Quando si parla della guerra in Bosnia-Erzegovina, il pensiero corre immediatamente all’assedio di Sarajevo e al genocidio di Srebrenica. Tuttavia, per comprendere i meccanismi che portarono alla violenza di massa e alla pulizia etnica, è necessario guardare anche a luoghi meno conosciuti. È il caso di Prijedor, città della Bosnia nord-occidentale al centro del libro Nazionalismi e pulizia etnica in Bosnia-Erzegovina. Prijedor 1990-1995 di Simone Malavolti, presentato a Pordenonelegge insieme a Marcello Flores.
La vicenda di Prijedor permette infatti di osservare da vicino la progressiva trasformazione di una società plurale in un territorio sottoposto a un progetto di omogeneizzazione nazionale. Già nel dicembre 1991, prima dell’esplosione della violenza, un documento del Partito Democratico Serbo (SDS) delineava le modalità di organizzazione delle strutture politiche serbe. Dove il partito disponeva di una posizione dominante, l’obiettivo poteva essere perseguito attraverso pressioni e intimidazioni; dove invece il controllo politico non era sufficiente, come a Prijedor, diventava necessario ricorrere alla forza.
Il passaggio decisivo avvenne il 30 aprile 1992. Mentre a Sarajevo l’attacco serbo alla capitale attirava l’attenzione internazionale, a Prijedor un’azione organizzata portò in poche ore alla presa del potere da parte delle forze serbe. La radio annunciò l’avvenuto cambiamento senza nemmeno specificare chi avesse assunto il controllo della città. Il sindaco musulmano venne arrestato, così come furono progressivamente colpiti giornalisti, medici e altre figure di riferimento della comunità non serba. Nei mesi successivi sarebbero stati creati tre campi di detenzione, tra cui Omarska, le cui immagini contribuirono a rivelare al mondo la natura della violenza in corso.
È proprio l’eliminazione delle élite a costituire, secondo Malavolti, uno degli aspetti centrali della vicenda. L’autore utilizza il termine «elitocidio» per indicare la sistematica neutralizzazione di dirigenti, intellettuali e personalità pubbliche non serbe. Non si trattava soltanto di colpire una popolazione, ma di impedire che potesse ricostituire la propria presenza politica e sociale. La pulizia etnica doveva essere definitiva: chi veniva espulso doveva essere privato anche della possibilità concreta di tornare. A partire dall’estate, molti deportati furono infatti costretti a firmare documenti con cui rinunciavano alla residenza e alle proprietà.
Marcello Flores ha sottolineato il valore della ricerca di Malavolti come esempio di microstoria capace di illuminare fenomeni più ampi. Studiare nel dettaglio una singola municipalità permette di ricostruire l’intreccio tra decisioni politiche, apparati militari, violenza sui civili e reazioni della popolazione. E soprattutto consente di superare la spiegazione degli «odi atavici» tra i popoli jugoslavi, diffusa durante il conflitto. Le memorie della Seconda guerra mondiale ebbero certamente un peso, ma non spiegano da sole perché comunità che avevano convissuto per decenni arrivassero alla violenza.
La trasformazione di Prijedor proseguì anche dopo la fase più cruenta. La città, profondamente segnata dall’identità jugoslava, dalla memoria della Resistenza e dall’industrializzazione socialista, venne progressivamente sottoposta a una nuova narrazione nazionale. Furono modificati i nomi delle strade, distrutti luoghi di culto e riscritti simboli e riferimenti collettivi. Un murale comparso negli anni recenti accosta significativamente il 1942, anno della liberazione partigiana della città, al 1992, presentato nella nuova memoria nazionalista come una sorta di nuova «liberazione».
Un’altra questione affrontata nell’incontro riguarda la giustizia internazionale. Il Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia, istituito dalle Nazioni Unite nel 1993, rappresentò una svolta nella storia del diritto internazionale. I processi per crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio contribuirono a consolidare il principio della responsabilità individuale anche di fronte ai crimini commessi nell’ambito di violenze collettive. Il caso di Ratko Mladić, condannato all’ergastolo, mostra tuttavia anche i limiti di una sentenza giudiziaria: riconoscere una responsabilità penale non significa automaticamente trasformare quella condanna in una memoria condivisa.
È qui che la storia di Prijedor si collega al presente. A distanza di oltre trent’anni dalla guerra, nei territori dell’ex Jugoslavia continuano a convivere memorie profondamente divergenti. In Bosnia-Erzegovina, ha ricordato Malavolti, persino l’insegnamento della storia risente della divisione nazionale, mentre episodi di celebrazione dei criminali di guerra mostrano quanto sia ancora controversa la memoria del conflitto.
Il caso di Prijedor suggerisce così una lezione più ampia: la violenza etnica è il risultato di processi politici, organizzativi e culturali nei quali la conquista del territorio, l’eliminazione delle élite, la deportazione della popolazione e la riscrittura della memoria possono diventare parti di uno stesso progetto.
Pordenonese, classe 1992. Ho conseguito il dottorato di ricerca in Studi storici tra l’Università di Padova, Ca’ Foscari di Venezia e l’Università di Verona. Mi sono laureato con una tesi sul rapporto tra Ca’ Foscari e la Dalmazia, vincitrice del Premio “Maria Cavallarin” 2020 dell’Ateneo Veneto di Scienze, Lettere e Arti. Mi piace pensarmi come uno spettatore di eventi che un giorno saranno considerati storia. Per questo scrivo con passione per le mie amate Radici.