Spesso l’abbondanza della produzione letteraria non coincide con la qualità delle idee e delle istanze espresse dalla parola poetica. È questo il giudizio complessivo e preponderante della critica nei confronti di uno dei maggiori esponenti di quella che fu la cultura rinascimentale nel Friuli occidentale nel XVI secolo: il poeta spilimberghese Gian Domenico Cancianini, la cui memoria a noi è giunta alquanto flebile e fumosa.
Nacque a Spilimbergo il 30 gennaio del 1547 (data con cui egli gioca in relazione al proprio nome, in quanto Giano corrisponderebbe al mese di gennaio e Domenico da domenica, che nel 1547 cadeva il 30 del mese), da Bernardino Cancianutto e Lucrezia. La famiglia apparteneva alla piccola nobiltà del paese, retto però dai Consorti di Spilimbergo.
Ricevette la prima istruzione dal maestro Leonardo Carga da San Daniele, professore di grammatica a Spilimbergo, dove qualche anno prima (1538) era stata fondata la celebre accademia Parteniana, la cui nascita si deve alla figura di Bernardino Franceschini meglio noto come Bernardino Partenio: si trattava di una sorta di scuola-convitto dove si svolgevano quotidianamente lezioni di latino, greco ed ebraico (tuttavia, già dal 1341 Spilimbergo ospitò una scuola di grammatica, dove trovavano accoglienza allievi dalla città, forestieri e una decina di allievi “poveri” per i quali pagava la Chiesa locale).
Ben presto il Cancianini sostituì il maestro nel ruolo di professore di belle lettere di Spilimbergo, ruolo che mantenne per tutta la vita, tranne per un periodo, attorno al 1593, durante il quale esercitò la stessa professione a Verona; di qui, tuttavia, se ne tornò subito, anche perché la famiglia era rimasta in Friuli e soprattutto per una grave vicenda di criminalità che aveva provocato la morte del primogenito Bernardino Fabio (episodio cui sono dedicati gli epigrammi III, 18-21 della sua raccolta). Nel 1589, a 42 anni, sposò Paolina, figlia di Alessandro Paolino di Tricesimo, notaio, letterato e poeta, dalla quale ebbe sei figli, di cui due morti in tenera età. Nel 1594, insieme ad altri, fu processato per eresia dall’Inquisizione udinese, a causa del ritrovamento di alcuni libri proibiti in casa di alcuni del gruppo e per certe idee in materia religiosa, specialmente riguardo il concetto di Purgatorio. L’ultimo atto ebbe luogo nel 1601: l’esito fu il proscioglimento. Il Cancianini morì il 7 febbraio del 1630 all’età di 83 anni e venne sepolto nella Chiesa di San Pantaleone, nella tomba di famiglia, oggi non più conservata.
Ciò che rende il nome del Cancianini degno di nota è la sua a dir poco abbondante produzione poetica in lingua latina e in volgare: i manoscritti a noi pervenuti ( Joppi 155, Bartolini 18 e il Cod. Ital. CI. IX) ci consegnano quattro libri di odi e tre di epigrammi, tutti dedicati a Erasmo di Valvasone, considerato il maggiore letterato friulano del tempo (cui il Nostro dedica l’ode di apertura del primo libro, con chiaro eco delle parole che Orazio rivolge a Mecenate all’inizio dei suoi Carmina). In totale sono a noi giunte 88 odi e 264 epigrammi; a questo corpus bisogna aggiungere le 153 composizioni in volgare e un madrigale in friulano che, sebbene brevissimo e non particolarmente significativo, ha il merito d’essere la più antica edizione a stampa di un testo friulano conosciuta.
A scapito di questa vasta e cospicua produzione il Cancianini non gode di buona fama letteraria: spesso non piace, o meglio, non piace a prima vista, a causa del suo stile oscuro, difficile, prolisso e ricercato, tanto in latino, quanto in volgare. Lorenzo Tesolin, introducendo la sua antologia, ritiene che la qualità dell’opera di Cancianini non fu tanto abbondante quanto il numero dei suoi componimenti, aggiungendo che, tuttavia, mettendo da parte la sezione scadente, molti versi rendono degno di memoria il ricordo del Nostro.
In ogni caso l’ideologia del Cancianini è all’insegna del grigiore: le sue poesie esprimono una sessualità avvertita come pericolo, un paesaggio rarefatto e privo di riferimenti noti e nomi di persona dal gusto mitologico e classicheggiante, che contribuiscono a favorire l’indeterminatezza. Del resto sono questi i principi della sua poetica, le cui considerazioni sono valide tanto per il latino quanto per il volgare, espressi in P. volg. 52:
Non fa poeta il verso,
ma il finger et il dire
quel che vero non è, ma al ver simile.
Et però se sentire
farassi lo mio stile
di vaghe voci e asperso,
come di sorte e fato,
di fortuna e destin c’han di vaghezza
più che di ver al lato
poetica adornezza
fia acciocché l’opra mia sia poesia
ed io per tal oprar poeta sia.
Il solo saper comporre versi non rende un uomo poeta: è l’invenzione che permette di fregiarsi di questo nome. Non si tratta di riprodurre la realtà all’interno della proprio opera, bensì di crearne una nuova: le storie narrate dal poeta devono avere più di «vaghezza» che di «vero».
