Non è affatto facile scrivere una recensione riguardante lo spettacolo The Pride, che è stato messo in scena quest’ultimo finesettimana al Teatro Verdi di Pordenone con la regia e la presenza sul palco di Luca Zingaretti. Non è affatto facile per la scottante attualità del tema, ma ancor più perché si mischiano così pericolosamente passato recente, presente, futuro e le vite di così tante persone. Così tante e così diverse, i cui rapporti d’amore non sono classificabili, i cui rapporti sono così personali, appunto, da non poter essere inseriti all’interno di schemi non solo predeterminati, ma neanche postdeterminati.

Senza anticipare troppi elementi importanti della trama dello spettacolo, posso dire che vengono messi in scena due gruppi di tre persone che cercano il loro posto nel mondo, la loro autenticità, che non passa solo attraverso la loro dimensione sessuale, ma che di certo non si può negare lo faccia.

Il primo gruppo vive nel 1958, a Londra, ed è costituito da una coppia di sposi, Philip e Sylvia, e dal datore di lavoro di Sylvia, Oliver. Questi, un disegnatore per l’infanzia, è un uomo dolce, ancora non coniugato; quelli una coppia ferita per la mancanza di un figlio desiderato specialmente da lei e dall’insoddisfazione apparentemente soprattutto professionale di lui. Tutti e tre hanno un segreto, o meglio, un non detto: Oliver è omosessuale, Philip condividerebbe a sua volta questo orientamento sessuale pur reprimendolo, e Sylvia in qualche modo lo sa. Un’insoddisfazione generale, insomma, dettata dall’incapacità di trovare il proprio posto in relazione all’altro e in relazione a quello che si sente per l’altro.

L’altro gruppo presenta altre tre persone, che vivono però nella Londra del 2015. Portano gli stessi nomi dei personaggi del primo gruppo, ma questa volta Oliver, un giornalista, è appena stato lasciato da Philip, un fotoreporter, e, per evitare di pensare troppo a Philip, ha un fortissimo bisogno della sua migliore amica, Sylvia, che ha appena iniziato una storia con un ragazzo che le piace molto, Mario. Oliver è stato lasciato da Philip perché ha una caratteristica che l’amato non può accettare: è un assiduo praticante di sesso occasionale con gli sconosciuti. Per Oliver quello che lui vive con Philip è diverso da quello che vive con gli sconosciuti, ma persino Sylvia fa fatica a prendere le parti di Oliver.

Tre personaggi, due epoche, tre modi differenti di vivere i rapporti d’amore con gli altri e con sé, alla ricerca di un’autenticità che non consiste nel rientrare in schemi, che oserei dire nessuna legge umana può stabilire, ma nel vivere nel dinamico equilibrio di chi si ama, ama ed è amato.

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