«Mi estas el Pordenone», ovvero «io sono di Pordenone». Ma in che lingua stiamo parlando? Potremmo dire di star comunicando in tutte le lingue del mondo contemporaneamente…o forse in nessuna: stiamo parlando dell’esperanto.
Si tratta di una lingua pianificata, nata tra il 1872 e il 1877, a opera del medico e linguista ebreo polacco Ludwik Lejzer Zamenhof, ad oggi la più conosciuta e utilizzata tra le lingue ausiliarie internazionali: moltissimi, infatti, sono stati gli esperimenti, dalla fine dell’Ottocento in poi, di lingue artificiali inventate per la comunicazione tra persone di differenti nazioni che non hanno in comune una stessa lingua; l’esperanto, ad esempio, nacque proprio nel momento in cui la lingua artificiale Volapük, coniata dal sacerdote cattolico tedesco Johann Martin Schleyer, era al suo apice. La prima grammatica di esperanto, dal titolo Unua libro, uscì il 26 luglio 1887 a Varsavia, in lingua russa, presso la stamperia Kelter. In questa prima pubblicazione l’idioma veniva definito lingvo internacia (ovvero «lingua internazionale») e il suo inventore compariva con lo pseudonimo di Doktoro Esperanto, che significa «il dottore che spera» (dal verbo esperi, ossia sperare; esperanto è il participio presente sostantivato).
Obiettivo e speranza del suo ideatore e di quanti ancora oggi aderiscono al movimento internazionale esperantista è promuovere un medium linguistico accessibile e semplice, ma espressivo per il dialogo internazionale, in grado di garantire comprensione e pace grazie ad una seconda lingua che non appartiene più ad una singola nazione, ma all’umanità intera.
Le sue regole grammaticali tendono a minimizzare le eccezioni, mentre i vocaboli e la semantica sono tratti per la maggior parte dalle lingue indoeuropee, in particolare romanze, ma anche germaniche, slave, nonché dal latino e dal greco. Si tratta di una lingua fortemente agglutinante e isolante, con prefissi e suffissi che possono essere ricombinati liberamente con diverse radici, in modo tale da comunicare anche disponendo di una vocabolario ristretto e riducendo al minimo l’ambiguità linguistica.
Non c’è da stupirsi che Zamenhof fosse un poliglotta: nella vita di tutti i giorni parlava russo e polacco, mentre l’ebraico gli fu insegnato dal padre e a ciò va aggiunto lo studio, in quanto studente del ginnasio di Varsavia, di greco, latino, francese, tedesco e inglese. Per questo motivo, il giovane era ben consapevole delle difficoltà riscontrate da una persona nell’apprendimento di una lingua straniera e, dopo alcuni anni di riflessioni ed elaborazioni (il cosiddetto protoesperanto), nel 1878, a soli diciannove anni, riuscì a dar vita ad una nuova lingua: l’evento venne festeggiato leggendo una poesia di fronte a sua compagni di classe da lui scritta nel neonato idioma. Ma il suo impegno glottologico non era visto di buon occhio da tutti: il padre, preoccupato che Zamenhof fosse distratto dagli studi di medicina, arrivò persino a bruciare il quaderno dei suoi appunti; perciò, per una redazione definitiva dell’esperanto, si dovette attendere il 1887.
In Italia l’esperanto giunse leggermente in ritardo rispetto ad altre nazioni: l’avevano preceduta grammatiche in inglese, ebraico, svedese, lettone, danese, bulgaro. Ma, nella primavera del 1890, le prime parole della lingua internazionale fanno la loro comparsa nel nostro Paese: Daniele Marignoni pubblica Esperanto ossia la più pratica delle lingue internazionali. Manuale compilato e corredato di copiosi esempi e di vokabolario [sic] per cura del Dr. Daniele Marignoni. Prezzo 60 Cent. Crema, Tipografia Carlo Cazzamalli. Si tratta della prima grammatica di esperanto in italiano.
Ben presto sorse un movimento esperantista, con gruppi attivi in diverse città, talvolta disponendo anche del loro periodico regionale: ad Udine, per esempio, nacque Esperanta Abelo (Ape esperantista). Questi diversi gruppi locali vennero riuniti nella Federazione Esperantista Italiana (FEI), nata a Firenze nel 1910. Per questo motivo incominciarono a diffondersi riviste a livello nazionale, tra le quali si distingue quella di Antonio Paolet (in friulano Paulet), giovane tipografo e in seguito editore di San Vito al Tagliamento.
Nel 1908 Paolet partecipò al quarto Congresso Universale di Esperanto, svoltosi a Dresda. Affascinato dall’idea di una comunicazione universale tra i popoli e dalle implicazioni sociali e culturali che ne potevano derivare e con il supporto del sacerdote pordenonese Giacomo Bianchini, segretario mondiale degli esperantisti cattolici, diede vita alla sua tipografia in via Pomponio Amalteo, a San Vito. Riuscì a mettersi in contatto con il professor Corrado Grazzini, presidente della Cattedra Italiana di Esperanto, e al 10 gennaio 1913 risale la prima pubblicazione del periodico bisettimanale L’Esperanto. Di seguito l’invito con il quale si sollecitavano gli italiani ad accostarsi alla nuova lingua e ad farla imparare ai ragazzi:
Oggi i vostri figli devono vivere della vita di tutto il mondo, perché devono viaggiare per il commercio, per lo studio, per guadagnarsi il pane: ma ai confini d’ogni nazione sta l’ostacolo formidabile di una lingua che per apprendere occorre sacrificio di tempo e di denaro. L’Esperanto è oggi conosciuto in tutti i paesi del mondo, e per esso i vostri figli troveranno dovunque i migliori amici: a chi sa l’Esperanto non occorrono più le lingue straniere.
