Certe volte il talento e l’abilità in una determinata disciplina sembrano essere un dono innato, una qualità che scorre nel sangue della propria famiglia: basti pensare alla matematica per quanto riguarda la famiglia Bernoulli o alle sorelle Brontë, autrici di alcuni dei capolavori della letteratura inglese.

Anche nell’ambito veneto-friulano, nell’arco di quasi cinque secoli, dal XV alla prima metà del XIX secolo, si è svolta la vicenda di una famiglia partecipe, e talvolta protagonista, delle vicende politiche, storiche e in particolar modo letterarie d’Italia, trasferitasi nelle nostre zone da Innsbruck nel corso del Quattrocento; dapprima muratori e capimastri, in seguito divenuti eruditi, poeti, medici, notai, cancellieri, diplomatici, maestri di scuola o ecclesiastici: questi furono i membri che diedero lustro al nome della famiglia Amalteo.

Una possibile etimologia della denominazione del casato è l’umile professione d’origine dei suoi avi, per cui inizialmente si dissero «a maltha»; in seguito vollero nobilitare la propria ascendenza nel corso del XVI secolo, rifacendosi al mito della capra Amaltea, animale che si occupò di allattare Zeus sul monte Ida. Questo raffinato riferimento per il cognome degli Amaltei trova riscontro nell’araldica di famiglia: delle api che volteggiano al di sopra di una cornucopia ricolma di frutti e fiori. La tradizione mitica narra, infatti, come le corna della capra divina fossero capaci di stillare nettare e ambrosia e che il piccolo Zeus ne avesse rotto uno giocandoci, per poi donarlo all’omonima ninfa con la promessa che si sarebbe riempito di qualsiasi frutto desiderato, divenendo simbolo di abbondanza e fertilità.

Tra i nomi più noti della famiglia Amalteo figura quello di Pomponio, figlio di Natalia e Lunardo dalla Motta, nonché genero del Pordenone (a cui il poeta Marcantonio dedicò un’elegia in mortem); anche il fratello e la figlia di Pomponio, Gerolamo e Quintilia, si distinsero nel campo della pittura.
Piuttosto severa è stata la storia nei confronti della produzione letteraria degli esponenti del casato, ancora in gran parte inedita: una poesia che risente degli eventi storici e delle grandi personalità del suo tempo, sospesa tra la dimensione locale tra Pordenone e Oderzo e quella europea e internazionale della repubblica delle lettere; una poesia che trae la propria fonte di ispirazione dalla consapevolezza dell’identità della famiglia, dalla corrispondenza con le grandi personalità politiche e culturali dell’epoca, dal petrarchismo, dall’arcadia, dal teatro.
Principio cardine della poetica di tutti gli Amaltei dediti alle lettere è l’imitazione, frutto dello studio assiduo tanto dei classici greci e soprattutto latini, quanto della lirica volgare, in particolar modo di stampo petrarchista. La loro produzione, in gran parte in lingua latina, si inscrive all’interno dei principali generi praticati dai verseggiatori latini del Cinquecento, vale a dire l’encomio, l’epigramma, l’elegia e l’epistolografia, legati alle vicende biografiche dei suoi autori, ai processi storici in atto e agli ambienti frequentati.

Certamente la casa Amalteo non fu l’unica, nel panorama del Friuli rinascimentale e barocco, a dedicarsi al culto dell’arte, con particolare riguardo per la letteratura e la poesia: ne abbiamo conferma da Gian Giuseppe Liruti, che nelle sue Notizie dei letterati del Friuli, ci fornisce, oltre che quindici nomi di Amaltei, anche sette Lovisini Luigini; sei Frangipani; otto Rorari; otto Altani; cinque Amasei. Ciò testimonia come in passato l’invenzione artistica fosse considerata una tradizione di famiglia, da tramandarsi come una sorta di professione, concezione nettamente distante rispetto all’esperienza lirica, soggettiva e irripetibile.

Ed è proprio Paolo Amalteo a proclamarsi caposcuola della vocazione poetica famigliare, definendosi, in un’elegia per una visita di Federico III a Pordenone, «prima favilla domus», primato conferitogli anche dal fratello più giovane Marcantonio, che a più riprese a lui si rivolge con la stessa formula: «Amaltheae prima favilla domus».

La sua produzione poetica è strettamente legata alla tradizione degli auctores latini, quasi sempre determinata dagli eventi storici contingenti e da occasioni specifiche: carattere tipico della poesia tardo-quattrocentesca ed ereditata dal suo maestro, Stefano Emiliano, detto Cimbriaco, poeta vicentino, insignito della laurea poetica di Federico III, a Pordenone, nel 1469.
Proprio a Pordenone Paolo Amalteo inizia il suo apprendistato presso la scuola del Cimbriaco, per poi divenire frate francescano e maturare la propria vocazione di abile verseggiatore latino.

Si recò più volte presso la corte imperiale austriaca, meta di diversi intellettuali e umanisti italiani, tra cui lo stesso Enea Silvio Piccolomini. Qui Paolo, conformandosi al canone del Cimbriaco, sì dedicò ad una poesia squisitamente encomiastica, tanto da essere premiato quale cantore della gloria asburgica.

Un’antologia, edita nel secondo Novecento da Andrea Benedetti, propone tre opere di Paolo: l’epicedio per l’imperatore Federico III; il poemetto per l’elezione cardinalizia di Raimond Peraudi; quello dedicato alla giostra di Massimiliano, dove si descrive un viaggio dell’imperatore in terra friulana (vengono esplicitamente menzionate Pordenone e Trieste), in realtà mai avvenuto e di carattere esclusivamente celebrativo-apologetico per le azioni militari nel Nord Italia a seguito della Lega di Cambrai negli anni 1508-1509. Proprio in questo quadro si inscrive lo scontro tra le truppe imperiali e l’esercito della Serenissima, guidato da Bartolomeo d’Alviano; nonostante la vittoria d’Agnadello, l’Impero fu costretto a cedere a Venezia diversi territori del Veneto e del Friuli, tra i quali l’enclave di Pordenone. Anche i letterati non mancarono di prendere posizione in merito agli eventi storici che scorrevano dinanzi ai loro occhi e si prodigarono nell’elogio ora dell’una ora dell’altra parte: Gian Antonio Flaminio, di parte veneziana, celebrò l’assedio e la temporanea conquista di Trieste, mentre Paolo Amalteo, apertamente filoasburgico, si dedicò all’esaltazione di Massimiliano I.

Continua…


Per approfondire:
Amaltheae favilla domus: un’antologia poetica da Paolo ad Aurelio Amalteo, a cura di Matteo Venier, Pordenone, Accademia San Marco, 2016