C’era un tempo in cui il caldo metteva gravemente a rischio la possibilità di avere pesce fresco tanto che, molto spesso, nell’entroterra della Repubblica di Venezia del ‘700 il pesce arrivava già marcio.

Ad esempio a Sacile, chi poteva creava sul fiume dei piccoli “vivai” per allevare il pesce d’acqua dolce e per sfamare la propria famiglia nei periodi estivi. Si capisce bene che reperire pesce fresco fosse complicato nella Sacile dell’epoca. Di conseguenza, le famiglie che avevano un affaccio sulla Livenza custodivano gelosamente questo bene prezioso.

Nel piccolo Giardino della Serenissima però, nel 1752 si verificarono gravi fatti di cronaca criminale, che diedero luogo ad un’estesa indagine e, a seguire, un articolato processo penale.

Il 13 giugno 1972, infatti, il Podestà di Sacile, Zan Francesco Priuli, inviò un proprio messo alla pescheria privata del veneziano Francesco Caroldi, da lungo tempo trasferitosi nel Giardino della Serenissima per svolgere l’attività di speziale.

Il messo chiese allo speziale di farsi consegnare due pesci desiderati dal Podestà come pasto del giorno. Constatato che non vi fossero i pesci voluti dal Priuli, il messo tornò dal suo Signore con la spiacevole notizia. Zan Francesco Priuli andò su tutte le furie.

Per vendicarsi del presunto torto subito dallo speziale veneziano, inviò degli “Sbirri” a depredare la sua casa ed il vivaio di pesce, tendendogli poi un agguato e facendolo ingiustamente arrestare.

  • La Denuncia al Consiglio dei Dodici 

Michiel Angelo, uno dei figli del Caroldi, non si arrese di fronte alla prepotenza subita.  Il ragazzo decise prontamente di recarsi a Venezia, per denunciare il fatto al Consiglio dei Dieci.

La famiglia Caroldi, infatti, non solo era stata privata di beni essenziali per la propria sussistenza, ma aveva subito una grave ingiustizia da un’autorità pubblica che, senza alcuno scrupolo, aveva abusato del proprio potere contro un cittadino della Repubblica Serenissima.

Raccolta la denuncia, il Consiglio dei Dieci incaricò di fare chiarezza sul caso il Luogotenente Generale di Udine, Miani Jacobo, massima autorità governativa del Friuli dell’epoca. Inoltre, venne disposta l’immediata scarcerazione di Francesco Caroldi.

Ai fini dello svolgimento dell’indagine preliminare, il Luogotenente di Udine a sua volta aveva incaricato un fante di recarsi a Sacile dal Podestà, per monitorare la situazione. Negli atti processuali che seguirono, si narra che alla sola vista del fante, il Podestà Priuli fosse andato in escandescenze e avesse raccontato una versione dei fatti completamente discordante da quella del figlio di Caroldi. Così, invece di deviare le accuse, tale reazione diede seguito ad un’inchiesta formale, cui seguirono ulteriori denunce che giunsero al Luogotenente di Udine.

La più nota fu quella di Osvaldo Da Ponte, agente agricolo dei conti Sbrojavacca: il Priuli, infatti, gli aveva requisito illegittimamente una partita di granoturno, ragione per cui la questione dovette risolversi di fronte al Collegio dei Dodici (nella sua veste di tribunale amministrativo della Serenissima). Il Priuli, in barba alla pronuncia del Tribunale, aveva continuato a rendere impossibile la vita dell’agente agricolo Osvaldo, intimorendolo a tal punto che quest’ultimo non aveva più il coraggio di uscire di casa.

In seguito, lo stesso Francesco Caroldi, ormai scarcerato, si recò a Udine per esporre la situazione al Luogotenente, facendosi supportare da dei testimoni. Progressivamente emersero degli elementi che indussero il Luogotenente Miani ad approfondire l’inchiesta.

In mancanza di personale (ahimé, la carenza di risorse non è una cosa nuova nella Giustizia), Miani chiese al Consiglio dei Dieci di inviare a Sacile il Provveditor Generale di Palmanova, più scarico di lavoro e nelle condizioni di gestire il caso.

