Rieccoci a parlare del nostro mugnaio eretico di Montereale, che nello scorso articolo avevamo lasciato in balia dell’infamia pubblica a causa delle sue strane dottrine cosmogoniche… Ma le sue vicende non terminarono con il primo processo.
Nonostante la condanna per eresia, nel 1590 a Menocchio fu affidato il compito di amministrare i beni della parrocchia di Santa Maria di Montereale. Cominciò a partecipare alla vita di paese, ma la morte del figlio Giovannino rappresentò un duro colpo per le condizioni economiche di Menocchio che, dovendo lavorare anche fuori del suo piccolo paese, ai primi del 1597 fece richiesta di una dispensa che gli consentisse di muoversi liberamente e di non dover più adempiere all’obbligo di portare l’abitello: l’inquisitore di Udine gli concesse libera circolazione fuori di Montereale, «aciò possi aiutare in qualche modo la povertà sua et della sua famiglia», continuando, però, ad indossare quello che era il segno pubblico della sua eterodossia.
Ma questo provvedimento non fu sufficiente a mettere a tacere la lingua di Menocchio, che continuò a sostenere posizioni inaccettabili dal punto di vista della dottrina. Durante il carnevale del 1596, nella piazza di Udine, disse a un tal Lunardo Simon, di non dare ascolto ai vangeli, opere che sono frutto della mano di «preti et frati, che non hanno altro da fare». In quello stesso periodo si era confidato con un ebreo, dicendo di essere ben consapevole d’essere un eretico e che era solo questione di tempo prima che l’inquisizione lo condannasse a morte: ma dal momento che era vecchio e non gli rimaneva più nessuno ( sembra che non corresse buon sangue con i figli ancora in vita), non gli importava molto. Anche aver la vita salva, ormai, non era più indispensabile.
E infatti quando si sparse la notitia criminis, e cioè che Menocchio andava ancora discutendo sulla presunta divinità di Cristo e la moralità di Maria, l’inquisitore generale del Friuli, fra Gerolamo Asteo, ordinò il suo arresto: nel giugno del 1599 venne rinchiuso nel carcere di Aviano, per poi passare a quello di Portogruaro e a partire dal 12 luglio iniziò il suo interrogatorio. Di fronte all’inquisitore, cui si affiancarono alcuni consultori, tra i quali il teologo Domenico Marin, all’inizio affermò di aver professato credenze contrarie alla fede cattolica, ma solo per scherzare; poi sostenne ancora che i vangeli canonici potessero essere invenzioni di frati, poiché esistevano anche vangeli apocrifi, ritenuti certamente falsi; infine, giunse ad esporre all’inquisitore una sua originale professione di fede: dei quattro elementi che costituivano la natura, il fuoco era Dio, mentre «il Padre è l’aria, il Figliolo è la terra et lo Spirito Santo è l’acqua».
Tentò poi di trovare delle giustificazioni di fronte all’inquisitore per le proprie eresie con quel poco di cultura di cui disponeva: i frati autori dei vangeli erano naturalmente gli evangelisti e la ragione della sua negazione dell’esistenza del paradiso era «perché non sapeva dove fosse». Terminato l’interrogatorio consegnò uno scritto in cui esponeva la miseria della sua vecchiaia, l’abbandono dei figli e la promessa di «creder se non quelo che crede la Santa Gesia et far quelo me comandarà li miei curati et li miei superiori».
Questa volta l’inquisizione non fu clemente e tollerante come lo era stata durante il primo processo; d’altro canto Menocchio era un relapsus («recidivo»), ossia una persona che, pur essendo stata rimproverata in passato per posizioni non conformi alla fede della Chiesa, era ricaduta nuovamente negli stessi «vizi», già sanzionati in precedenza con pene «leggere». E la Congregazione del Sant’Uffizio non mancò di riconoscerlo: il 2 agosto fu dichiarato eretico recidivo: prima di definire la pena – che non poteva essere nulla se non la morte – si stabilì che Menocchio fosse sottoposto a tortura per estorcergli i nomi di eventuali complici; mezz’ora di tratti di corda, tuttavia, non fu sufficiente a fargli confessare un singolo nome: tra lo strazio e il dolore continuò a giurare di non conoscere nessuno che condividesse le sue teorie.
