A monte del fiume Noncello sorge il castello di Torre di Pordenone, un maniero che custodisce una storia millenaria. Qui visse e operò il conte Giuseppe di Ragogna, ultimo discendente del ramo primogenito della famiglia nobile dei di Ragogna, le cui origini documentate risalgono al XII secolo. Nato il 24 settembre 1902, con questo background, egli ereditò subito una tradizione di cura e attenzione verso il passato, che trasformò in una missione personale: riscoprire, studiare e condividere la storia della sua terra.
Figlio del conte Antonio di Ragogna e della nobile Virgilia Sartori, fu segnato fin dall’infanzia da una perdita profonda: rimasto orfano di madre a soli sei mesi, trovò una figura materna nella domestica Regina Tedesco, detta Nena, alla quale resterà legato per tutta la vita.
Fin da giovane, Giuseppe si rivelò un carattere complesso: introverso, indipendente, poco incline alla disciplina e agli studi tradizionali. Frequentò solo irregolarmente la scuola, abbandonando presto i percorsi formali per seguire una formazione autodidatta. Tentò anche la via religiosa, entrando giovanissimo nell’ordine dei Frati Cappuccini con il nome di Filippo da Torre, ma l’esperienza durò poco: la rigidità della vita conventuale entrava in conflitto con il suo bisogno di libertà.
Tornato alla vita laica, iniziò un percorso di ricerca personale che avrebbe segnato tutta la sua esistenza. La scrittura divenne presto per lui una necessità vitale, una vera e propria “valvola di sfogo”. In pochi anni produsse una quantità impressionante di opere: drammi, commedie, novelle, racconti e romanzi, spesso osteggiati dalla famiglia e in particolare dal padre, che vedeva in questa attività una forma di inutile “romanticismo”. Nonostante rifiuti editoriali e critiche talvolta severe, Giuseppe non abbandonò mai il suo sogno di affermarsi nel teatro e nella narrativa. Tra le sue opere più significative si ricordano il dramma “La casa da trasportare”, premiato e rappresentato a Trieste, e il romanzo “Belvedere sulla diga” (1964), ispirato alla tragedia del Vajont. Non abbandonò mai neppure la poesia, come dimostrano raccolte quali “Il ciuffo sulla fronte”.
Il suo debutto letterario era avvenuto nel 1934 con il romanzo “Faro in pieno sole”, che gli procurò i primi riconoscimenti. Ma proprio nello stesso anno avvenne una svolta decisiva: la scoperta casuale di un sepolcreto nei pressi del castello di Torre accese in lui una passione destinata a durare tutta la vita, quella per l’archeologia. Da autodidatta, iniziò a scavare, raccogliere e studiare reperti, comprendendo progressivamente l’importanza storica del territorio.
Da quel momento, di Ragogna divenne il protagonista instancabile della ricerca archeologica nella Destra Tagliamento. Con mezzi limitati, spesso lavorando da solo e autofinanziandosi, riportò alla luce testimonianze romane, preromane e persino preistoriche, contribuendo in modo determinante alla conoscenza delle origini del territorio pordenonese. Il suo approccio era animato da uno spirito profondamente etico: non cercava tesori, ma tracce di memoria. Celebre la sua affermazione:
Io non ho mai trovato tesori: solo cocci, ma mi bastano quelli.
Il castello di Torre divenne il centro della sua attività: non solo abitazione, ma casa-museo, laboratorio e archivio vivente. Qui raccolse per decenni reperti, manoscritti, libri e documenti, trasformando ogni spazio in un luogo di studio e conservazione. Parallelamente continuò a scrivere e a pubblicare, collaborando con giornali, tenendo conferenze e partecipando alla vita culturale del Friuli.
Negli anni, la sua reputazione crebbe: fu membro di importanti istituzioni culturali e punto di riferimento per studiosi e appassionati. Tuttavia rimase sempre un uomo schivo, indipendente, geloso della propria libertà intellettuale. Rifiutò persino incarichi ufficiali, preferendo dedicarsi completamente alla ricerca.
Negli ultimi anni, consapevole del valore del suo lavoro, volle garantirne la continuità: con testamento olografo lasciò il castello e la sua collezione archeologica alla Regione Friuli Venezia Giulia, affinché diventassero patrimonio pubblico. Quel gesto trasformò definitivamente la sua opera individuale in un bene collettivo.
La vita di Giuseppe di Ragogna appare così come quella di un uomo fuori dagli schemi: scrittore, poeta, archeologo autodidatta, ma soprattutto instancabile custode della memoria. In lui convivono inquietudine e rigore, solitudine e passione, fragilità e determinazione. La sua eredità non è fatta di ricchezze materiali, ma di storia restituita, di frammenti ricomposti, di un dialogo continuo tra passato e presente che ancora oggi parla a chi sa ascoltare.
Per approfondire:
- Luca Gianni, Ragogna (di) Giuseppe, in Nuovo Liruti. Dizionario biografico dei Friulani, 3, Forum Editrice, Udine, 2011, pp. 2945-2948.
- Alberto Cassini, Giuseppe di Ragogna, in “Atti dell’Accademia San Marco di Pordenone”, 2/3 (2000-2001), pp. 431-440.
- Giovanni Battista Altan, Giuseppe di Ragogna, in Pordenon, 47° Congrès de Societât Filologiche Furlane, Arti Grafiche Friulane, Udine, 1970, pp. 421-430.

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