Quella che oggi è un’importante località turistica della nostra provincia fu lo scenario di cruenti esempi di guerriglia e repressione. Barcis, al contrario del paese di Montereale Valcellina trattato in un articolo precedente, era all’interno della Repubblica di Carnia ed era il primo centro abitato che le truppe nazifasciste incontravano nelle loro incursioni in Val Cellina lungo la statale n. 251, strada in cui a più riprese morirono decine di uomini da ambo i lati.
La popolazione visse gravi disagi e tensioni a causa di un continuo stato di guerriglia, consapevole che ogni azione partigiana avrebbe dato origine ad una reazione tedesca, frequentemente a danno dei paesani innocenti. Ma questo non incrinò quasi mai in modo irreparabile il rapporto tra gli abitanti di Barcis e la causa della Resistenza, i quali molto spesso ospitarono o diedero vettovagliamenti alle unità che operavano nei pressi.
Molti furono gli episodi degni di cronaca. Il 10 agosto del 1944 un carro armato tedesco proveniente da Montereale comparve lungo la strada e dopo una breve ricognizione, mentre intraprendeva la via del ritorno, venne neutralizzato cadendo nella forra del Cellina. La torretta del cingolato venne in seguito separata e riutilizzata per bersagliare la caserma di Longarone, occupata da unità tedesche, dalle pendici di Casso.
Purtroppo azioni di questo tipo, come detto precedentemente, causarono molto spesso disagi all’abitato e ne decreteranno anche la distruzione. Nonostante la prima casa bruciò il 29 giugno del ’44, ben dieci abitazioni scomparvero tra le fiamme la notte di San Lorenzo di quell’anno. Tra queste anche la casa del poeta Giuseppe Malattia venne avviluppata dalle fiamme e con essa la sua biblioteca contenente quindici mila volumi raccolti lungo tutta la sua vita, dopo che il poeta, all’epoca diventato potestà del paese, non per ideologia ma per sacrificio nei confronti della comunità, si rifiutò di consegnare i nominativi dei partigiani di Barcis ad un ufficiale tedesco.
Tutto ciò però non può essere paragonato alla distruzione subita successivamente. Nonostante l’avanzata nazifascista nella prima decade di settembre lungo la Val Cellina fosse solo una parte marginale della più vasta offensiva contro la presenza partigiana sul Cansiglio, le perdite materiali subite da Barcis furono devastanti. Già durante i primi giorni di settembre i partigiani erano in allarme. A Barcis e dintorni vennero posizionati il battaglione garibaldino “Gramsci”, il battaglione osovano “Vittoria” insieme al “Maniago” e al “Cellina”, questi ultimi asserragliati lungo la strada all’ingresso di Barcis. Solo il mattino del 9 settembre, dopo qualche giorno di attesa, numerose forze nazifasciste furono avvistate lungo la statale n.251. I battaglioni “Maniago” e “Cellina” riuscirono a più riprese a contrastare le incursioni nemiche tra il 9 e il 10 settembre. Purtroppo, a causa del ripiegamento di altre unità partigiane dal Piancavallo e da Forcella Croce nei pressi di Andreis, il direttivo delle brigate garibaldine e osovane decise che la posizione di Barcis era ormai compromessa. Nella notte del 10 e 11 settembre l’ultima galleria prima della conca di Barcis venne minata per ostacolare l’avanzata nemica. Il mattino successivo, mentre le brigate partigiane raggiungevano linee più difendibili e località come “Predaia” e “Le Roppe”, la mina deflagrò all’interno della galleria causando ingenti perdite. Quest’ultima azione di sabotaggio riuscì solo grazie al sacrificio del giovane partigiano “Mammolo” che, catturato la sera prima dai nazifascisti mentre recuperava materiale plastico per la detonazione, non rivelò nulla nonostante le torture e morì senza parlare.
Nonostante questo arresto, i tedeschi riuscirono ad entrare a Barcis trovandolo completamente abbandonato. L’intera popolazione, informata dai partigiani, era riuscita a fuggire in tempo. Non trovando nessuno tra le vie del paese, il contingente nemico fu libero di razziare indisturbato ogni abitazione. Non solo, quel giorno 180 case e 100 stalle bruciarono sotto gli occhi degli abitanti rifugiati trai monti circostanti. Sul rogo vennero anche lanciati due uomini esanimi scambiati per partigiani trovati in una valle vicina. Mille persone in un singolo giorno persero quasi ogni cosa poco prima dell’inizio dei mesi più rigidi.
Questo evento piegò l’animo della comunità ma non fu l’ultimo. A metà del mese successivo migliaia di soldati raggiunsero nuovamente Barcis riuscendo a rompere definitivamente lo schieramento partigiano in Val Cellina. Ma solo il 27 novembre del ’44 avvenne l’ultimo grande rastrellamento nella valle e gli abitanti di Barcis vennero risparmiati dopo essersi recati in corteo fino a Montereale spiegando la loro condizione precaria.
Il primo maggio 1945 la Val Cellina fu completamente liberata dall’occupazione nazifascista e con essa si concluse l’incubo della guerra e cominciò il tortuoso percorso della ricostruzione. Purtroppo la popolazione di Barcis, trovandosi in un contesto economicamente debole, straziato anche dall’ultima guerra, venne afflitta dal fenomeno dell’emigrazione, iniziando un declino in termini numerici visibile fino ad oggi.
Per approfondire:
- 1944, Dies Irae, Valcellina, L’incendio nazista di Barcis, ed. Biblioteca dell’Immagine, Pordenone, 1994
Nato a Milano il 10 novembre 2008. Frequento il liceo Leopardi – Majorana. Desidero dare voce alle tradizioni dei luoghi che mi hanno accolto, dando attenzione a tutto ciò che ci ha preceduto.