Chi percorre la strada tra San Vito al Tagliamento e Motta di Livenza si imbatte, quasi all’improvviso, in una presenza silenziosa ma eloquente: un torrione quadrangolare del XIV secolo che domina la località di Torrate, nel comune di Chions. Isolato, austero, sembra osservare da secoli il lento mutare del paesaggio. È ciò che resta dell’antico castello degli Sbrojavacca, una famiglia che per lungo tempo fu protagonista della storia del Friuli occidentale.

Chi erano questi?

Come accade spesso per i casati medievali, anche le origini degli Sbrojavacca oscillano tra storia documentata e tradizione. Alcuni antichi memorialisti li volevano discendenti della nobile famiglia francese dei conti di Foix, giunti in Italia al seguito di Carlo Magno. A sostenere questa suggestiva ipotesi contribuirebbero alcuni elementi araldici e simbolici: il motto in lingua francese, “Regarde le fin” (“guarda alla fine”), e l’uso del verde e dell’oro nello stemma, colori piuttosto insoliti nella tradizione nobiliare friulana.

A rafforzare il legame con la leggenda interviene anche il cosiddetto “stemma parlante”: la vacca d’oro raffigurata nello scudo. Secondo il racconto tramandato, un antenato dei Foix, assediato nel proprio castello, avrebbe gettato una vacca intera oltre le mura per far credere ai nemici di avere scorte alimentari inesauribili.

Eppure, accanto a queste suggestioni, la ricerca storica propone un’interpretazione più concreta. Il cognome compare nei documenti medievali in forme diverse — Spelavaca, Sbrogliavacca, Brunavacca — e sembra collegarsi al toponimo friulano Scodovacca. Già nel XIII secolo, infatti, compaiono figure come Ulvino e Marquardo, attestati in atti ufficiali e legati all’abbazia di Sesto al Reghena.

Nel corso dei secoli, gli Sbrojavacca si affermarono come una delle famiglie feudali più influenti della regione. I loro possedimenti derivavano in gran parte dall’abbazia di Sesto, ma anche dal patriarcato di Aquileia e dal vescovo di Concordia. Il feudo principale, quello del castello di Sbrojavacca, garantiva loro non solo autorità locale, ma anche un ruolo politico di rilievo: il diritto di sedere nel Parlamento della Patria del Friuli, dove occupavano il sedicesimo posto.

La loro funzione non era soltanto simbolica. Nel 1327, ad esempio, furono chiamati a contribuire alla difesa militare dello stato patriarcale fornendo armati e balestre. Il loro controllo si estendeva anche su diverse “ville”, tra cui Villotta e San Zenone, segno di una giurisdizione concreta sul territorio.

Con la conquista veneziana del Friuli nel 1420, il sistema feudale non venne smantellato ma progressivamente integrato. La Repubblica di Venezia, abile nel mantenere gli equilibri locali, confermò agli Sbrojavacca diritti e privilegi in cambio di fedeltà. È emblematico il rinnovo delle loro investiture nel 1448, che sanciva la continuità del loro status sotto il dominio della Serenissima.

Come molte casate nobili, anche gli Sbrojavacca si articolavano in numerosi rami. Dal Quattrocento emergono due linee principali, originate dai fratelli Giacomuccio e Asquino, a loro volta suddivise in ulteriori diramazioni. Tra i membri più significativi spicca Ermacora di Sbrojavacca, figura emblematica dell’ambizione sociale della nobiltà friulana. Dopo aver sposato Elisabetta del Torso, appartenente a una potente famiglia udinese, tentò di entrare nel consiglio nobile di Udine. Inizialmente respinto, riuscì infine a ottenere l’ammissione nel 1430, anche grazie alle pressioni dei parenti acquisiti. L’episodio fu commentato con ironia da un cronista dell’epoca, segno di quanto tali ingressi fossero oggetto di attenzione e talvolta di polemica.

Nel corso dei secoli, gli Sbrojavacca si distinsero in diversi ambiti: amministrazione, carriera militare, attività giuridica. Alcuni servirono Venezia come podestà o capitani, altri combatterono in importanti conflitti dell’epoca. Non mancavano però anche orientamenti politici diversi: alcuni membri della famiglia si avvicinarono all’Impero asburgico, riflettendo quella duplice attrazione — veneziana e imperiale — che caratterizzò a lungo la nobiltà friulana.

Questa oscillazione tra fedeltà diverse non era necessariamente segno di opportunismo, ma piuttosto di adattamento a un contesto politico complesso, in cui il Friuli si trovava al crocevia tra mondi diversi.

Nel tardo Seicento, il feudo di Sbrojavacca venne elevato a contea, sancendo il prestigio raggiunto dalla famiglia. Il titolo comitale fu poi riconosciuto sia dall’Impero austriaco sia dal Regno d’Italia. Come molte famiglie aristocratiche, anche loro conobbero momenti di declino e di estinzione di alcuni rami. Tuttavia, altri rami sopravvissero, mantenendo viva la memoria del casato attraverso i secoli.

Oggi, di quel lungo percorso storico resta soprattutto il torrione di Torrate: una struttura solitaria, un frammento concreto di una storia fatta di leggende, alleanze, battaglie e ambizioni. Osservandolo, si ha l’impressione che racchiuda ancora l’eco di quel motto antico — “Regarde le fin” — quasi un invito a guardare oltre le apparenze, fino al compimento delle vicende umane. Un messaggio che, a distanza di secoli, conserva intatto il suo fascino.


Per approfondire:

  •  M. G. B. Altan, Castelli e famiglie nobili nel territorio di Chions, Il nobile casato degli Sbrojavacca, in AA.VV., Borghi, feudi e comunità: cercando le origini del territorio Comunale di Chions, Grafiche editoriali artistiche pordenonesi, Chions-Pordenone, 1985, pp. 219-228.

Immagine: raffigurazione artistica di un cavaliere sullo sfondo dello stemma della famiglia Sbrojavacca (IA)