Nel Medioevo Sacile, già prospero centro commerciale affacciato sul Livenza, fu uno dei luoghi strategicamente più importanti dell’intero Patriarcato di Aquileia, al punto da essere definita la vera “porta del Patriarcato”. La sua storia in questo periodo è quella di una comunità che, grazie alla sua posizione geografica, si trovò al centro di una lunga contesa tra grandi potenze regionali, signori feudali e patriarchi.

Nel XII secolo Sacile conobbe una notevole crescita economica. Il suo porto fluviale e il ruolo di centro di deposito e scambio delle merci ne fecero un nodo commerciale di primo piano. Questa prosperità fu favorita anche da una relativa stabilità politica: pur trovandosi in una zona di confine, il territorio patriarcale non era ancora minacciato da avversari abbastanza forti da metterne in pericolo la sicurezza.

La situazione cambiò verso la fine del secolo. A ovest stava infatti emergendo il Comune di Treviso, animato da una forte politica espansionistica. I Trevigiani iniziarono a premere sui confini patriarcali, colpendo soprattutto l’area di Caneva e i territori che si estendevano oltre il Livenza. Parallelamente cercarono di attirare dalla propria parte importanti famiglie feudali, come i conti di Prata e i signori di Porcia, da sempre legati ad Aquileia ma spesso insofferenti verso il controllo patriarcale.

Fu in questo contesto che Sacile assunse un’importanza strategica fondamentale. La città divenne il principale baluardo difensivo del Patriarcato contro le mire trevigiane. Consapevole del rischio di perdere un centro tanto prezioso, nel 1190 il patriarca Gotofredo di Hohenstaufen concesse ampie libertà agli abitanti. La decisione non fu un gesto di generosità, ma una scelta politica lungimirante: una comunità più autonoma e più forte avrebbe potuto difendersi meglio dalle minacce esterne.

Le preoccupazioni del patriarca erano fondate. Nel 1199 i Trevigiani riuscirono a provocare la ribellione di numerosi feudatari fedeli ad Aquileia. Sacile si trovò così circondata da nemici e potenziali traditori. Per rafforzare il controllo del territorio, nel 1203 il Patriarcato avviò una riorganizzazione amministrativa che attribuì maggiore autonomia alle città friulane. Anche Sacile ottenne un proprio podestà.

Nei decenni successivi la città dovette affrontare ripetuti tentativi di conquista da parte di Treviso. Durante l’età ezzeliniana, tra il 1215 e il 1220, le forze guidate da Ezzelino da Romano e dai suoi alleati tentarono più volte di impadronirsene. Sacile resistette grazie alle sue fortificazioni e alla costante attenzione dei patriarchi, che ne curavano la difesa e l’approvvigionamento militare.

Proprio in questi anni si consolidò una particolare organizzazione sociale. Attraverso i cosiddetti “feudi di abitanza”, numerosi nobili ricevevano case e terreni all’interno o nei pressi della città in cambio del servizio militare. Si formò così una sorta di aristocrazia urbana incaricata di garantire una difesa permanente.

Dopo la morte di Ezzelino III nel 1259 si aprì una fase relativamente più tranquilla, ma Sacile continuò a essere considerata un punto nevralgico. I patriarchi Gregorio da Montelongo e i suoi successori investirono nella manutenzione delle mura e nel potenziamento delle strutture difensive. Nel 1262 un riassetto dei castelli cittadini fu pensato proprio per rendere più sicuro il settore occidentale, quello maggiormente esposto agli attacchi provenienti da Treviso.

Alla fine del XIII secolo, tuttavia, emerse una nuova minaccia: la potente famiglia dei Da Camino. Dopo aver acquisito il vicino castello di Cavolano, i Caminesi iniziarono a esercitare una crescente pressione su Sacile. Nel 1295 Rizzardo da Camino riuscì addirittura a occupare la città, seppure per breve tempo. Altri colpi di mano seguirono negli anni successivi, spesso favoriti da tradimenti e divisioni interne al Patriarcato.

L’inizio del XIV secolo fu uno dei periodi più difficili della storia sacilese. La città divenne terreno di scontro tra Caminesi, conti di Gorizia e autorità patriarcale. Nonostante ciò, la sua importanza strategica rimase tale che nessuna delle parti era disposta a rinunciarvi.

La svolta arrivò negli anni Trenta del Trecento grazie all’energica azione del patriarca Bertrando di San Genesio. Determinato a ristabilire l’autorità aquileiese, Bertrando rafforzò le difese della città, premiò i suoi sostenitori e affidò incarichi chiave a uomini fidati come Federico di Savorgnano, nominato capitano di Sacile.

Nel 1333 la città affrontò con successo l’ultima grande offensiva dei Caminesi. Due anni più tardi, nella battaglia combattuta nella pianura dei Camolli tra Sacile e Cavolano, le forze patriarcali inflissero una sconfitta decisiva ai loro avversari. Fu il tramonto definitivo della minaccia caminese.

Grazie alla fedeltà dimostrata e al ruolo svolto nella difesa del Friuli, Sacile ricevette nuovi privilegi, concessioni economiche e ulteriori interventi di fortificazione. Dopo oltre un secolo di guerre, assedi e tensioni politiche, la città aveva confermato il proprio ruolo di sentinella occidentale del Patriarcato di Aquileia, una funzione che ne avrebbe segnato profondamente la storia e l’identità.


Per approfondire:

  • Alberta Sartori, Gli interessi del Patriarca su Sacile, in AA.VV., Sacile. Storia, ambiente, uomini, Doretti, Udine, 1983, pp. 39-50.

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