Quando si parla di Pordenone l’immaginario collettivo richiama ancora soprattutto la sua anima industriale e imprenditoriale: il campanile che svetta accanto agli stabilimenti Electrolux e Savio, le ex caserme che raccontano il passaggio di generazioni di militari provenienti da tutta Italia. Un’identità concreta, operosa, che ha dato forma alla città per decenni.
Accanto a questo paesaggio si è però affermato un sistema di iniziative culturali capace di incidere sull’immagine urbana. Prima Cinemazero, poi, a partire dagli anni Duemila, Pordenonelegge e Pordenonepensa. Rassegne, progetti associativi, manifestazioni di nicchia, musei, centri d’arte e spazi permanenti hanno garantito una presenza culturale sempre più riconoscibile e una continuità che va oltre il calendario dei singoli festival.
Ciononostante, questo insieme, pur vitale, non basta ancora a consolidare l’idea di una vera “città della cultura”. Alcuni dati recenti confermano questa sensazione.
Nel 2025 la provincia di Pordenone è scesa al 69° posto nella classifica dedicata a cultura e tempo libero, perdendo 19 posizioni rispetto all’anno precedente. Gli indicatori de Il Sole 24 Ore — offerta, servizi, partecipazione, qualità — non collocano il territorio tra i più solidi del Paese. Al di là delle polemiche politiche che ne sono derivate, soprattutto sulla contraddizione in termini con il titolo di Capitale Italiana della Cultura assegnato alla città, il dato segnala un limite strutturale più che una contingenza.
Già nel 1991 Fabio Metz, osservando come i cambiamenti profondi di una città emergano con particolare chiarezza dalle sue istituzioni educative, affermava che Pordenone avesse costruito a lungo la propria identità sull’istruzione tecnica, coerente con la sua vocazione produttiva, mentre la tradizione umanistica avesse faticato a radicarsi, rimanendo spesso confinata a iniziative private o confessionali.
In questo quadro, in assenza di un polo universitario umanistico – che rende più complesso non solo produrre ricerca in questo ambito, ma anche attrarre comunità studentesche diversificate e trasformare la loro presenza in un elemento stabile della vita culturale urbana – la città si è affidata (e si affida) soprattutto a reti associative, piccoli centri di ricerca indipendenti sparsi e forme di cultura civica che svolgono un ruolo fondamentale.
Queste hanno però un limite non rappresentato dalla qualità bensì dalla discontinuità, dalla frammentarietà, dall’autoreferenzialità, talvolta dalla forte competitività. Ciò sfocia nella naturale e logica difficoltà a emergere nei grandi indicatori, che, al contrario, premiano sistemi coordinati e permanenti più che singole eccellenze.
Non ci si deve porre il problema se Pordenone “faccia abbastanza cultura”, ma come una città possa essere realmente culturale.
Uno studio del 2022 sulle cosiddette “città culturali” individua tre criteri fondamentali: il patrimonio materiale e immateriale, inteso come continuità tra storia e presente; la connessione sociale, ovvero reti, partecipazione e capitale sociale; l’esperienza quotidiana, che comprende scuola, arti, luoghi di incontro e pratiche culturali vissute come abitudine, non come consumo occasionale. La cultura, in questa prospettiva, diventa una vera infrastruttura civile, capace di sostenere identità, benessere e coesione democratica.
Il caso di Brescia, Capitale Italiana della Cultura 2023, è utile anche per città che non rientrano nella tradizionale categoria delle “città d’arte”. La trasformazione non è avvenuta grazie a un improvviso riconoscimento estetico, ma quando la cultura è stata trattata come un vero progetto di città. La svolta è stata politica e organizzativa: la città ha riconosciuto i propri limiti, ha evitato modelli imitativi e ha pensato la cultura come servizio pubblico.
A Brescia questo ha significato creare un modello cooperativo stabile tra amministrazione, fondazioni, musei, biblioteche, università, teatri, associazioni e imprese. Un sistema coordinato, capace di pianificare, evitare sovrapposizioni e dare continuità alle iniziative. Il Piano Strategico della Cultura 2030 ha poi integrato cultura, istruzione, welfare, mobilità e rigenerazione urbana, rafforzando l’idea che la qualità della vita passi anche — e in modo crescente — da qui.
Per Pordenone, città più piccola ma come Brescia di vocazione industriale, la lezione riguarda il metodo relativo alla costruzione di reti stabili, finalizzate a fare sistema, rafforzate da una visione condivisa e da una progettazione di medio-lungo periodo capace di coinvolgere attori diversi.
In questo senso, i grandi eventi rappresentano un’opportunità ma anche un rischio di iperconsumo senza una sedimentazione strutturale: la semplice tematizzazione nelle grandi aree del dossier del 2027 potrebbe non bastare.
Un ampio, strutturato e condiviso consorzio delle associazioni aperta alla partecipazione di imprese del territorio che valorizzi sinergicamente l’ampio tessuto associazionistico, lavorativo e culturale potrebbe rendere questo sistema più sostenibile. A questo consorzio prenderebbero parte imprese e privati interessati a emergere qualitativamente, in una logica di corresponsabilità che è già parte del DNA cittadino.
Forte della varietà, potrebbe inoltre godere di un’unica sede funzionale a riunioni ed eventi, come pure luogo di ritrovo per i giovani e studenti, alternativo alla Biblioteca Civica. L’obiettivo non sarebbe così aggiungere eventi o renderli tematizzati alla singola occorrenza, ma rendere la cultura più organizzata, continua, accessibile e riconoscibile come parte della vita quotidiana.
Pordenone non manca di energie culturali. La sfida è incanalarle e trasformarle da eccellenze episodiche in un progetto comune, pragmatico e condiviso, capace di parlare alla città così com’è e, allo stesso tempo, di indicare una direzione possibile per ciò che può diventare.
Con la Capitale Italiana della Cultura 2027 si intravede la volontà di “fare rete”. Si tratta di un inizio molto promettente: è stata data l’occasione e la fiducia di percepirsi come laboratorio culturale contemporaneo.
Auspico che questa riflessione venga colta e valorizzata.
Fonti:
- Paola Beccherle, Luciana Lazzeretti, Stefania Oliva, Analyzing the contribution of cultural heritage-related factors to city reputation. The case of civic museums in Brescia, Italy, “Cities”, 167 (2025), pp.106-337.
- Martina Massari, L’università pubblica italiana per città e territori. Politiche, casi e pratiche, Dipartimento di Architettura dell’Università di Bologna; Urban@it – Centro nazionale di studi per le politiche urbane.
- Fabio Metz, Istruzione e cultura, in Paolo Goi (a cura di), Pordenone. Una città, Edizioni Savioprint, Pordenone, 1991, pp.143-177, cit. pp.174-175.
- Qualità della vita, perse otto posizioni. A sorpresa male l’aspetto culturale. Pordenone dinamica ma discontinua. Critica l’opposizione, “Il Gazzettino”, 2 dicembre 2025
Pordenonese, classe 1992. Ho conseguito il dottorato di ricerca in Studi storici tra l’Università di Padova, Ca’ Foscari di Venezia e l’Università di Verona. Mi sono laureato con una tesi sul rapporto tra Ca’ Foscari e la Dalmazia, vincitrice del Premio “Maria Cavallarin” 2020 dell’Ateneo Veneto di Scienze, Lettere e Arti. Mi piace pensarmi come uno spettatore di eventi che un giorno saranno considerati storia. Per questo scrivo con passione per le mie amate Radici.