Piero Pisenti è senza dubbio una delle figure più complesse e controverse della storia politica pordenonese del Novecento. Avvocato, amministratore pubblico, dirigente fascista, parlamentare e, durante la Repubblica sociale italiana, ministro della Giustizia, attraversò alcune delle principali fratture della storia italiana del secolo scorso. La sua vicenda personale riflette, in particolare, la trasformazione dei ceti dirigenti friulani dall’età liberale al fascismo e le difficoltà, nel dopoguerra, di fare i conti con quell’eredità.

Quando nel 1913 Pisenti arrivò a Pordenone, la città era ancora lontana dall’essere il centro industriale che sarebbe diventata nel secondo dopoguerra. Era però una realtà economicamente dinamica, nella quale convivevano una solida tradizione liberal-radicale, un movimento socialista radicato nel mondo operaio e una borghesia imprenditoriale sempre più consapevole del proprio peso. Proprio in questo ambiente Pisenti avrebbe iniziato una carriera destinata a portarlo dai palazzi municipali pordenonesi al vertice della Repubblica sociale italiana.

Nato a Perugia il 1° dicembre 1887, Pisenti apparteneva a una famiglia di origine friulana profondamente inserita nel mondo della cultura e delle professioni. Il padre Gustavo, medico e docente universitario originario di Spilimbergo, fu una figura della democrazia pordenonese; la madre Italina era figlia del filosofo Francesco Acri. Dopo gli studi di economia politica a Monaco di Baviera e la laurea in giurisprudenza a Bologna, Pisenti tornò in Friuli e nel 1913 iniziò a esercitare l’avvocatura a Pordenone.

Inizialmente frequentò gli ambienti socialisti e democratico-radicali e, nel 1915, venne eletto consigliere comunale e assessore all’Istruzione nella giunta del sindaco Carlo Policreti. Era una stagione nella quale socialisti e radicali, pur divisi su molte questioni, avevano condiviso per anni importanti iniziative della vita cittadina. Il mondo operaio era ormai una componente essenziale della società pordenonese, anche grazie alla crescita delle industrie tessili e alla presenza di grandi stabilimenti come il Cotonificio Amman. Gli scioperi dei cotonieri del 1906 avevano già mostrato la capacità di mobilitazione del movimento operaio e la centralità della questione sociale nella politica cittadina.

La guerra avrebbe spezzato questo equilibrio. Pisenti, inizialmente volontario, ottenne successivamente l’esonero dal servizio militare, circostanza che gli sarebbe stata rimproverata negli anni successivi sia dai socialisti sia da fascisti dissidenti. Dopo Caporetto assunse incarichi amministrativi presso le strutture comunali trasferite a Firenze e partecipò alla polemica patriottica contro coloro che erano rimasti nei territori occupati. La contrapposizione fra i profughi e i «rimasti» fu decisiva nel formare una nuova idea di appartenenza nazionale, nella quale la fedeltà all’Italia veniva misurata anche sulla base dell’atteggiamento tenuto durante l’occupazione.

Nel novembre 1918 Pisenti tornò a Pordenone come commissario regio. La guerra era terminata, ma le tensioni sociali erano appena cominciate. Il dopoguerra portò inflazione, conflitti sul lavoro, agitazioni contadine e una crescente paura del socialismo tra i proprietari e gli imprenditori. In questo contesto maturò la trasformazione politica di Pisenti.

Nel 1920 promosse la scissione di un gruppo di agrari pordenonesi dall’Associazione agraria friulana e fondò il Partito del lavoro, una formazione di orientamento corporativo e fortemente antisocialista. Attorno al nuovo progetto si raccolsero esponenti del mondo imprenditoriale e agrario, fra i quali l’industriale tessile Luigi Spezzotti, destinato a diventare uno degli alleati più importanti di Pisenti.

Il passaggio al fascismo fu quindi anche il risultato di una convergenza fra interessi economici e reazione politica. Le squadre fasciste offrivano a una parte dei ceti dirigenti uno strumento per contrastare il movimento operaio e contadino, mentre uomini come Pisenti potevano fornire al fascismo competenze amministrative, relazioni politiche e legittimazione sociale. Nel 1921 il suo ruolo divenne centrale nella costruzione del fascismo friulano. Non fu però soltanto un dirigente di partito: Pisenti partecipò alla violenza squadrista che investì il Friuli e divenne il principale punto di collegamento fra il nuovo movimento e i settori della borghesia economica regionale.

