Nel cuore della Pordenone antica c’era un punto di riferimento che, più di altri, teneva insieme la vita del quartiere: la Colonna di Borgo Colonna. Oggi la vediamo in un contesto diverso, spostata e circondata da una città che nel tempo si è allargata e trasformata, ma per secoli quel manufatto ha rappresentato un segno preciso nello spazio urbano, un piccolo faro attorno al quale si organizzavano percorsi, incontri e memorie.

Il borgo che le dava il nome era uno dei più antichi della città. Si trovava tra le attuali vie Bertossi e Cavallotti, e si estendeva verso la zona di San Carlo. Lì, in una piazzetta oggi scomparsa, la Colonna occupava il centro della scena: un elemento semplice, ma capace di orientare lo sguardo e di dare identità a un luogo molto frequentato.

La sua forma era quella tipica delle colonne votive diffuse nel territorio: un basamento robusto, una colonna sottile, un tabernacolo pentagonale e un pinnacolo che ne completava la verticalità. Un equilibrio di linee che univa devozione e presenza urbana, senza eccessi decorativi ma con una sua eleganza.

Sull’origine dell’opera non abbiamo certezze. La tradizione popolare la colloca tra Seicento e Settecento, come gesto di ringraziamento degli abitanti del borgo per essere scampati a un’epidemia. Ma un indizio emerso durante il restauro del 1988 apre scenari più antichi: sotto gli strati più recenti comparvero tracce di affreschi sulle cinque facce del tabernacolo. Quei frammenti, poi rimossi, sono stati avvicinati all’ambiente artistico di Antonio Maria Zaffoni, detto il Calderari, attivo nel Cinquecento. Se questa lettura fosse corretta, la Colonna avrebbe radici rinascimentali, o almeno una fase decorativa molto più antica di quanto si pensasse.

C’è un dettaglio che ricorda come il manufatto fosse parte integrante della vita quotidiana, non solo un oggetto di devozione. Sui suoi lati erano fissati ganci che sorreggevano piccoli lumi a olio, sostituiti in seguito da lampade a petrolio. Era una forma rudimentale di illuminazione pubblica, che rimase in funzione fino al 1888, quando Pordenone introdusse la luce elettrica.

Il suo destino cambiò nel Novecento, quando la città iniziò a riorganizzare la viabilità. Alla fine degli anni Venti, per migliorare il collegamento con Cordenons, il Comune ampliò l’area tra via Cavallotti e la piazzetta originaria, poi trasformata in piazzale Duca d’Aosta. La Colonna venne così rimossa e ricollocata nel cosiddetto “largo della Beorchia”, un antico bivio oggi corrispondente all’incrocio tra via Colonna e via Vallona. Quel punto era un riferimento per chi si dirigeva verso nord-est, dunque la Colonna, rinominata “della Beorchia”, continuò a svolgere il ruolo di segnale urbano, pur in un contesto diverso.