Nel 1246 Roberto de Thourotte, principe-vescovo di Liegi, convocò un sinodo con il quale ordinò la celebrazione della festa del Corpus Domini nella sua diocesi (in seguito estesa a tutta la Chiesa cattolica da papa Urbano IV nel 1264). Questa decisione avvenne in seguito alle visioni mistiche avute dalla la monaca Giuliana di Liegi, nelle quali Cristo in persona le avrebbe chiesto di istituire una festività che celebrasse il sacramento dell’Eucaristia.
Pochi anni dopo, nel 1263, quasi a confermare quanto accaduto in quegli anni, a Bolsena avvenne un miracolo eucaristico: un sacerdote boemo, tal Pietro da Praga, che dubitava dell’effettiva presenza di Cristo all’interno dell’ostia, fu smentito durante la Messa da lui celebrata; nel momento della frazione, infatti, l’ostia incominciò a sanguinare, macchiando di rosso il corporale e l’altare (episodio poi raffigurato da Raffaello nella Stanza di Eliodoro, all’interno delle Stanze Vaticane).

Dedicata proprio a questa celebrazione, a Piazza Valle, presso Vallenoncello, sorge la Chiesa del Corpus Domini o del Santissimo Corpo di Cristo: l’edificio fu realizzato nel corso del XV secolo, al limite delle zone golenali del Noncello, e consacrato nel 1488. Diversamente da altre chiese(come quella dei Santi Ruperto e Leonardo, nella medesima località), la Chiesa del Corpus Domini non è orientata versus solem orientem, ma si colloca all’incrocio di strade ortogonali, probabilmente di origine romana.

Soffermandoci sull’esterno, l’edificio si presenta con una facciata a capanna e un campaniletto a vela. La porta d’ingresso principale è fiancheggiata da due finestrelle con arco a tutto sesto. Se ci spostiamo sulla parete sinistra, rivolta verso la piazza, potremmo vedere dei lacerti di un affresco con soggetto San Cristoforo, protettore dei viaggiatori e pellegrini (presente in altre chiese del pordenonese, come la chiesa di Sant’Ulderico a Villanova).

All’interno la chiesa si presenta con un aula unica e un soffitto a capriate lignee; tre finestrelle in stile gotico sulla parete di destra consentono l’ingresso della luce all’interno dell’ambiente; l’abside, di dimensioni piuttosto ridotte, presenta una volta a botte decorata con affreschi, risalenti anch’essi al XV secolo: al centro della volta è raffigurato il Padre Eterno nell’atto di benedire con il globo in mano, all’interno di una cornice a forma di mandorla. Intorno si dispongono i simboli dei quattro Evangelisti (il leone per Marco, l’angelo per Matteo, il toro per Luca e l’aquila per Giovanni); nella fascia più bassa della volta si collocano, con volti piuttosto espressivi, i Dottori della Chiesa (Agostino, Ambrogio, Girolamo e Gregorio), rappresentati dietro i loro scrittoi e impegnati nello studio tra libri o carte. Anche la rappresentazione degli Evangelisti accompagnati dai Padri della Chiesa è un tema figurativo canonico e molto apprezzato dagli artisti del pordenonese.

Tra le opere presenti all’interno della chiesetta si staglia un Ultima Cena, realizzata durante il XVII secolo e di scuola veneta: Gesù è al centro della tavola, con cinque discepoli per lato, mentre in primo piano non è difficile riconoscere il suo traditore, Giuda, che stringe in pugno il sacchetto con i trenta denari. Ma ciò che rende questo dipinto differente dalle altre rappresentazioni dell’episodio è un cane di fronte alla tavola che fissa Iscariota. Il dipinto è posto sopra l’altare, anch’esso del XVII secolo, di scuola friulana e decorato con intarsi marmorei policromi.
Ai suoi piedi, infossata nel pavimento, si trova un lapide molto curiosa, che riporta la scritta epigrafica:

HIC IACET
REVERENDA MATER
ELISABETH CALEGARI
OBIT
DIE PRIMA APRILIS
MDCCXXI

« Qui giace la reverenda madre Elisabetta Calegari, [che] morì il primo aprile 1721». Dagli studi storici di Emmanuele Antonio Cicogna e Flaminio Cornelio sappiamo che la lapide in questione proveniva dal Monastero del Santissimo Redentore della zona della Giudecca a Venezia, di cui Elisabetta era stata badessa. In seguito alla campagna d’Italia e alle confische napoleoniche ai danni dei beni ecclesiastici, fu temporaneamente spostata a Sant’Elena e poi trasferita nella Basilica di Santa Maria della Salute; transitando poi attraverso depositi e magazzini veneziani, sarebbe finalmente giunta a Vallenoncello, probabilmente grazie alle vie fluviali che collegavano Venezia al pordenonese.

Gli affreschi delle pareti laterali dell’aula sono stati realizzati da diversi autori e spesso ritraggono, come piccole figure, gli abitanti del borgo che avevano commissionato al tempo la decorazione dell’edificio, testimonianza della profonda devozione della comunità. Di Pietro Gorizio sono l’Adorazione della Croce San Silvestro, datati (1494) e firmati, come gli affreschi con San Liberale da Treviso Sant’Orsola, che testimoniano la paternità dell’artista con la scritta «PETRVS PORTVNA[on]ENSIS OPVS». Attribuiti alla bottega dei Pasiani, e in particolare a Mercurio, sono la Madonna con bambino in trono, Santa Lucia, San Francesco e i devoti, nonché San Luigi vescovo con devota e San Rocco, con la classica piaga sulla coscia. Nell’estradosso destro dell’arco trionfale si trova un frammento di Madonna in trono, oggi in gran parte coperto da una nicchia inserita postuma, attribuito ad Andrea Bellunello. Infine sulla parete di destra incontriamo una Trinità, che reca la data di realizzazione (12 aprile 1523), e attribuita a Giovanni Maria Zaffoni, detto il Calderari.

In questa piccola chiesa avrebbe dovuto trovare posto anche un’opera del Pordenone: un documento notarile risalente al 1522 testimonia come Giovanni Antonio de’ Sacchis avesse stipulato un contratto, della somma di dodici ducati, per la realizzazione di un gonfalone processionale, raffigurante Cristo morto sorretto da due angeli e fregi decorativi dorati. Di quest’opera, tuttavia, abbiamo perso ogni traccia.


Per approfondire: 

Le chiese di Vallenoncello, a cura di Angelo Crosato, con la collaborazione di Anna Romano, documentazione fotografica di Cesare Genuzio, prefazione di mons. Orioldo Marson, Tipolitografia Martin, Cordenons, 2023