Un inaspettato inganno, sesso e violenza nelle strade della città, due famiglie contrapposte per il dominio assoluto. No: non è Game of Thrones, è Friuli targato ‘500.

Con la macchina del tempo (dotazione minima di ogni reporter) si potrebbe impostare la data 27/02/1511. Ebbene, ci troveremmo in mezzo ad uno spettacolo grandguignolesco: smembramenti e decapitazioni in Piazza Libertà – all’epoca Piazza Contarena -, cadaveri abbandonati ai cani, donne anziane che sfilano senza veli, saccheggi, rapine come se piovesse.

E probabilmente pioveva.

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Passato alla storia come la Crudêl Joibe Grasse, il giovedì grasso del 1511 parve proprio un evento uscito dalla mente di George R. R. Martin. E a dirla tutta, quel che avvenne fu proprio un ‘Gioco di Troni’.

Ma andiamo per ordine.

Il Friuli di 500 anni fa era esattamente come lo state immaginando: una vasta landa rurale, una texture di campi e foreste, interrotta solo dalla presenza di qualche contadino ubriaco.
Una ricerca su ‘Google immagini’ del Friuli attuale – meno i trattori – vi darà una buona idea di come appariva allora.

L’arretratezza e l’isolamento culturale erano ben motivati: la nostra regione sottostava al dominio della Serenissima che la considerava ‘terra spartiacque’; nulla più di una siepe a coprire la visuale sgradita del vicino Impero Asburgico e la temibile avanzata turca.

Venezia favoriva il governo frammentato di piccoli feudi, con i signorotti locali alloggiati nei castelli, edificati sulla schiena della povera gente. I privilegi erano assoluti: i feudatari possedevano terra e persone, praticando le professioni del lusso e dell’ozio.

Il loro potere era garantito da una scarna milizia di bravi, bulli e fanfaroni.

I piccoli re facevano riferimento a due famiglie, poli magnetici in contrapposizione: i Savorgnan e i Della Torre. I primi godevano dell’appoggio di Venezia, mentre i secondi erano agenti dell’Impero Asburgico. Il Friuli del ‘500 si presentava quindi in piena guerra fredda: la lotta per il potere era storia di lunga data fra i due antagonisti, come una partita a scacchi più lunga della vita umana.

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Ma il gioco si approssimava ad un crudele scacco e l’artefice della mossa conclusiva rispondeva al nome di Antonio Savorgnan.

A smuovere l’ago della bilancia, fu la fame. Come si dice: il contadino friulano zappa la terra fino ad ora di pranzo. Se la tavola è vuota, prende il forcone.

Nel 1509, la popolazione insorse: fu guerra civile a Spilimbergo, Maniago, Valvasone, Portogruaro, Colloredo e Tarcento. I signori furono trucidati, i loro corpi martoriati esposti nelle piazze. A Zoppola, alcune nobildonne furono costrette ad una macabra sfilata; denudate, spinte alla passerella e ricoperte di insulti dagli aggressori: una catwalk zigzagante fra cadaveri di familiari.

I nomi delle sventurate sono passati alla storia: Beatrice de Freschi de Cucagna sfilò a fianco dell’anziana madre Susanna e dell’amica Lunarda.

Venezia allora convocò i rappresentati della nobiltà per preparare un contrattacco, ma i forconi dei contadini misero tutti in fuga nei pressi di Zompicchia (Codroipo).

La rivolta popolare si trasformò in pura anarchia. Mentre i nobili fuggivano o si barricavano sui bastioni dei castelli, sforacchiando di frecce gli assalitori, Antonio Savorgnan sedeva quieto sullo scranno del suo casato.
Aveva ordito un piano machiavellico: un disegno che gli permise di fermare la rivolta, mantenere la supremazia, distruggendo i suoi avversari politici. L’ultima mossa della partita toccò a lui e il campo di battaglia fu Udine.

