Nel Friuli del Cinquecento possedere un libro non era un gesto innocuo. In un’epoca segnata dalla Controriforma, la Chiesa cattolica e i poteri politici consideravano la diffusione delle idee della Riforma protestante una minaccia all’ordine religioso e sociale. Per questo motivo vennero organizzate vaste campagne di controllo, sequestri e distruzione di libri, mentre il Sant’Uffizio sorvegliava con attenzione chiunque fosse sospettato di nutrire convinzioni ritenute eterodosse.

Uno dei protagonisti di questa repressione fu Bartolomeo da Porcia, abate di Moggio e visitatore apostolico. Durante la visita compiuta nel 1570 propose di espellere dalla contea di Gorizia tutti coloro che fossero sospettati di luteranesimo. La sua richiesta fu accolta dall’arciduca d’Austria che, nel 1574, affidò a due canonici il compito di estirpare l’eresia con pieni poteri. Le abitazioni vennero perquisite, le biblioteche private confiscate e i volumi proibiti raccolti in enormi cataste per essere bruciati pubblicamente nella piazza del Prato di Gorizia.

La distruzione dei libri non fu un episodio isolato. Nel 1581 il vicario Paolo Bisenti, durante le visite apostoliche in Carnia e nella contea di Cilli, fece strappare oltre duemila volumi proibiti. Ancora più spettacolare fu il rogo celebrato nel dicembre 1648 a Udine, davanti alla chiesa di San Giovanni, ai piedi del castello. Tra squilli di tromba e davanti a una folla numerosa, circa quattrocento libri sequestrati nelle case dei friulani vennero dati alle fiamme per ordine del patriarca Marco Gradenigo e dell’inquisitore generale fra Giulio Missini da Orvieto.

In questo contesto il possesso di libri poteva trasformarsi in una colpa. Tuttavia, la repressione non colpiva tutti allo stesso modo. Nobili e famiglie influenti godevano spesso di una protezione di fatto: molte inchieste contro esponenti dell’aristocrazia si concludevano senza conseguenze. Diversa era la sorte di artigiani, contadini e piccoli proprietari, molto più esposti all’azione dell’Inquisizione. Emblematico è il caso di alcuni abitanti di Porcia, processati tra il 1556 e il 1558 per adesione alle idee protestanti: il tessitore Antonio “de l’Oio” e il cuoiaio Francesco Soldà furono costretti ad abiurare, mentre il ricco Geronimo Massara non venne nemmeno processato.

È in questo scenario che si inserisce la vicenda di Domenico Scandella, passato alla storia con il soprannome di Menocchio.

Nato a Montereale Valcellina intorno al 1532, Menocchio era un mugnaio di modeste origini. Per mantenere la famiglia lavorava anche come falegname e muratore, ma era soprattutto un uomo animato da una straordinaria curiosità intellettuale. In un mondo in cui gran parte dei contadini era analfabeta, imparò a leggere, scrivere e fare di conto. Non si limitò a queste competenze: leggeva libri, insegnava ai bambini del paese, amministrava beni della comunità e arrivò persino a ricoprire la carica di podestà di Montereale nel 1581.

Le sue letture erano sorprendenti per un uomo della sua condizione sociale. Possedeva e studiava la Bibbia, opere religiose, cronache storiche, raccolte di vite dei santi, racconti di viaggio e perfino il Decameron di Giovanni Boccaccio. Quelle letture alimentarono una riflessione personale sulla religione che si discostava profondamente dalla dottrina ufficiale. Menocchio sosteneva che bastasse amare Dio e il prossimo per salvarsi, criticava il lusso della Chiesa, riteneva che il latino impedisse ai poveri di comprendere la fede e affermava che ciascuno potesse salvarsi seguendo sinceramente la propria religione.

Le sue convinzioni più celebri riguardavano l’origine dell’universo. Secondo Menocchio, all’inizio esisteva soltanto un caos primordiale dal quale, come i vermi nascono dal formaggio, si erano formati gli angeli. Da questa immagine nacque la celebre teoria del “formaggio e dei vermi”, destinata secoli dopo a diventare il simbolo della sua vicenda grazie agli studi dello storico Carlo Ginzburg. Cristo, secondo il mugnaio, non era Dio ma un uomo scelto come esempio morale; negava inoltre la resurrezione dei corpi e reinterpretava molti aspetti fondamentali del cristianesimo.

Queste idee, espresse apertamente nelle conversazioni con i compaesani, attirarono l’attenzione del parroco Odorico Vorai, che nel 1583 lo denunciò al Sant’Uffizio di Concordia. Arrestato nel 1584, Menocchio venne interrogato più volte e trascorse oltre tre mesi in carcere. Alla fine abiurò pubblicamente le proprie convinzioni e fu condannato al carcere a vita. La pena venne successivamente mitigata: nel 1586 fu rimesso in libertà con l’obbligo di risiedere a Montereale e di portare sugli abiti le croci gialle riservate agli eretici.

La comunità non accolse con favore la denuncia del parroco. Molti abitanti difesero il mugnaio e arrivarono perfino a tentare di aggredire il pievano, accusato a sua volta di condotta immorale. Menocchio riuscì gradualmente a reinserirsi nella vita del paese, tornando persino ad amministrare i beni della pieve di Santa Maria. Tuttavia non rinunciò mai alle proprie idee e continuò a discuterne pubblicamente.

Nel 1596 venne nuovamente denunciato. Il secondo processo, iniziato nel 1598, fu molto più duro del precedente. Sottoposto anche alla tortura della fune per ottenere i nomi di eventuali complici, rifiutò di accusare altre persone. Confessò le proprie convinzioni, ma il fatto di essere recidivo rese inevitabile la condanna prevista dal diritto canonico.

L’8 agosto 1599 Domenico Scandella fu condannato a morte. La sentenza venne eseguita pochi giorni dopo a Portogruaro, dove il mugnaio di Montereale Valcellina fu arso sul rogo. Aveva circa sessantasette anni. Poco prima della fine pronunciò parole di grande amarezza, confessando che il dolore più grande non era la morte imminente, ma aver trascinato nella propria disgrazia la moglie e i figli, convinto che la sua ostinazione avesse segnato anche il loro destino.


Per approfondire:

  • Carlo Ginzburg, Il formaggio e i vermi: il cosmo di un mugnaio del ‘500, Adelphi, Milano, 2019.

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