Un terrore nero attanagliò i cuori degli abitanti di Aquileia quando, nel 452 d.C., videro arrivare le armate unne sotto le loro mura. Attila, il Flagello di Dio, era infatti intenzionato ad espugnare la città romana e proseguire la sua avanzata in Italia. In molti conoscono il destino di Aquileia ma in pochi sanno che a mettere in moto gli eventi fu un anello, inviato da una donna disperata al sanguinario sovrano degli Unni, e che le sorti della città vennero decise da una cicogna.

 

Aquileia era inizialmente stata concepita come avamposto militare per tenere a bada le tribù barbariche sui confini italici. In seguito, acquisì notevole importanza come snodo rilevante nel commercio fluviale del tempo. Verso la fine del III secolo d.C divenne una delle capitali dell’impero e con l’avvento del cristianesimo un centro di divulgazione culturale e religiosa. Una città dalle dimensioni e dalla storia imponenti, definita dal poeta Ausonio (IV secolo d.C) la quarta più importante d’Italia.

Come giunse Attila, mostro sanguinario per i nemici, grandioso regnante per i suoi sudditi, a cingere d’assedio una delle più importanti città dell’Impero d’Occidente?

 

Va detto che i romani conoscevano gli Unni da ben prima della nascita di Attila. Questo popolo si era stanziato nella zona del Mar Nero già alla fine del IV secolo d.C. e successivamente si era stabilito in una parte della Pannonia (zona che comprendeva l’attuale Ungheria e parti di Austria, Croazia e Slovenia) ceduta dall’Impero d’Occidente in cambio dei loro servigi come mercenari nelle sue armate. Da quel momento iniziò un periodo caratterizzato da relazioni più distese fra gli Unni e l’Impero d’Occidente, mentre l’Impero d’Oriente continuava a subirne gli attacchi.

Nel 434 quando salirono al potere Attila e suo fratello maggiore Bleda le razzie e le guerre verso i romani d’oriente divennero sempre più frequenti: venne fatto un primo tentativo di invasione nel 435, che l’Impero d’Oriente scongiurò accettando di versare un tributo annuo; nel 445 Bleda morì, forse fatto assassinare dallo stesso Attila che, divenuto sovrano degli Unni, riprese le campagne militari contro l’Impero d’Oriente. Nel 447 arrivò a minacciare la capitale Costantinopoli, che però non riuscì ad espugnare.

 

Il pretesto per attaccare l’Impero d’Occidente si manifestò nel 450. Onoria, sorella maggiore dell’imperatore romano Valentiniano III, scrisse una lettera ad Attila con la quale spedì anche dell’oro ed il suo anello imperiale, chiedendo il suo aiuto per porre fine al suo fidanzamento con il senatore Flavio Basso Ercolano, voluto dal fratello. Alcune fonti sostengono che è probabile che la stessa si propose come nuova moglie del sovrano unno. Questa mossa le avrebbe certamente dato la posizione di potere che il fratello minore aveva sempre cercato di negarle. Attila accettò immediatamente la proposta, pretendendo come dote della donna metà dell’Impero d’Occidente.

 

L’ovvio rifiuto dell’imperatore a riconoscere la validità del fidanzamento scatenò però le ire del sovrano unno che armò un imponente esercito e saccheggiò diverse città della Gallia prima di venire fermato, con grande fatica, dal generale romano Ezio nella battaglia dei Campi Catalaunici del 451.

Un anno dopo però Attila con il suo esercito si mosse verso l’Italia ma, superata Trieste, venne bloccato ad Aquileia, rimasta fino ad allora inespugnata: c’era stato chi aveva provato, fallendo, a prenderla con le armi e chi come Alarico, il re dei Visigoti che espugnò Roma, preferì semplicemente aggirarla per non andare incontro ad un estenuante assedio.

Attila decise invece di conquistare la città, snodo importante sia per i traffici commerciali sia da un punto di vista strategico perchè garantiva il controllo dell’Italia nord-orientale.

Il re Unno si attestò sotto le mura con il suo esercito.

 

La città era fornita di mura possenti e al suo interno abbondavano i pozzi d’acqua potabile che facilitavano le operazioni di difesa. Lo storico Giordane, vissuto nel VI secolo, riportò infatti che la città oppose resistenza per lungo tempo, verosimilmente alcuni mesi.

Le armate di Attila impegnate nell’assedio furono tormentate da fenomeni atmosferici e dalle difficoltà nei rifornimenti del consistente esercito. L’inaspettata lunghezza dell’assedio inoltre minò il morale degli uomini del Flagello di Dio.

Procopio di Cesarea, quasi cent’anni dopo, riferì che, poichè dopo mesi di assedio gli Unni non erano stati in grado di espugnare la città, Attila aveva deciso di levare l’assedio. Tuttavia, un fatto singolare lo colpì proprio mentre l’armata si preparava a partire:

 

«Ma il giorno dopo, all’alba, mentre i barbari, lasciato l’assedio, stavano per mettersi in marcia, una cicogna, che aveva il nido sopra una torre della cinta di mura della città e vi allevava i suoi piccoli, improvvisamente spiccò il volo di là insieme coi suoi nati. Anche il maschio della cicogna volava intorno, mentre i piccoli, che non erano ancora affatto capaci di volare, in certi momenti si univano al volo del loro padre, in altri momenti si facevano portare sul suo dorso. Così volando si allontanarono dalla città.»

 

Allora Attila ordinò all’esercito di fermarsi, spiegando che la cicogna non sarebbe mai partita così con i suoi piccoli a meno che qualche tipo di sciagura non stesse per abbattersi su quel luogo. La cicogna ci aveva visto giusto, naturalmente:

 

«Così dicono che l’esercito dei barbari si dispose di nuovo all’assedio e poco dopo una parte delle mura, proprio quella che reggeva il nido dell’uccello, crollò all’improvviso, senza nessun motivo apparente, e in quel punto fu possibile ai nemici entrare nella città. Così Aquileia fu conquistata d’assalto.»

 

Aquileia non fu più la stessa: il tentativo di ricostruzione della città non resse la successiva invasione dei longobardi, poco più di un secolo dopo. Le funzioni della città vennero delegate ad altri centri: l’amministrazione civile a Venezia, l’episcopato a Grado.

La quarta città più importante d’Italia aveva subito la furia dei barbari e non si sarebbe mai più ripresa. Procopio concluse il passo sulle sorti della città con poche lapidarie parole: «Questa è la storia che riguarda Aquileia.»

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