Un vero primato per Pordenone esiste eccome, anche se oggi non tutti lo conoscono o lo riconoscono subito. Bisogna spostarsi un po’ ai margini della città, verso nord, in quella zona che prende il nome di Comina: un’area fatta di caserme, spazi militari e grandi vuoti che, a uno sguardo distratto, può sembrare quasi separata dal resto del tessuto urbano. Un luogo che molti pordenonesi conoscono solo di passaggio, senza averlo mai davvero “attraversato”.

Eppure proprio lì, in un angolo apparentemente periferico, si è aperta una pagina sorprendente della storia italiana del Novecento.

Per capire il valore della Comina bisogna fare un salto indietro nel tempo. Nei primi anni del Novecento, dopo il celebre primo volo dei fratelli Wright nel 1903, l’aviazione si sviluppò con una rapidità impressionante tra Europa e Stati Uniti. Restava a tutti gli effetti qualcosa di pionieristico: fragile, sperimentale, quasi irreale.

Nel 1910 alla Comina accadde qualcosa di straordinario: venne fondata una scuola di volo civile. Tra le prime del suo genere, senz’altro la prima in Italia ad avere un ruolo organizzato e riconosciuto a livello internazionale, questa ottenne riconoscimenti anche dall’estero e divenne un punto di riferimento per la formazione di piloti provenienti da tutta la Penisola.

Oggi siamo abituati all’idea di volare come gesto quotidiano: si prende un aereo come si prenderebbe un autobus a lunga percorrenza. Ma allora non era così. Vedere un velivolo sollevarsi da terra aveva un impatto emotivo enorme, quasi irreale. Per molti spettatori era un’esperienza paragonabile a ciò che potrebbe essere oggi assistere al primo sbarco umano su Marte.

I primi aerei erano macchine essenziali, quasi fragili: strutture in legno, tela e cordame, con motori leggeri appena sufficienti a sostenere il volo. E proprio per questo ogni decollo aveva qualcosa di spettacolare, sospeso tra ingegno e rischio. Chi li pilotava – in genere, chi aveva le possibilità per permetterselo, e non erano tanti – assumeva su di sé l’immagine di autentico pioniere e “cavaliere” dell’aria, suscitando la stessa ammirazione che la gente comune aveva per questa figura nel medioevo.

In questo contesto, la Comina diventò un piccolo centro di attrazione. Pordenone si fermava, osservava, si lasciava incuriosire e il pensiero correva. Nacque così una sorta di entusiasmo collettivo che oggi potremmo chiamare, con una certa libertà, una “volo-mania”. Cartoline, fotografie, racconti e articoli contribuirono a costruire l’immagine di una Pordenone che voleva presentarsi al mondo come “Città dell’aria”. Certamente non era uno slogan ufficiale bensì una costruzione culturale potente capace di definire un’identità. Altro non era che un modo di raccontarsi, di posizionarsi dentro una modernità che allora sembrava vertiginosa.

Come spesso accade nella storia delle innovazioni tecnologiche, però, la fase pionieristica non dura per sempre. L’aviazione smise progressivamente di essere soltanto sperimentazione e divenne rapidamente anche strumento strategico e militare. Il volo entrò nelle dinamiche della guerra, delle esercitazioni militari, delle infrastrutture difensive e offensive.

In questo cambiamento la Comina perse progressivamente centralità. Altri poli emersero e si rafforzarono, come l’area di Aviano, che divenne sempre più rilevante nel nuovo assetto dell’aviazione. Quello che era stato un laboratorio civile di innovazione si spostò altrove. E la Comina, lentamente, scivolò fuori dal centro della scena storica e simbolica.

Nel corso degli anni ci sono stati diversi tentativi di riportarne in auge il nome, senza successo. Più che un vero fallimento, la valorizzazione della Comina appare come una serie di occasioni mai pienamente compiute. Il luogo parte già con alcune difficoltà strutturali: è fisicamente separato dal centro, circondato da aree militari e privo di un passaggio spontaneo di persone. A questo si aggiunge un nodo più profondo: la mancanza di un’identità chiara.

Nel tempo la Comina è stata pensata come parco, sito storico, polo aeronautico, spazio naturale, senza che nessuna di queste visioni prevalesse davvero. Il risultato è stato un insieme di interventi frammentati, spesso legati a stagioni politiche diverse e mai consolidati. Anche il suo forte valore storico, legato ai primordi dell’aviazione, non è bastato: senza un’esperienza concreta e coinvolgente, la memoria rischia di restare astratta e di non trasformarsi in un vero motore di attrazione.

Allora viene naturale chiedersi: perché tornare oggi alla Comina?

Perché questo luogo, anche se oggi appare marginale o “dimenticato”, racconta qualcosa di molto più grande di sé. Racconta un’emozione storica e collettiva di fronte a un’invenzione che ha cambiato la storia dell’umanità; racconta una città che, in un preciso momento della sua storia, ha saputo collocarsi dentro un orizzonte di futuro, ha saputo immaginarsi non ai margini, ma in anticipo.

Oggi la Comina è ancora lì, fisicamente presente ma simbolicamente più distante. E forse la vera distanza non è quella geografica, tra il centro e la periferia, ma quella tra ciò che una comunità è stata capace di immaginare e ciò che oggi sceglie di immaginare per sé.

Varrebbe la pena, se non è possibile valorizzare quel luogo, almeno riconsiderarlo in chiave di brand storico della città. Pordenone non solo come città industriale, dei cotonifici, patria della Zanussi, di Pordenonelegge… ma anche Pordenone “Città dell’aria“. Occorre uno sforzo collettivo, culturale affinché ciò avvenga. Ma anche popolare, che riscopra autenticamente e senza forzature questo luogo.

Una domanda, in fondo, resta aperta: Pordenone è ancora capace di guardarsi con quello stesso sguardo audace, quello sguardo che un tempo le fece credere di poter essere una città del futuro?