Ci sono motti che attraversano la storia per la loro efficacia: brevi, sonori, riconoscibili, capaci di condensare un’epoca intera ma anche risultare controversi. Eja eja alalà è uno di questi.
Fu Gabriele D’Annunzio ad inventarlo. La fortuna che ebbe derivò soprattutto dalla sua forza teatrale. D’Annunzio, infatti, non improvvisava mai e ogni suo prodotto letterario nascondeva una lunga sedimentazione culturale. Come primo elemento, egli aveva utilizzato la parola alalà nella tragedia Fedra (1909):
«alternando l’imeneo
con l’alalà di guerra»
La radice del termine affonda nel mondo greco: alalà – o alalè nella forma attica – era il grido rituale levato prima della battaglia. Fu Giovanni Pascoli a introdurlo, impiegandolo nei suoi Poemi conviviali.
Più complessa è invece la storia del secondo elemento: Eja. Una tradizione vuole che D’Annunzio avesse inizialmente pensato a Heu, heu, alalà. Egli cercava un suono che sostituisse il “barbarico” Hip! Hip! inglese. L’interiezione latina “Heu”, spesso usata nei classici come grido di dolore o stupore, fu probabilmente scartata perché foneticamente meno incisiva, estranea alla fonetica italiana o troppo malinconica rispetto al più solare e dinamico Eja.
Anche qui, la scelta non era casuale. Eja possedeva una lunga tradizione medievale. La stessa esclamazione ricorre nelle cronache delle crociate e nella letteratura toscana medievale, tra cui Boccaccio, dove veniva usata per esprimere meraviglia e stupore.
D’Annunzio, uomo di cultura sterminata e abilissimo manipolatore simbolico, recuperò così materiali antichi per forgiare un linguaggio nuovo che ben potesse adattarsi anche a sul piano politico. Comparve nella Canzone del Quarnaro, composta per celebrare la beffa di Buccari, un’incursione effettuata nel 1918 da motoscafi armati siluranti della Regia Marina contro naviglio austro-ungarico nell’omonima baia sotto Fiume:
«Siamo trenta d’una sorte
e trentuno con la morte
eja, l’ultima: Alalà!»
Da quel momento il grido divenne inseparabile dall’immaginario dell’irredentismo adriatico e, in particolare, dall’impresa fiumana quando i legionari lo adottarono come saluto ufficiale.
Assieme ad altri simboli dannunziani, anche questo venne adottato dalle squadre fasciste, ammiratrici di D’Annunzio e delle sue gesta, trasformandosi in uno dei segni sonori più riconoscibili del regime fascista. Sin da subito Mussolini ne colse il potenziale politico e propagandistico: oltre a eja eja alalà, i discorsi dal balcone, il culto dell’azione eroica, le liturgie collettive e la teatralità delle adunate — tutti elementi già sperimentati nell’impresa di Fiume — inseriti dentro una moderna macchina del consenso divennero strumenti capaci di convertire la politica in emozione e spettacolo di massa. Grazie alla propaganda, nel giro di pochi anni l’eja eja alalà penetrò nel linguaggio comune. Dopo il 1945 il motto venne abbandonato.
Ma quando fu pronunciato la prima volta? Le testimonianze sulla sua nascita non coincidono del tutto. Tuttavia, le fonti concordano su due elementi decisivi: il luogo della nascita e il suo battesimo del fuoco.
Alla sera del 9 agosto 1917, presso l’aerocampo della Comina era prevista una incursione notturna nei cieli di Pola. La squadriglia stava per decollare. Gli equipaggi, come accadeva abitualmente negli ambienti militari europei, levarono il tradizionale «urrà». Ma per D’Annunzio, che partecipava alla missione, quel suono aveva qualcosa di estraneo. Il poeta non sopportava i richiami linguistici stranieri, soprattutto in un momento che ai suoi occhi doveva incarnare la grandezza italiana. L’«urrà» gli apparve improvvisamente freddo, inadatto, persino dissonante rispetto alla retorica eroica che cercava di costruire attorno agli aviatori:
Gli apparecchi tirati fuori dagli hangars rombavano impazienti; egli, in quella occasione, non partecipava, come era suo costume, alla giovanile baldanza di tutti gli aviatori, i quali quasi a lieto presagire, si appressarono a lui rumorosamente, emettendo un triplice “hurrah”. A questo grido il Poeta si alzò di scatto, interdetto. Impose il silenzio, e ricordando quanto già scriveva Virgilio, comandò : “Da oggi in poi noi aboliremo questo barbarico suono ed adotteremo come grido l’alalà col quale Achille aizzava i cavalli, ed al barbarico hip sostituiremo la chiara esclama- zione latina Eja”. Dopo di che invitava tutti i presenti a gridare con lui “Per l’ala d’Italia, eja, eja, eja! Alalà!”
Nato alla Comina tra suggestioni classiche, come tentativo di trasformare una missione militare in un gesto epico attraverso la forza della parola, ma contemporaneamente connotato da una importante dose di sciovinismo linguistico, il suo legame con il fascismo e con lo squadrismo finì per renderlo impronunciabile nello spazio pubblico dell’Italia repubblicana.
Per approfondire:
- Giacomo Serafin, Dove e come nacque il grido Eia! Eia! Eia! Alalà!, in “Il Noncello”, 34 (1972), pp. 83-86.
- Emilio Gentile, Il culto del littorio. La sacralizzazione della politica nell’Italia fascista, Laterza, Roma-Bari, 2001.
- Rocco Luigi Nichil, «Per alfine abolire il barbarico grido…». Frammenti di xenofobia linguistica e onomaturgia nella prima metà del Novecento, in «La Lingua Italiana», Fabrizio Serra editore, Pisa-Roma, 2017, pp. 119-136.
- Federico Carlo Simonelli, D’Annunzio e il mito di Fiume: riti, simboli, narrazioni, Carocci, Roma, 2022.
Pordenonese, classe 1992. Ho conseguito il dottorato di ricerca in Studi storici tra l’Università di Padova, Ca’ Foscari di Venezia e l’Università di Verona. Mi sono laureato con una tesi sul rapporto tra Ca’ Foscari e la Dalmazia, vincitrice del Premio “Maria Cavallarin” 2020 dell’Ateneo Veneto di Scienze, Lettere e Arti. Mi piace pensarmi come uno spettatore di eventi che un giorno saranno considerati storia. Per questo scrivo con passione per le mie amate Radici.