Se sfogliamo il giornale o leggiamo le notizie su Pordenone l’impressione che abbiamo è quella di una città tranquilla. Quando capita un fatto importante, una rissa, un vandalismo, un omicidio, la cosa ci turba. Pordenone è una città piccola, il circondario è di ridotte dimensioni e la provincia è composta da piccoli centri sparsi: nulla a che vedere con la vita che scorre nelle grandi metropoli. Non siamo abituati a importanti fatti di cronaca. Però questi capitano e, del resto, sono sempre capitati. Con conseguenze anche peggiori di come le immaginiamo.
Anche la Pordenone di età veneziana amava pensarsi operosa e tranquilla. Industrie locali in crescita, commerci vivaci, fiere affollate: una piccola città che lavorava sodo e guardava al futuro. Ma sotto la superficie ordinata scorreva la materia eterna delle comunità umane: passioni, debiti, ambizioni, vendette. E talvolta sangue.
Nel luglio del 1576 il podestà scrive a Venezia per chiedere il bando perpetuo di Marzio Medicis, colpevole di aver ucciso un fornaio. L’omicidio aveva scosso profondamente il paese, non solo per la gravità del gesto ma per le “pessime condizioni” che lo avevano accompagnato. Per la prassi dell’epoca, le parole usate per descrivere il fatto appaiono misurate, quasi burocratiche e riduttive. Tuttavia, lo scandalo era enorme: in una comunità relativamente piccola, un delitto così non era solo un fatto giudiziario ma una vera e propria una ferita collettiva.
Le cronache del primo Seicento registrano risse e fatti di sangue con una precisione quasi notarile. Nel 1603 un agguato notturno lascia a terra Emilio Amalteo; diciassette persone risultano coinvolte. Quattro furono bandite dalla città, due incarcerate, cinque confinate. La giustizia veneziana non era tenera, ma cercava un equilibrio tra punizione esemplare e gestione politica dei conflitti. Il bando – l’esilio – era una pena frequente: espellere il problema dal corpo cittadino, come si cauterizza una ferita.
Anche famiglie illustri non erano immuni. Nel 1593 tre fratelli, discendenti di Giovanni Antonio de’ Sacchis, vengono banditi per una rissa. La fama artistica della famiglia non garantiva santità domestica.
Il Settecento aggiunge scene quasi teatrali. E’ il Carnevale del 1729, c’è una festa da ballo in piazza della Motta: due artigiani litigano, uno muore. L’uccisore fugge in Romagna. Tre giovani gentiluomini assistono alla scena da una finestra e, alla vista del sangue, svengono. Vengono soccorsi da tre ragazze della casa. La violenza è reale, ma la cronaca che descrive il fatto non rinuncia a una punta di ironia sociale.
Nel 1735 uno scarparo uccide un compagno in rissa, si arruola a Legnago per sfuggire al bando e poi muore tentando di disertare. Nel 1781 un altro omicidio in rissa costa all’autore dieci anni di galera. Con “galera” non è da intendersi la prigione ma il lavoro forzato ai remi della galera, nave veneziana, o in arsenale ed era una condanna durissima poiché era il corpo pagava direttamente il debito con la società.
Il caso più agghiacciante resta quello di Giovan Battista Piaia. Nel 1744, a vent’anni, custode di un’osteria, uccide due mercanti tirolesi nel sonno per derubarli. Occulta i cadaveri nell’orto. Per un po’ nessuno sospetta nulla. Poi il giovane, prima indebitato, inizia a spendere con disinvoltura e a svendere merce nei paesi vicini. Un pegno di cento ducati lo tradisce. Arrestato, confessa. I corpi vengono ritrovati. Il Consiglio dei Dieci a Venezia, organo politico-istituzionale di suprema sicurezza che agiva anche come tribunale criminale d’eccezione, lo condanna a morte: decapitazione e squartamento tra le colonne di San Marco, nel 1746.
Non mancavano furti, sacrilegi, borseggi durante le fiere. Una donna sorpresa a rubare gioielli nel 1754 viene esposta alla berlina per un’ora e poi scortata in giro per la città: punizione infamante più che cruenta. Nel 1684 viene rubata una preziosa croce d’argento con reliquia; nel 1762 spariscono corone votive dagli altari.
E poi c’è l’episodio del 1763, quasi un romanzo d’avventura. Quattro giovani sospetti arrivano in osteria con un asino carico di merce venduta a prezzi stracciati. Scattano i sospetti, suona la campana a martello: la merce sembra rubata. A Pordenone ci sono solo due esponenti delle forze dell’ordine, uno del reggimento e uno della Comunità. Questi inseguono i fuggitivi con l’aiuto del popolo armato alla meglio. Dopo ore di caccia tra strade e campi, li catturano. Ma in prigione accade l’imprevisto: una giovane contadina, innamorata di uno dei detenuti, gli fornisce una lima. La notte di Pasqua i prigionieri aggrediscono i due gendarmi e fuggono. La città vive giorni di paura, tra lettere minatorie e ronde armate a difesa del castello.
Infine, i suicidi. I registri parlano di una donna che si impiccò a una trave, forse per disperazione o per improvvisa follia, e che fu sepolta di notte, in luogo consacrato ma senza croce né campane, quasi a segnare una distanza imbarazzata della comunità.
Un facchino, schiacciato dai debiti e dalla malattia che lo rendeva inabile al lavoro, si gettò nelle acque del Noncello lasciando moglie e figli. Un altro uomo fece lo stesso al ritorno da un pellegrinaggio a Padova.
E ancora, un muratore ventiduenne di Montereale si tolse la vita nella casa dove lavorava. Non sono episodi clamorosi come le risse o gli omicidi, ma rivelano la durezza dell’esistenza e quanto fragile potesse essere l’equilibrio psicologico e materiale in una società priva di tutele moderne.
Il quadro che emerge non è però quello di una città violenta in senso endemico ma di una realtà in cui la criminalità appariva episodica, sufficiente a ricordare che anche una comunità laboriosa vive costantemente in equilibrio tra ordine e disordine.
La cosa più interessante, forse, è la fragilità della forza pubblica: due “agenti” in servizio ordinario per una città intera di qualche migliaio di persone, campane a martello per chiamare il popolo alle armi, conflitti di competenza tra podestà, provveditore e autorità superiori, l’intervento di una magistratura suprema e relativamente come il Consiglio dei Dieci. La giustizia veneziana era capillare ma non onnipotente. Funzionava perché la comunità vi partecipava, talvolta con zelo, talvolta con ambiguità, come quando i curiosi facevano l’elemosina ai detenuti in attesa di giudizio.
Oggi come un tempo, Pordenone è una città viva, attraversata da tensioni che conosciamo bene: risse, rivalità, desiderio di ascesa sociale, fragilità istituzionali. Cambiano i tempi, la gente, le armi e le leggi, ma l’essere umano resta quello che è: un animale narrativo e, allo stesso tempo, conflittuale.
Per approfondire:
- Andrea Benedetti, Storia di Pordenone, Il Noncello, Pordenone, 1964.
- Adriano Del Fabro, Criminali, sommosse e delitti del Friuli, Demetra, Udine, 2000.
Pordenonese, classe 1992. Ho conseguito il dottorato di ricerca in Studi storici tra l’Università di Padova, Ca’ Foscari di Venezia e l’Università di Verona. Mi sono laureato con una tesi sul rapporto tra Ca’ Foscari e la Dalmazia, vincitrice del Premio “Maria Cavallarin” 2020 dell’Ateneo Veneto di Scienze, Lettere e Arti. Mi piace pensarmi come uno spettatore di eventi che un giorno saranno considerati storia. Per questo scrivo con passione per le mie amate Radici.