AGLI STUDIOSI DELLA REGOLATA VOLGAR LINGUA GIOVANNI FRANCESCO FORTUNIO

Soleva io nella mia verde etade, sincerissimi lettori miei, quanto di otioso tempo dallo esercitio mio delle civili leggi mi venia concesso, tanto nella lettura delle volgari cose di Dante, del Petrarca e del Boccaccio, dilettevolmente ispendere. E scernendo tra’ scritti loro, li lumi dell’arte poetica e oratoria, non meno spessi, che a noi nella serena notte, si mostrino le stelle, e non con minor luce che in qualunque più laudato auttore latino, risplendere, non mi potea pensato che sanza alcuna regola di grammaticali parole, la volgar lingua così armonizzatamente trattassono.

Dante? Petrarca? Boccaccio? Possibile che si tratti di una manuale di grammatica e non di una storia della letteratura italiana? Sicuramente a scuola siamo stati abituati a leggere e studiare su volumi molti diversi da quello cui è dedicato questo articolo. Tuttavia, noi viviamo in un’epoca in cui le norme della lingua italiana si sono sedimentate da diverso tempo, benché l’idioma sia sempre soggetto sia un entità viva e soggetta a continui cambiamenti e influenze.

L’italiano che oggi parliamo deriva fondamentalmente dal fiorentino parlato dalla classe colta, quello che Manzoni conobbe dopo aver sciacquato i panni in Arno per ritoccare la lingua dei suoi Promessi Sposi. Ma prima di questa svolta storica l’italiano è stato, per secoli, una lingua esclusivamente letteraria e scritta, quasi totalmente immune alle influenze del parlato e ai diversi dialetti regionali, complice soprattutto la frantumazione politica e territoriale della penisola.

Ma una lingua, per essere riconosciuta come tale, ha bisogno di un canone di autori classici da assumere come modelli da imitare o, se si ha l’ambizione, emulare nelle proprie opere, in poesia e prosa; ed è proprio partendo dal modello delle Tre Corone che Giovanni Francesco Fortunio scrisse la prima, e spesso dimenticata, raccolta di Regole grammaticali della volgar lingua, di cui è proposto l’incipit: si tratta, infatti, della prima grammatica della lingua italiana a stampa, la cui editio princeps uscì ad Ancona nel settembre del 1516 (un esemplare è oggi conservato presso la Biblioteca del Seminario Arcivescovile di Udine).
Fortunio non fu solo il primo grammatico “pubblico” del volgare italiano, ma uno dei primi grammatici di lingua moderna: il merito della più antica grammatica europea a stampa va allo spagnolo Antonio de Nebrija (1492), anche se il primato sarebbe potuto essere italiano se Leon Battista Alberti avesse fatto stampare la Grammatichetta vaticana a lui attribuita. Tuttavia, la grammatica dell’Alberti risulta estremamente semplificata e rimase confinata in un ambiente ristretto, senza importanti conseguenze nel panorama culturale italiano. Al contrario fu il primo a mettere per iscritto una silloge di regole destinata, almeno negli intenti, ad un vasto e colto pubblico.

Nell’introduzione del suo manuale Fortunio afferma di aver precocemente affiancato la lettura delle opere in volgare di Dante, Petrarca e Boccaccio, ai suoi studi di diritto, la sua principale occupazione. Il Nostro si presenta come un appassionato di letteratura, convinto della pari dignità dei valori artistici raggiunti dalle lettere moderne e di quelli della tradizione latina. Anche la lingua volgare ha una sua stabilità codificabile in norme e riconoscibile nelle opere dei grandi autori (simili posizioni erano già state espresse dall’Alberti e da Dante nel Convivio e nel canto XXXVI del Paradiso). Tuttavia, il latino rimane termine importante di confronto: le categorie grammaticali classificatorie sono quasi sempre date per conosciute, rifacendosi a trattati di grammatica latina come Prisciano o alla più semplice Ars minor di Elio Donato. Spesso il latino è impiegato per individuare le “regole della mutatione” avvenute nell’ortografia italiana: la e latina diviene i, e molto più spesso i si converte in e, per cui Fortunio predilige disidero desiderospilunca  a spelunca

