Chiunque si accosti allo studio della storia del Novecento lo nota con facilità: nei primi decenni del secolo l’Italia fu attraversata da un diffuso entusiasmo per il progresso, per la tecnica, per il cemento armato, percepito come lo strumento capace di rifondare il mondo su basi razionali, ordinate, moderne. Le linee si fecero più nette, le superfici più essenziali, le decorazioni furono progressivamente ridotte. Si affermò l’idea che anche la città potesse essere progettata come un sistema coerente, governato da principi chiari.
Pordenone non fece eccezione. La demolizione della Porta della Bòssina rappresentò soltanto il primo segnale di una trasformazione più ampia. Nei decenni successivi la città si espanse, si ridisegnò e, soprattutto, mutò il proprio modo di concepirsi: non più come organismo cresciuto per stratificazioni successive, ma come spazio da organizzare secondo una visione moderna.
Lo stile eclettico ottocentesco, caratterizzato dalla compresenza di riferimenti storici diversi, lasciò progressivamente spazio a un linguaggio architettonico più coerente e severo: il razionalismo. Con questo termine si indicava un’architettura fondata su geometrie semplici, volumi definiti, riduzione dell’apparato decorativo e centralità della funzione. Anche il richiamo alla classicità, quando presente, non assumeva carattere nostalgico, ma veniva reinterpretato in forme nuove, monumentali e semplificate.
In questo contesto maturò l’idea di realizzare una nuova sede per il Partito Nazionale Fascista: la Casa del Fascio, oggi sede della Prefettura.
All’inizio degli anni Trenta la sede del partito era collocata in un edificio modesto in Piazza della Motta, ritenuto ormai inadeguato sia per dimensioni sia per valore simbolico. Furono inizialmente ipotizzati interventi di adeguamento: una nuova scala, un balcone, alcune modifiche di facciata. Tuttavia queste soluzioni apparvero insufficienti. Il regime non cercava un adattamento, ma un edificio capace di rappresentarne visivamente l’autorità.
Nel 1934 il podestà Enrico Galvani deliberò la costruzione di una sede completamente nuova. Il progetto fu affidato a Cesare Scoccimarro, figura di rilievo del razionalismo friulano, che concepì un edificio moderno da collocare lungo l’attuale viale Martelli, in posizione strategica all’ingresso della città. L’intento era quello di realizzare un vero e proprio manifesto architettonico: linee essenziali, linguaggio deciso, assenza di compromessi formali.
L’evoluzione del progetto fu tuttavia complessa. Le risorse economiche si rivelarono insufficienti, i costi aumentarono e il piano regolatore urbano modificò le priorità di sviluppo. Si decise quindi di spostare l’edificio lungo l’asse di viale Marconi e dell’attuale via Matteotti, nell’ambito di un più ampio disegno volto alla creazione di una “nuova città” dotata di un nuovo centro.
Scoccimarro accettò di rielaborare il progetto, ma nel 1938 il suo incarico si interruppe. La progettazione passò quindi a Pietro Zanini, architetto di formazione moderna ma meno radicale nelle scelte espressive. Il suo progetto mantenne un impianto razionale nella distribuzione degli spazi, adottando però un linguaggio formale più classico e solenne.
Si procedette così a realizzare l’edificio che conosciamo. Questo fu sopraelevato rispetto al piano della piazza e reso accessibile tramite una monumentale scalinata. Grandi colonne segnavano l’ingresso alla corte d’onore. L’impianto complessivo era improntato alla simmetria e all’ordine. All’interno, una grande sala capace di accogliere circa mille persone costituiva il fulcro simbolico del complesso. Era inoltre previsto un sacrario, destinato al culto politico dei caduti. Su richiesta del Direttorio nazionale fu inserita nel progetto anche una torre littoria, elemento fortemente simbolico che tuttavia non venne mai realizzato.
La monumentalità dell’edificio rispondeva a una precisa esigenza politica. Anche in una realtà piccola e provinciale come Pordenone, il fascismo intese occupare lo spazio urbano in modo visibile e dominante, utilizzando l’architettura come strumento di rappresentazione del potere. La scalinata imponeva un percorso ascensionale verso l’edificio; le colonne richiamavano l’eredità dell’antica Roma; la grande sala era destinata alle adunate e ai discorsi. L’architettura assunse così il ruolo di propaganda costruita.
Il costo complessivo superò le 900.000 lire, una cifra quasi doppia rispetto alle stime iniziali. Per contenere la spesa si intervenne sui materiali e sulle finiture, semplificandole.
Con l’inizio della guerra emersero ulteriori difficoltà: la scarsità di combustibile e materiali, l’utilizzo dei sotterranei come deposito di legna, i problemi di ristagno dell’acqua nella corte interna. L’edificio presentò fin dall’origine alcune criticità, tipiche di realizzazioni in cui le ambizioni ideologiche superarono le possibilità pratiche.
Dopo il 1945 il quadro politico mutò radicalmente. Scomparso il fascismo, il Comune dovette dimostrarne la proprietà e le funzioni furono progressivamente ridefinite. Ospitò uffici pubblici, associazioni e, per un periodo, anche una sala da ballo ricavata nell’ex sala delle adunanze, fino a divenire sede della Questura e successivamente della Prefettura. Un luogo concepito per celebrare il potere politico si trasformò così in spazio amministrativo civile.
La Casa del Fascio di Pordenone può essere interpretata come un laboratorio storico e urbano, nel quale si intrecciarono ambizioni politiche, trasformazioni della città, tensioni tra progettisti e committenza, aspirazioni di modernità e vincoli economici. La sua monumentalità fu pensata come messaggio e come segno di un nuovo centro per una “città nuova”.
Le ideologie mutarono e le funzioni cambiarono, mentre l’edificio continuò a esistere. Come altri manufatti urbani, esso rimase testimonianza materiale di una stagione storica, ricordando che le città sono archivi di pietra. Anche l’architettura più recente conserva tracce di entusiasmi, paure e ambizioni: basta osservarla e leggerla, come si leggerebbe un testo, le cui pagine sono fatte di cemento e luce.
Per approfondire:
- Moreno Baccichet, Urbanistica e architettura a Pordenone nel Novecento: la Casa del Fascio, in “La Loggia”, 8 (2005), pp.7-27.
- Moreno Baccichet, Andrea Catto, Paolo Tommasella (a cura di), Pordenone Novecento. Guida alle architetture, Giavedoni editore, Pordenone, 2016.

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