Sono passati cinquant’anni dal terremoto che colpì Gemona quella fatidica notte del 1976. A ricordarlo ci sono i superstiti, i soccorritori e tutti coloro che attesero notizie dai giornali e dalla radio in tutto il resto d’Italia. 

La scritta che spesso si legge in merito alla vicenda è la seguente: “Il Friuli ringrazia e non dimentica.” Scritta motivata dalla profonda gratitudine per tutti gli Stati che, lontani e vicini, contribuirono al riassestamento del terremoto di magnitudo 6.5 che stravolse la vita di migliaia e migliaia di innocenti: la Iugoslavia con l’invio di tende per la notte, la Francia con cani istruiti per l’individuazione dei feriti tra le macerie, così come i generosi aiuti provenienti dalla Russia e dalla Ungheria

Ma oggi, alla ventisettesima edizione di PordenoneLegge, ricordiamo il contributo più che significativo che arrivò senza esitazione nel momento stesso in cui si compì il disastro: quello proveniente dagli alpini e dai soldati della Caserma Goi-Pantanali.

Flavia Virilli è Vicesindaco e Assessore alla cultura del Comune di Gemona del Friuli. Proviene da lei e da Romeo Michele Tomassetti, Comandante del 3° Reggimento Artiglieria da montagna della Brigata Alpina “Julia”, il desiderio di ricordare tramite la pubblicazione di un libro i giovani soldati che trascorsero ore ed ore a scavare tra le macerie. Nasce così “La lunga notte della Caserma Goi-Pantanali. Storie di uomini, macerie e rinascita”, libro pubblicato dall’Ente Editoriale per l’Esercito. In esso vengono raccolte testimonianze dirette, fotografie, articoli di giornale provenienti dall’Archivio Storico dell’Esercito

Molti di coloro che hanno contribuito alla stesura di questo testo sono presenti all’incontro tenutosi il 17 settembre 2026 all’Auditorium della Ragione, a pochi passi dal Teatro Verdi. Il Comandante Romeo Michele Tomasetti li fa alzare in piedi in mezzo al pubblico, dando inizio a uno scrosciante applauso in loro onore. Ma è Flavia Virilli, guidata da Giacomina Pellizzari, massima esperta dell’argomento, a ripercorrere le loro memorie con empatia e sentimento, riportando solo alcune delle molte storie emerse durante le loro interviste. 

Alcuni dei soldati si stavano lavando nella stessa acqua degli asini quando arrivarono le prime scosse. Molti riuscirono a salvarsi perché fortunatamente riparati dal tetto del cinema, in cui giusto in quel momento stavano proiettando il Satyricon di Fellini. Altri ancora, purtroppo, non fecero in tempo a mettersi in salvo. 

Ma tra coloro che riuscirono a sottrarsi dalle violente scosse del sisma figurano uomini fortunati, molti dei quali non si ferirono gravemente grazie a circostanze della sorte. È il caso di un uomo inviato da un commilitone a prendere da bere, o di un altro soldato salvatosi miracolosamente perché occupato a pulirsi le scarpe in un luogo appartato. Tramite le loro memorie – così come quelle dei loro cari – si riesce a ricostruire un racconto corale di una vicenda tragica, la quale scosse profondamente l’Italia in un periodo storico già segnato dalla Guerra Fredda.

All’epoca, come è già risaputo, molti dei punti radio saltarono. La caserma in cui vivevano e si addestravano i soldati fu parzialmente distrutta dalle continue scosse di terremoto. Eppure, nonostante la giovane età e la paura davanti a un evento così imprevedibile, pur non avendo ottenuto ordini precisi dai superiori su come organizzarsi durante quelle prime ore, ciascuno di loro si mise in azione per aiutare i feriti e i dispersi.

Dal resto d’Italia furono mobilitati autoambulanze; nuovi macchinari per il trasporto delle macerie furono inviati dalle zone circostanti, grazie ai quali furono liberati molti feriti; gli elicotteri che giunsero permisero di illuminare quelle zone intermedie nei comuni vicini in cui i soccorsi non erano ancora arrivati. 

Romeo Michele Tomasetti racconta, durante la presentazione del libro, che ama parlare di numeri. Molti dei suoi più cari amici scherzano a tal proposito sul fatto che lui “ama dare i numeri.” Ed è vero. Durante l’incontro snocciola numeri spaventosi, ma purtroppo veri. 37 comuni coinvolti, ad esempio, o più di 1000 feriti, tra i quali compaiono i 29 deceduti dei giovani militari della caserma Goi-Pantanali.

Emergono, però, anche altri numeri altrettanto significativi. 352 cucine da campo furono presto allestite per dare pasti caldi alla popolazione. 400 medici furono mobilitati da tutta Italia. E questo solo per citarne alcuni.

Questi dati, ovviamente, sono raccontati con estrema sensibilità alla luce dei testimoni – e sopravvissuti – lì presenti, posti in evidenza dal Comandante con il tatto di chi è abituato a fare storia senza dimenticarsi che la distanza tra i fatti e le persone è una linea labile, quasi intangibile di fronte a coloro che questi fatti li hanno vissuti in prima persona.

È vero, infatti, che molti ragazzi che si trovavano in quella caserma per la leva militare apparteneva alla fascia di età intorno ai 20 anni. Nonostante ciò, nel giro di pochi secondi furono costretti a diventare uomini e ad accettare innumerevoli perdite che li segnarono a vita. Il trauma è tuttora lì, indelebile, a piano piano “cullato” e accettato con il passare degli anni.

La stessa Flavia Virilli, la quale visse da vicino questi eventi tramite i suoi genitori, Arturo Virilli e Giuseppina Cargnelutti, da sempre impegnati nel desiderio di mantenere viva questa memoria, racconta con estrema umiltà di sentirsi sempre in colpa parlando così tanto di fatti che non ha vissuto da vicino, ma solo tramite le testimonianze di coloro che vi assistettero di persona.

Eppure, insieme a Giacomina Pellizzari si ritaglia del tempo per ringraziare coloro che scattarono fugaci foto e brevi video, ricordando ai giovani presenti nell’auditorium l’importanza di attenersi ai fatti, di controllare la veridicità delle informazioni e di utilizzare le bibliografie il più possibile anziché attingere passivamente alle comode risposte confezionate dalle intelligenze artificiali.

Questo perchè il tema della memoria rimane sempre più importante che mai – specialmente quella storica, la quale ogni giorno si trova davanti alla necessità di essere di nuovo affermata e portata all’attenzione delle nuove generazioni.