Nel Libro II, discutendo della lettera H, ammette quest’ultima solo all’inizio di parola, ma si dichiara a favore dell’abolizione dei nessi ph e supportando grafie come Cristoscola in luogo di Christo schola. Il tratta del Fortunio si caratterizza per un’evidente polemica nei confronti dell’uso della koinè cortigiana e per un ampia trattazione di problemi grafici che sono toccati solo di sfuggiti nelle Prose della volgar lingua da Pietro Bembo. Al Fortunio il toscano pare la migliore delle lingue da assumere come paradigma per un idioma italiano comune: ma non si tratta del toscano parlato al suo tempo, bensì di quello letterario, impiegato dai grandi autori del Trecento. Per questo difende grafie come lascio lasciare al posto di lasso lassare, Annibale in luogo di Hanibàlle (alla bolognese).

Dal momento che il toscano letterario è la lingua assunta come modello dal Fortunio, le opere delle Tre Corone, in particolare nelle edizioni aldine curate da Bembo, sono indagate con perizia meticolosa per potere ricavare delle regole fisse e ben definite del volgare da mettere su carta, sottraendosi all’approssimazione e al dubbio. Tuttavia, lo scopo della grammatica del Nostro non era la pubblicazione del risultato delle sue ricerche, almeno nella prima fase, ma l’ «ammaestramento di sé medesimo», come sottolinea nell’introduzione del manuale.
Nel Cinquecento, infatti, il dibattito sulla questione della lingua era un tema fortemente avvertito tra gli intellettuali del tempo e le forti divergenze tra le varie parlate locali imponevano la necessità di riferirsi ad un punto fermo, che Fortunio vide nelle Tre Corone. Emerge una posizione analoga a quella bembiana, benché precedente alle Prose della volgar lingua, anche se Bembo prenderà le distanze dalla grammatica del Fortunio, accusandolo addirittura di plagio. Bembo e Fortunio si guardarono con reciproca diffidenza, pur avendo qualche tratto in comune.

Riguardo le differenze, sorvolando circa l’indiscussa superiorità di Bembo sul piano teorico, risulta diverso anche il peso attribuito ai modelli trecenteschi: Fortunio, infatti, ricorre molto più spesso a Dante che a Boccaccio, a differenza di Bembo; tuttavia, come quest’ultimo, attribuisce un posto d’onore a Petrarca, benché sia citato in misura minore rispetto al sommo poeta. Il progetto complessivo del Fortunio avrebbe dovuto comprendere ben cinque libri, trattando anche del lessico, della costruzione dei verbi e della metrica del volgare; alla fine ne furono stampati solamente due ad Ancona dal tipografo Bernardino Vercellese; la morte dell’autore, avvenuta l’anno successivo alla pubblicazione del trattato di grammatica, impedì la stesura degli altri libri promessi.

Ma chi era di preciso il Fortunio? Un intellettuale slavo, dalmatino o di Pordenone (secondo le varie ipotesi sorte sulla sua origine) ? In realtà per quanto riguarda il ruolo svolto dai letterati periferici per la normazione del volgare è sufficiente sapere che egli fosse radicato nell’area dell’Umanesimo veneto: tuttavia, Andrea Benedetti ho fornito le prove della sua nascita “de Purtunaone“, in particolare nel villaggio di Sclavòns, tra Pordenone e Cordenons. Questo dato suggerisce un contatto con un altro grande umanista della zona, cioè Pietro Edo, volgarizzatore delle Consitutioni de la patria de Frivoli. Fortunio fu giurista, avvocato, notaio, giudice e magistrato spostandosi tra Trieste, Pordenone, Venezia e Ancona: qui, nel 1517, egli precipitò dalla finestra del palazzo pretorio, spinto da qualcuno o, probabilmente, suicida, come riportato dal bellunese Pierio Valeriano.


Per approfondire:
Regole grammaticali della volgar lingua, Giovanni Francesco Fortunio, a cura di Claudio Marazzini e Simone Fornara, Associazione Propordenone, 1999