Il compito di calare il sipario sulla diciassettesima edizione di Pordenonelegge, quest’anno, è toccato ad un artista che non ha certamente bisogno di presentazioni: Giulio Rapetti, in arte Mogol. Un nome ben depositato nella memoria degli italiani, nella generazione dei padri così come nell’immaginario dei più giovani. Un nome tanto denso di significato che lo stesso Rapetti ha voluto fortemente entrasse a far parte della sua identità. Intervistato ieri sera al Teatro Verdi da Edoardo Vigna, Mogol si alza in piedi ed estrae dal taccuino la sua carta d’identità: “Controlla per vedere se sono un bugiardo”, chiede al giornalista, per poi raccontare la storia del suo pseudonimo, nato da una lista di oltre cento nomi inviati alla Siae, fra i quali l’organo avrebbe dovuto scegliere quello più giusto da attribuire all’artista.

Un episodio, questo, che racchiude al suo interno la cifra artistica del personaggio ospite di Pordenonelegge. Un uomo il cui destino è stato spesso segnato dal caso, ma dal quale ha saputo ogni volta trarre preziosi insegnamenti su cui costruire la propria persona. Come recita il titolo dell’incontro, infatti, “Il mio mestiere è vivere la vita”, non solo uno dei suoi versi più famosi, ma un vero e proprio mantra di vita per l’artista milanese, i testi di Mogol si costruiscono sull’osservazione della vita vissuta. Così nella sua biografia, presentata in esclusiva al festival pordenonese, Mogol racconta di come la sua sola abilità sia stata osservare. Osservare la propria vita e quella degli altri, ricercarvi dei significati, trarne un’idea da trasformare in testo. Un compito che gli è sempre riuscito piuttosto facile, racconta, tanto che spesso una canzone poteva nascere in meno di un’ora, e in una settimana ha partorito un album intero. Addirittura è stato capace di scrivere una canzone durante un viaggio in macchina verso la sala d’incisione, insieme a Bobby Solo, dove hanno poi registrato quella musica che fino a prima non aveva un testo, poi diventata una canzone, “Una lacrima sul viso”. Mogol, però, non è dotato di alcun talento straordinario. “Ognuno di noi ha un talento latente”, sostiene, “che deve soltanto essere coltivato”. Occorre molto tempo e molta insistenza, ma “anche una goccia può penetrare il marmo, negli anni”. Da qui l’elogio degli insegnanti, che hanno il merito di velocizzare questo processo, e la critica verso i talent, che Mogol trova inutili, poiché un talento non si deve scovare, si deve sviluppare.

Sincero, irriverente e provocatorio, ma sempre elegante. Proprio come i suoi testi. Mogol si sente a suo agio di fronte al pubblico pordenonese, con cui si congratula e ringrazia per l’accoglienza con cui è stato accolto. La sua biografia, spiega Vigna, è estremamente ben fatta, contiene pagine di alto livello, un’opera che saprà crescere i talenti di oggi e ispirare future generazioni.

È stato un onore averla con noi, maestro.
Grazie.

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