Sono questi i propositi che animano gli intenti e le pubblicazioni della tipografia, che segue una duplice filone editoriale: da un lato la traduzione in esperanto di classici della letteratura italiana, dall’altro la realizzazione di grammatiche, dizionari e altri strumenti didattici il cui scopo era consentire l’apprendimento della lingua. Del primo filone fanno parte, ad esempio, La pesto en Milano dum 1630, tratto dai capitoli 31° e 32° de I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni, tradotta da P. C. Monti e pubblicata nel 1921; Cavalleria Rusticana di Giovanni Verga, tradotta da Rodolfo Castagnino e pubblicata ne 1923; La floretoj de s. Francisko – Klasika Itala verko de la XIII jarcento, tradotti da Francesco Pizzi, con una prefazione di padre Modesto Carolfi e pubblicati nel 1926; Pri la dovoj de l’homoj di Silvio Pellico, tradotto da Achille Tellini; Historio de Kristo, di Giovanni Papini pubblicata nel 1931; Sakludado (Una partita a scacchi) di Giuseppe Giocosa, pubblicata nel 1957.
Qualche anno prima rispetto a questa data Paolet aveva chiuso definitivamente la sua tipografia, non interrompendo, tuttavia, la sua attività di editore, che proseguì appoggiandosi alla tipografia Primon, con sede sempre a San Vito. Nella produzione editoriale di Paolet si annovera anche una sezione rivolta all’infanzia, come nel caso di Koro – Libro por knaboj, di Edmondo De Amicis, tradotto da Ettore Fasce nel 1937.
Ma ancor più consistente fu il filone della manualistica didattica e della riflessione linguistica sulla nuova lingua: in questo senso il dibattito poté svolgersi grazie all’attività della rivista L’Esperanto, con sede della redazione a Bologna, ma edita da Paolet a San Vito. La struttura della rivista, la cui redazione si trasferì a Udine nel 1930, venendo rinominata Rivista Italiana di Esperanto, era divisa in tre parti:
1. Un articolo sulle condizioni dell’esperanto, per rendere consapevoli i lettori dell’importanza del suo apprendimento;
2. una lezione di grammatica, esercizi e dizionario;
3. un articolo con aggiornamenti sui progressi internazionali dell’esperanto.
Paolet, inoltre, pubblicò il primo vocabolario di esperanto-italiano nel 1913, cui seguirono, nel 1954 e nel 1955, due edizioni, rispettivamente Italiano-Esperanto ed Esperanto-Italiano, entrambe curate da Corrado Grazzini, sempre edite da Paolet, ma, questa volta, stampate da Primon.
Riguardo i manuali, il primo ad essere pubblicato fu Esperanto – Grammatica, esercizi in otto lezioni, curato nel 1913 da don Giacomo Bianchini.
Ma, tra le traduzioni di scritti italiani realizzate dalla tipografia di Paolet, una in particolare balza subito all’occhio per il nome dell’autore: La Antikva Romo Surmare (Roma antica sul mare), lezione di Benito Mussolini, tenuta a Perugia, pubblicata nel 1928. Mussolini stesso, in occasione della sua visita a Venezia, si sarebbe complimentato con il consigliere comunale Calandri, che gli aveva sottoposto una copia di una Guida di Venezia scritta in esperanto.
Bene! Bravi! Continuate.
Queste sarebbero state le parole del duce in seguito al suo primo incontro con il movimento esperantista che, come altre organizzazioni culturali, per garantire la propria sopravvivenza, decise di schierarsi a favore del regime fascista, compresa la stessa rivista di Antonio Paolet.
Per approfondire:
Tipografie per l’educazione nel Pordenonese, tra Otto e Novecento*, La tipografia in Esperanto di Antonio Paolet, anche Esperantista Presejo Antonio Paolet, di San Vito al Tagliamento, Stefano Agosti, ProPordenone
Alla ricerca della democrazia linguistica: l’Esperanto in Italia, Carlo Minnaja
Nato a Pordenone il 5 gennaio 2006, mi sono diplomato al liceo scientifico Michelangelo Grigoletti. Da una profonda passione per la matematica e la fisica mi sono gradualmente rivolto verso il mondo classico e la linguistica antica, accompagnati da una forte attrazione per la pittura e l’arte in tutte le sue forme. Ora studio lettere antiche presso la Scuola Galileiana di Studi Superiori a Padova. Mi definisco un liberale europeista e penso che questa commistione di passioni, prospettive e valori possa costituire la mia guida per un’autentica e fertile valorizzazione della storia e della cultura del Pordenonese.