Il rapporto con Mussolini fu poi decisivo. Nel 1922 Pisenti si schierò contro quanti, soprattutto in Veneto, guardavano a Gabriele D’Annunzio come possibile alternativa alla leadership mussoliniana. Il 20 settembre di quello stesso anno Mussolini, su diretto interessamento di Pisenti, scelse Udine per pronunciare il celebre discorso nel quale accettava la monarchia come elemento indispensabile della futura conquista del potere.

Dopo la marcia su Roma arrivarono gli incarichi: segretario federale, alto commissario per il Friuli e, nel 1923, prefetto della provincia unificata di Udine e Gorizia. L’esperimento amministrativo aveva anche una precisa dimensione nazionale e di confine: ridimensionare politicamente la componente slovena del Goriziano. Le resistenze locali ne avrebbero determinato il fallimento e la successiva ricostituzione della provincia di Gorizia.

Contemporaneamente Pisenti comprese l’importanza della stampa. Attraverso il Giornale di Udine, trasformato nel 1924 in Giornale del Friuli, costruì uno strumento di influenza politica regionale. La carriera di Pisenti non fu tuttavia priva di conflitti. Nel 1926 venne espulso dal PNF durante la fase di predominio di Roberto Farinacci e fu riammesso l’anno successivo grazie all’intervento di Mussolini. Negli anni Trenta rimase progressivamente ai margini delle prime file del regime, pur conservando relazioni importanti nel mondo economico friulano.

Questa marginalità non deve però essere intesa come opposizione al fascismo. Pisenti rimase un dirigente del regime, parlamentare dal 1924 fino alla caduta della dittatura, e nel 1939 partecipò anche alla legislazione razziale, intervenendo sulla normativa circa le Disposizioni in materia testamentaria nonché sulla disciplina dei cognomi nei confronti degli appartenenti alla razza ebraica. L’immagine successiva del «fascista eretico» va dunque confrontata con una realtà nella quale dissenso interno e piena appartenenza al sistema potevano convivere.

La prova più estrema arrivò dopo l’8 settembre 1943. Pisenti aderì alla Repubblica sociale italiana e, dal novembre, divenne ministro della Giustizia. Nel nuovo ruolo cercò di preservare alcuni spazi di autonomia della magistratura, opponendosi al giuramento obbligatorio dei magistrati e scontrandosi con le autorità tedesche sulla questione della sovranità nell’Adriatisches Küstenland. Nel processo di Verona cercò di far valere le proprie obiezioni giuridiche contro il procedimento e si dichiarò favorevole alla trasmissione delle domande di grazia dei condannati, fra i quali Galeazzo Ciano. L’intervento di Alessandro Pavolini impedì che tali richieste fossero sottoposte a Mussolini.

Dopo la Liberazione Pisenti fu arrestato il 21 giugno 1945 e rischiò la fucilazione. Nel 1946 venne assolto dalla Corte d’assise speciale di Bergamo dall’accusa di collaborazionismo; la Cassazione confermò la sentenza l’anno successivo. Tornato a Pordenone, riprese l’attività forense e difese numerosi imputati fascisti e neofascisti.

Nel 1977 pubblicò RSI. Una repubblica necessaria, proponendo una lettura fortemente giustificativa dell’esperienza di Salò. Continuò a definirsi un «fascista di sinistra», criticando il Movimento sociale italiano per la sua evoluzione conservatrice, e rimase legato agli ambienti della destra neofascista. Morì a Pordenone nel settembre 1980.


Per approfondire

  • Gian Luigi Bettoli, Una terra amara. Il Friuli Occidentale dalla fine dell’Ottocento alla dittatura fascista, IFSML, Udine, 2003.
  • Gian Luigi Bettoli, Pisenti Piero, in Dizionario Biografico dei Friulani, Nuovo Liruti (online)
  • Giuseppe Parlato, Pisenti Piero, in Dizionario Biografico degli italiani, 84 (2015)