L’alba del 27 febbraio 1511 fu sconvolta da grida bestiali: annunciavano l’imminente assedio dell’esercito asburgico alla città. In effetti, sarebbe bastato salire al castello, per avvistare un minaccioso battaglione in avvicinamento. Appariva chiaro che i Della Torre ed affiliati avevano commesso un grave tradimento, favorendo gli austriaci, per sbaragliare i loro rivali interni.

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Il panico generale fu subito incanalato: Antonio Savorgnan chiamò la popolazione a raccolta, aprì le porte del sua villa udinese, trasformandola in centro operativo del contrattacco. Una folla si riversò per le strade della città, alla ricerca dell’odiati avversari, assaltando i palazzi di quei traditori al servizio dello straniero.

La cronaca dell’epoca, redatta da Leonardo Amaseo e Giovanni Antonio Azio, non risparmia i dettagli più macabri. Era un inferno dantesco: nobili spogliati e dilaniati a colpi d’ascia; alcuni legati dietro cavalli imbizzarriti e trascinati nel fango, altri scaraventati in strada dalle finestre, dove cani randagi ne sbranavano le carni.

I contadini irridevano i cadaveri vestendosi dei loro abiti imbrattati di sangue e parodiandoli (dopotutto, era carnevale). I nominativi delle vittime erano ripetuti con scherno: Della Torre, Colloredo, Della Frattina, Soldonieri, Gorgo, Bertolini. Ovunque era fuoco, clangore di spade e sapore di sangue.
Erano le parole di Antonio ad animare il saccheggio: grazie alla sua fredda coordinazione, per la città si aggirò la morte, in una Danse Macabre perpetuata per tre giorni consecutivi.

La controffensiva di alcuni amici dei Della Torre partì da Gradisca d’Isonzo e a gran fatica riuscì a frenare lo sterminio udinese, permettendo solo a pochi superstiti la fuga oltre-Tagliamento.
Ma nessuno riuscì a interrompere il carnevale: la gente continuò i festeggiamenti, noncurante della carneficina consumata.

Il vino gorgogliava nelle gole dei Savorgnan vittoriosi: l’offensiva austriaca era stata sbaragliata, i nemici sterminati. L’ebbrezza servì a coprire una curiosa evidenza: nessuno si rese conto che il sangue dei vinti, scorso copiosamente, era tutto sangue friulano.

E che fine avevano fatto le truppe austriache schierate?

Era forse svanito il battaglione asburgico che premeva sulla città? C’era stata una ritirata?

Ma qualcuno aveva effettivamente riconosciuto gli austriaci?

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Il piano era riuscito alla perfezione. Le truppe, che parevano incombere sulla città, non erano che un contingente di Cividale, disposto a teatrino da Alvise Da Porto, un nipote di Antonio. Il leader dei Savorgnan era riuscito non solo a schivare la rivolta, ma anche a direzionarla contro i suoi rivali.
I processi che seguirono gli eventi decretarono come vaga l’origine del massacro, e scagionarono completamente Antonio.

Pareva il delitto perfetto.

Se fossimo a teatro, qui si chiuderebbe il sipario; il nostro scellerato protagonista, appare vittorioso e solido sul seggio, mentre sangue non ancora rappreso cola dai suoi artigli. Ma la vita, che scorre al di sopra delle umane trame, continuò il suo sequel.

Ci fu un intervento della Serenissima, poi  uno spaventoso terremoto e infine un’epidemia di peste. Le rivolte della povera gente furono sedate. A questi eventi si accompagnò il declino del Savorgnan, che fu costretto a rifugiarsi a Villacco.

La sua enorme villa fu abbattuta alle fondamenta e l’attuale piazza Venerio ne rispecchia il perimetro.

I nemici superstiti, desiderosi di vendicare le terribili nefandezze di Antonio Savorgnan, lo giustiziarono in Carinzia nel 1512.

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