Poeta poco amato, dunque, il Cancianini, dallo stile difficile, complicato, talvolta presuntuoso e sgradevolmente prolisso; caratteri in gran parte dovuti alla dimensione ostentatamente elitaria della poesia dell’epoca, tesa a mostrare la propria bravura nella padronanza del lessico, del metro, della conoscenza mitologica e letteraria, a volte al fine di entrare nelle grazie di qualche signore o potente del tempo (ad esempio l’ode III, 21, dedicata a Maria d’Austria).
Tra i temi principali della produzione latina delle odi possiamo ricordare le poesie d’occasione per la costruzione di nuovi edifici e monumenti, come il ponte di Rialto, la fortezza della città a pianta stellata di Palmanova o le fontane di Udine; la celebrazione della vittoria della cristianità nella battaglia di Lepanto contro il pericolo dell’invasione turca; la narrazione della cosiddetta “tragedia spilimberghese“, una faida interna alla famiglia dei Consorti; etimologie di fantasia, a partire dai nomi di nobili famiglie locali; l’origine mitologica e ctonia del granoturco.
Per quanto riguarda i libri di epigrammi frequenti sono i componimenti che hanno come argomento coppie di sposi, oggetto di battute di spirito. Nei tre libri compaiono anche poesie rivolte a parenti, amici, affetti, nonché alle diverse donne amate. Significativo, a tal proposito, è un sonetto scritto in latino e rimato come se fosse in volgare, in cui, riecheggiando Ovidio in Amores II, 4, rivolge una preghiera a Cupido perché gli accordi tutti i favori possibili con le donne, purché graziose e giovani.
Degno di menzione è anche l’epigramma III, 7, in cui il poeta descrive il suo ritorno a Spilimbergo dopo il breve soggiorno a Verona: come la rondine citata da Ovidio in Fasti II, 853, facendo ritorno a primavera, non sa se troverà la troverà, perché l’inverno si fa ancora sentire, così il Cancianini, avendo perso al suo ritorno il figlio Bernardino Fabio (alla cui morte è dedicata l’ode III, 33), non sa se potrà trovare pace.
Spostandoci alle rime in volgare anche in questo caso la poesia nasce dall’imitazione di modelli classici latini, ma con l’aggiunta dei modelli della letteratura volgare, primo fra tutti Petrarca: la ripresa del primo sonetto del Canzoniere è manifesta già dal madrigale di apertura della raccolta di Cancianini. Il richiamo al Petrarca è facilmente riconoscibile anche osservando i due temi fondamentali e spesso legati tra di loro nell’opera in volgare del Nostro: l’amore e la morte.
Ma ciò che maggiormente colpisce dell’opera di Cancianini è il latino da lui impiegato: artificioso, scolastico, costruito sull’imitazione e tendente ad un gusto per il concettismo; il suo è il latino del Rinascimento, che si avvale di hapax, nuovi composti, derivati e, soprattutto, arcaismi: perfetti indicativi in –ere anziché in –erunt; genitivi plurali della seconda declinazione in –um; infiniti passivi in –ier; queis per quibus; accusativi plurali in –eis.
La tendenza del poeta a innovare, creando nuovi costrutti o impiegando forme rare e arcaiche vede il suo modello indiscusso in Lucrezio: la possibilità di dar vita a nuove parole sempre con le stesse lettere (elementa) non era altro se non la trasposizione in ambito linguistico della teoria atomista del clinamen.
Oltre a Lucrezio, maggiori sono i richiami all’opera di Orazio, sia per il numero di libri delle odi, sia per la scelta dei metri. Si riconoscono, però, anche autori quali Virgilio, Catullo, Ovidio, Seneca, Giovenale, Apuleio e autori minori.
Anche la scelta dei metri è all’insegna dell’artificiosità e della ricercatezza: talvolta i suoi versi non dimostrano l’attenzione e la correttezza dei classici, ma in ogni caso sorprende la sua capacità di comporre in metri diversi e non comuni. Nei quattro libri di odi il metro prevalente è la strofe alcaica, seguita dalla saffica minore, ma si riscontrano anche sistemi asclepiadei secondi e terzi, distici elegiaci, metri giambici e metri molto rari come l’archilocheo terzo in Odi III, 5.
Nella sua produzione volgare la forma metrica più impiegata è il sonetto, non solo nella forma standard, ma anche rinforzata o con l’aggiunta di settenari; frequenti sono anche i madrigali, sia di tipo petrarchesco sia cinquecenteschi, affiancati dalle ottave, le odi, le frottole, le terzine incatenate e una sestina a retrogradatio cruciata.
La figura di Gian Domenico Cancianini, seppur nascosta nell’ombra della nostra storia letteraria e caratterizzata da un’imitazione dei modelli eccessivamente pedissequa e manieristica, testimonia un passato culturale piuttosto vivace in Friuli e in particolare nella città di Spilimbergo.
Per approfondire:
Le opere latine e volgari, Gian Domenico Cancianini, a cura di Mario D’Angelo, Pordenone, 2011
Nato a Pordenone il 5 gennaio 2006, mi sono diplomato al liceo scientifico Michelangelo Grigoletti. Da una profonda passione per la matematica e la fisica mi sono gradualmente rivolto verso il mondo classico e la linguistica antica, accompagnati da una forte attrazione per la pittura e l’arte in tutte le sue forme. Ora studio lettere antiche presso la Scuola Galileiana di Studi Superiori a Padova. Mi definisco un liberale europeista e penso che questa commistione di passioni, prospettive e valori possa costituire la mia guida per un’autentica e fertile valorizzazione della storia e della cultura del Pordenonese.