Messa al corrente l’Inquisizione romana del caso, il 14 agosto il cardinale Santori aveva definito «gravissima» la vicenda, pretendendo una copia degli atti processuali. La sentenza di condanna a morte, quindi, fu comminata l’8 agosto a Portogruaro nella chiesa di S. Andrea e l’imputato fu consegnato al provveditore veneziano. Nei documenti del S. Uffizio manca la registrazione dell’avvenuta esecuzione, fuorché eccezionalmente in alcuni casi veneziani del secondo Cinquecento. Invece, in un atto notarile del 16 agosto Scandella è nominato come defunto. Quindi la sentenza fu eseguita qualche giorno dopo la promulgazione: il mugnaio fu decapitato e bruciato.
La vicenda tragica di Menocchio ha suscitato notevole interesse tra gli storici, non tanto per le vicende della sua travagliata vita, quando per la complessità delle sue credenze sul cosmo e la fede. Nel libro ormai divenuto un classico della storiografia, Il formaggio e i vermi. Il cosmo di un mugnaio del ‘500, Carlo Ginzburg si è proposto di comprendere quali influssi culturali avessero portato Scandella alla formulazione delle sue stravaganti teorie, ipotizzando «un influsso reciproco tra cultura delle classi subalterne e cultura dominante». Ginzburg ha scelto di operare un confronto tra la cultura di Menocchio e quella dell’epoca per individuare quanto ci fosse in essa di irriducibile. Lo storico individuò così «uno strato ancora non scandagliato di credenze popolari, di oscure mitologie contadine», accompagnato da alcune idee risalenti ai «gruppi intellettuali più raffinati e consapevoli del suo tempo». Per quanto riguarda il latte e il formaggio di cui parlava Meonocchio nella sua cosmogonia, Ginzburg sottolinea come i miti della cosmogonia lattea siano antichissimi e attestati nei Veda indiani e tra i Calmucchi.
La vicenda di Menocchio non è stata oggetto di interesse solamente in ambito storiografico: nel 2018 è stata trasposta cinematograficamente nel film Menocchio del regista Alberto Fasulo, che non si è rifatto al libro di Ginzburg, ma ai documenti e alle ricerche successive di Andrea Del Col.
Nonostante le numerose ricerche e supposizioni le teorie di Domenico Scandella continuano a sollevare diversi interrogativi circa i loro molteplici significati, derivanti dal desiderio di un mugnaio, apparentemente ai margini della storia, di un mondo nuovo e più giusto.
Per approfondire:
Il formaggio e i vermi. Il cosmo di un mugnaio del ‘500, Collana Paperbacks n.65, Torino, Einaudi, 1976
https://it.wikipedia.org/wiki/Menocchio
https://propordenone.org/wp-content/uploads/2017/01/3-20.pdf
https://www.treccani.it/enciclopedia/scandella-domenico-detto-menocchio_(Dizionario-Biografico)/
Nato a Pordenone il 5 gennaio 2006, mi sono diplomato al liceo scientifico Michelangelo Grigoletti. Da una profonda passione per la matematica e la fisica mi sono gradualmente rivolto verso il mondo classico e la linguistica antica, accompagnati da una forte attrazione per la pittura e l’arte in tutte le sue forme. Ora studio lettere antiche presso la Scuola Galileiana di Studi Superiori a Padova. Mi definisco un liberale europeista e penso che questa commistione di passioni, prospettive e valori possa costituire la mia guida per un’autentica e fertile valorizzazione della storia e della cultura del Pordenonese.