Se passando davanti a Galleria Bertoia non lo aveste già notato, è stata prorogata fino al 26 aprile 2026 la mostra “Robert Doisneau. Lo sguardo che racconta”. Con oltre 16 mila visitatori, la selezione di più di 100 opere del grande maestro della fotografia di strada, ha conquistato anche noi.

Ci sono fotografi che inseguono l’eccezionale, e altri che sanno trovare l’eccezionale nel quotidiano. Robert Doisneau appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Era un abile osservatore della quotidianità, delle emozioni umane, della composizione, degli intrecci di sguardi e degli ammiccamenti ironici: siamo sicuri che questa questa mostra vi regalerà un pomeriggio leggero, piacevole e di qualità.

Nato nel 1912 a Gentilly, nella banlieue parigina, Doisneau cresce in un ambiente popolare e non è un caso che – anche da un fotografo affermato – continuerà a preferire i quartieri periferici ai salotti borghesi. La sua è una fotografia che nasce dal contatto diretto con le persone, dall’osservazione paziente di ciò che accade quando nessuno pensa di essere guardato. Eppure, dietro questa apparente spontaneità, c’è un lavoro minuzioso, un’attenzione quasi artigianale alla composizione, alla luce, al ritmo della scena.

Quello che si ama subito delle opere di Doisneau è l’immediatezza del momento. Lo scatto arriva subito chiaro, la composizione suggerisce a cosa fare attenzione e vieni catapultato nelle banlieue di una Parigi ferita dalla guerra e nella Francia popolare e lavoratrice, dove l’occhio del fotografo sceglie di raccontare solo il bello della vita e un desiderio profondo di rinascita: bambini in calzoncini giocano per strada, si balla tra le strade, ci si sposa, si va al bar del quartiere a brindare dopo il lavoro, si ride, si mandano i bambini a comprare il latte.

I personaggi catturati dalla lente della macchina fotografica vivono e rivivono la loro vita davanti ai tuoi occhi, come se fossi dentro un film. Eppure proprio come dentro un set cinematografico, alcuni scatti non sono un colpo di fortuna, ma una attenta composizione in posa studiata dall’autore.

Emblematico esempio di questo suo modo di lavorare è Le Baiser de l’Hôtel de Ville, la fotografia del 1950 che ritrae una giovane coppia che si bacia in mezzo al traffico parigino. Icona mondiale, simbolo dell’amore romantico e della Parigi da sogno, nasconde una storia più complessa. Negli anni Ottanta, quando la foto era ormai famosissima, una coppia sostenne di essere quella ritratta e fece causa al fotografo. Doisneau rivelò allora che la scena era stata in parte messa in scena: i due giovani erano attori che lui aveva incontrato per strada e a cui aveva chiesto di posare. Non si trattava di un inganno, ma di una scelta artistica. Per Doisneau, la verità emotiva era più importante della verità documentaria.

Sapere ciò non cambia il modo in cui apprezziamo il lavoro di Doisneau, ma ci fa capire che non tutto può essere colto in un battito di ciglia e che la buona fotografia passa anche da un attento studio della composizione e da una grande abilità nel mettere a proprio agio le persone ritratte. Questa vicenda richiama un dibattito ancora attuale: fino a che punto la fotografia può essere costruita senza perdere la sua credibilità? Si potrebbe dire che la fotografia non è mai pura realtà, è sempre selezione, scelta e interpretazione. Quando si punta l’obiettivo si sceglie già cosa escludere e che storia raccontare.

Ritornano spesso tra i suoi scatti di strada i lavoratori, quelli delle botteghe artigiane, i commercianti, i macellai e quei mestieri della Parigi popolare che stavano già scomparendo. Doisneau li fotografa come se fossero personaggi di un romanzo: la fatica del lavoro c’è ma non pesa, ognuno ha un gesto tipico, un’espressione che racconta un’intera vita. L’artista ha lavorato anche per importanti riviste come Vogue, Life e Paris Match dedicandosi anche a lavori su commissione per aziende francesi e documentando la vita operaia. In mostra troverete un reportage del 1945, realizzato nella manifattura tessile di Aubusson per la rivista Le Point. Qui il fotografo applica il suo stile curioso nel raccontare la maestria di artigiane e artigiani nella creazione di arazzi e tappezzerie.

Robert Doisneau ha attraversato il mondo con la sua Leica come un flâneur curioso, in perenne equilibrio tra realismo e tenerezza. Questo lo ha reso un maestro della cosiddetta fotografia umanista.

«Quello che io cercavo di mostrare era un mondo dove mi sarei sentito bene, dove le persone sarebbero state gentili, dove avrei trovato la tenerezza che speravo di ricevere. Le mie foto erano come una prova che questo mondo può esistere.»

Oggi, nell’epoca delle immagini veloci e della fotografia istantanea, il suo lavoro ci appare quasi rivoluzionario. La lentezza, l’ attenzione, l’ empatia sono qualità che rischiano di perdersi in un mondo dominato dalla fretta. Forse proprio per questo, le sue fotografie continuano a emozionare.

La mostra è prodotta da SUAZES e promossa dal Comune di Pordenone nell’ambito del progetto “Sul Leggere. Una stagione di mostre fotografiche”, uno dei pilastri del dossier Pordenone 2027.

 

Ph. credit: Robert Doisneau photographed by Bracha L. Ettinger in his studio in Montrouge, 1992
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