  • Il processo a Sacile e l’intervento del Luogotenente di Treviso 

Il risultato di questa accurata indagine avviata su ordine del Consiglio dei Dieci, fu un sorprendente procedimento penale che coinvolse decine e decine di testimoni. Persone stanche dei modi prevaricatori del Podestà Priuli e provenienti da Sacile, Fontanafredda, Porcia, Cordignano, Caneva, Orsago, Godega.

Nel giro di poco più di un mese dalla nomina del Podestà Priuli, risalente a maggio 1752, vennero a lui ricondotti decine di episodi di soprusi e angherie in danno della popolazione locale, messi in atto con l’aiuto dei suoi “Sbirri“, il suo Cancelliere (o segretario), nonché di alcune famiglie nobili del territorio.

Tra le varie testimonianze spiccano quelle di un fornaio, Massimiliano Pivos, che narrava di una discussione sorta con il Podestà su del pane da lui prodotto; stessa dinamica venne riportata da un certo Don Giovanni Valvasori per una questione su un’anguilla. Dei pastori di Vistorta avevano denunciato di essere stati derubati da delle persone che rimasero impunite, perché legate all’autorità del Podestà Priuli.

Le testimonianze rinvenibili negli Archivi di Stato a Venezia, di fatto, parlano di gente semplice, intimorita dai modi ricattatori e violenti di chi, invece, avrebbe dovuto vegliare sull’ordine pubblico e sulla loro incolumità.

In concomitanza con il procedimento “Friulano”, il Consiglio dei Dieci diede avvio anche ad un’ indagine sul fronte trevigiano, incaricando il Podestà e Capitano di Treviso Girolamo De Luca di inviare dei propri funzionari a supervisionare il processo in corso a Sacile. Vennero assoldate anche delle spie, come un certo Francesco Berna da Sarone, per comprendere meglio i contorni della rete di sgherri assoldati dal Podestà di Sacile.

Evidentemente, alla luce della gravità della situazione emersa, gli organi di massimo governo della Serenissima avevano deciso di attivarsi con fermezza e determinazione al fine di placare i disordini pubblici, esacerbati dal breve operato del Podestà, e di ripristinare la pace sociale nella zona dell’Alto Livenza. L’indagine sacilese, si concluse con un invio di tutte le testimonianze raccolte al Consiglio dei Dieci.

  • La sentenza di condanna: l’esilio a Chioggia ed il confino in Dalmazia

Dal momento in cui la palla passò al Consiglio dei Dieci, semplicemente ogni questione riguardante il Podestà Zan Francesco Priuli, venne messa a tacere. Il Consiglio, infatti, era un organo di governo e operava come un tribunale segreto all’occorrenza, occupandosi di questioni politiche.

Di fatto, dalle Annotazioni degli Inquisitori di Stato del 21 luglio 1752 si dice che Priuli fu definitivamente allontanato da Sacile e venne relegato <<nel castello di Chioggia (…) per gravi violenze commesse>>. 

Di Zan Francesco Priuli, gli Archivi di Stato veneziani tornarono a parlare nel 1757. Il fratello di Priuli, infatti, aveva messo in circolazione delle voci relative alla durezza del carcere subito da Zan Francesco a Chioggia.

Di risposta, il Consiglio dei Dieci decise di inasprire ulteriormente la pena, mandando Zan Francesco Priuli nella fortezza di Signa, l’attuale Segna o Senj, in croato, nei territori dalmati della Repubblica Serenissima. Priuli morì probabilmente per un colpo apoplettico il 20 settembre 1758, in esilio.


Per approfondimenti 

  • Giorgio Zoccoletto, Il pesce di Sacile – Verbali di un processo civile, Dario De Bastiani Editore, Vittorio Veneto, 2014.
  • Consiglio dei Dieci, Processi Criminali Delegati Udine b.2 – Inquisitori di Stato, bb48, 334, 535.