: una cordicella con 46 nodi, uno per ogni giorno. Ogni sera, dopo il Rosario, si bruciava un nodo, segnando così il tempo che conduceva alla Pasqua. Un calendario domestico, intimo e spirituale.

Alla fine della Quaresima, i mezzadri mettevano in scena un gesto ironico e provocatorio: acquistavano le aringhe rimaste invendute e le appendevano ai cancelli dei proprietari terrieri (paroni), cantando una filastrocca che contrapponeva la povertà dei contadini all’abbondanza dei padroni:

Late fin de la culate, – scolo molo fin al colo, – formaio no gh’in taio, – fasiòi pai pori fiòi, – scopetoni pai paroni! 

ovvero

“Latte finito dalle vacche, solo brodaglia da mangiare, formaggio non ce n’è un taglio, fagioli per i poveri figli, scopettoni per i padroni!”

Con la Domenica delle Palme (domènega uliva) iniziava la Settimana Santa. L’ulivo benedetto veniva conservato tutto l’anno come protezione per la casa.

Il Giovedì Santo, dopo il Gloria, le campane tacevano. Al loro posto risuonavano strumenti rumorosi come racole, batitoc e scrassole. Questo silenzio carico di significato segnava un passaggio importante: anche il lavoro nei campi si fermava, e gli animali non venivano fatti uscire fino al sabato.

Il Venerdì Santo era il giorno più austero: digiuno prolungato, visite al Crocifisso e processioni. A Pordenone città, molti fedeli si recavano alla Chiesa del Cristo. Non mancavano però episodi di vivace umanità: durante le funzioni serali, i bambini approfittavano del rumore per fare scherzi, come inchiodare le gonne delle donne ai banchi.

La giornata si concludeva con la processione, un tempo caratterizzata da gesti di penitenza come il camminare scalzi. E se pioveva, si diceva che l’estate sarebbe stata asciutta.

Al ritorno del suono delle campane, il Sabato Santo, si compivano gesti rituali di purificazione: ci si bagnavano occhi e viso, senza asciugarsi, per proteggersi dalle malattie. Chi era nei campi usava persino la linfa delle viti. Si benediceva l’olio santo e si compivano pratiche propiziatorie: ad esempio, legare con un sacco la base degli alberi da frutto per difenderli dagli insetti.

Nel frattempo, nelle case si preparavano le uova colorate—oggi decorate con colori artificiali, un tempo tinte con elementi naturali come bucce di cipolla, ortiche o fondi di caffè. Si cucinavano anche focacce e colombe fatte in casa.

Il giorno di Pasqua segnava il ritorno all’abbondanza. Il pranzo tradizionale comprendeva agnello o capretto, risotto e talvolta minestra di riso e tacchino (dindiot). Le uova sode erano protagoniste assolute, non solo a tavola ma anche nei giochi. Uno dei più diffusi era il cus: si facevano scontrare due uova, e vinceva chi riusciva a non rompere il proprio guscio. Le uova di faraona, più resistenti, erano particolarmente ambite. Un altro gioco consisteva nel colpire un uovo appoggiato al muro con una moneta.

Sulle bancarelle si trovavano dolci tipici come i bussulai pasqualini e i peverini. E qualche nonna conservava ancora frittelle e crostoli del Carnevale, da regalare ai nipoti—un dolce ponte tra stagioni e ricorrenze.


Per approfondire: