Ci sono vite che sembrano seguire un percorso lineare, quasi scolastico. E poi ci sono quelle che, in un certo punto preciso della storia, si piegano bruscamente verso l’abisso – o verso la grandezza. La parabola di Franco Martelli appartiene a questa seconda categoria. Si tratta di una figura degna dell’appellativo di patriota, al punto da essere ricordato con il nome di una trafficata via del centro di Pordenone.
Nato a Catania il 30 dicembre 1910 (registrato all’anagrafe il 5 gennaio 1911), Francesco Carlo Giuseppe Martelli crebbe in un ambiente borghese colto e profondamente cattolico. Il padre, Emanuele, professore universitario di matematica, insegnò in diversi atenei italiani e incarnava una visione conservatrice, monarchica e legata alle istituzioni ecclesiastiche. La madre, Maria Bonetti, proveniva da una famiglia agiata di Augusta. Era un’Italia in cui l’ordine sociale sembrava una struttura solida, quasi immobile. Ma la storia del Novecento avrebbe dimostrato quanto quell’ordine fosse fragile.
Nel 1928, anziché iscriversi all’università, Martelli scelse la carriera militare, entrando come cadetto alla Regia Accademia di fanteria e cavalleria di Modena. Per una famiglia borghese dell’epoca, l’ufficialato rappresentava prestigio, disciplina, continuità con lo Stato. Era una scelta coerente con il suo ambiente e con le aspettative sociali.
Dopo la nomina a sottotenente nel 1930, proseguì la formazione presso il reggimento “Savoia Cavalleria” a Milano, perfezionando tattiche e tecniche equestri. Promosso tenente nel 1932, fu poi istruttore di equitazione a Modena e, nel 1935, destinato a Caltanissetta in un incarico atipico per un ufficiale di cavalleria. Il contesto era quello della preparazione alla guerra d’Etiopia.
Nel 1936 fu assegnato ai “Lancieri di Aosta” e poi alla scuola di cavalleria di Tor di Quinto. Nel frattempo, la sua vita privata prendeva forma: fidanzato con Elena Stefani sin dal 1931, divenne padre nel 1936 e poté sposarsi solo nel 1938, dopo aver ottenuto il permesso richiesto agli ufficiali di carriera.
Fino a quel momento, la sua traiettoria era quella di un ufficiale fedele alle istituzioni. Ma il 1943 spezzò molte fedeltà.
Dopo l’8 settembre 1943 e la nascita della Repubblica Sociale Italiana, gli ufficiali italiani furono chiamati a scegliere. Martelli si presentò al comando provinciale di Udine ma rifiutò di giurare fedeltà alla RSI, optando per il “trattamento di quiescenza”. Era una decisione che implicava conseguenze profonde.
Nel gennaio 1944 entrò in contatto con ambienti resistenziali legati alla componente cattolico-monarchica della Resistenza friulana, le formazioni della “Osoppo”. Scelse come nome di battaglia “Ferrini”, ispirandosi al giurista Contardo Ferrini, figura di riferimento del cattolicesimo sociale.
Non fu un rivoluzionario improvvisato, bensì un organizzatore. Collaborò all’arruolamento di nuovi membri, svolse attività informative e, per copertura, lavorò come “viaggiatore” presso le officine Safop di Pordenone, il cui proprietario sosteneva la lotta clandestina. La sua competenza militare lo portò rapidamente a ruoli di comando: divenne comandante del battaglione “Naonis”, poi capo di stato maggiore della brigata unificata “Ippolito Nievo B”, e infine comandante delle forze osovane della Destra Tagliamento.
I documenti dell’epoca mostrano un’organizzazione che cercava disciplina, coordinamento e collaborazione con le formazioni garibaldine e con il Comando Alleato. Si trattava di una struttura che, tra rastrellamenti, delazioni e scarsità di mezzi, tentava di opporsi a un apparato repressivo potente.
Il 25 novembre 1944, durante un’operazione antipartigiana, Martelli fu arrestato a Pordenone. La sua copertura era stata compromessa. Dopo un primo interrogatorio senza prove decisive, una successiva perquisizione portò al ritrovamento di carte carbone utilizzate per redigere verbali clandestini: un dettaglio apparentemente banale, ma sufficiente per incriminarlo.
Il processo davanti al tribunale militare tedesco fu rapido. Le testimonianze concordano su un punto: gli fu offerta la possibilità di salvarsi collaborando. Rifiutò. Sono soldato e uomo d’onore, da me non saprete mai nulla, avrebbe dichiarato.
Condannato a morte, affrontò la fucilazione il 27 novembre 1944 presso le caserme di via Montereale. Rifiutò la benda sugli occhi e chiese di comandare il plotone di esecuzione. Morì gridando: Viva l’Italia libera.
Anche tra gli ufficiali tedeschi il suo comportamento suscitò ammirazione e tensioni interne, come emerge da lettere successive di un soldato presente agli eventi. Non è un dettaglio secondario: la dignità individuale può incrinare persino apparati repressivi che sembrano monolitici.
Dopo la Liberazione, la memoria di Martelli fu immediatamente celebrata. A Pordenone, oltre all’omonima strada, gli fu dedicata una lapide nel luogo dell’esecuzione; nel 1947 gli fu conferita la medaglia d’oro al valor militare alla memoria. Le brigate osovane riorganizzate nel 1945 furono dedicate al suo nome.
Al di là delle intitolazioni e delle commemorazioni ufficiali, il percorso di Martelli pone una riflessione di più ampia portata. Egli non fu un rivoluzionario ideologico nel senso tradizionale del termine. Proveniva, infatti, da un ambiente conservatore, monarchico e profondamente cattolico, e la sua formazione si radicava in una cultura dell’ordine e della fedeltà istituzionale.
L’adesione alla Resistenza non rappresentò dunque una conversione politica improvvisa, bensì una scelta di coerenza morale e civile: la difesa di un’idea di Stato, di legalità e di dignità militare che egli riteneva compromesse dall’occupazione nazista e dalla collaborazione fascista. In tale prospettiva, la sua figura si configura come espressione autentica di patriottismo, inteso non come adesione retorica, ma come assunzione consapevole di responsabilità di fronte alla storia.
Per approfondire:
- Fabio Tafuro, Franco Martelli. Storia di un protagonista della Resistenza pordenonese, Comune di Pordenone, Pordenone, 2003
Pordenonese, classe 1992. Ho conseguito il dottorato di ricerca in Studi storici tra l’Università di Padova, Ca’ Foscari di Venezia e l’Università di Verona. Mi sono laureato con una tesi sul rapporto tra Ca’ Foscari e la Dalmazia, vincitrice del Premio “Maria Cavallarin” 2020 dell’Ateneo Veneto di Scienze, Lettere e Arti. Mi piace pensarmi come uno spettatore di eventi che un giorno saranno considerati storia. Per questo scrivo con passione per le mie amate Radici.