Negli ultimi anni la presenza del lupo nel Nord Italia viene spesso associata a una certa preoccupazione: pecore sbranate, incidenti di caccia, avvistamenti nei centri urbani e chi più ne ha, più ne metta.

Si tratta però di un fenomeno recente, visto che il lupo, almeno nelle nostre zone, fino ai primi anni Duemiladieci era praticamente scomparso. Grazie al lavoro di alcuni studiosi, possiamo risalire al momento esatto in cui la popolazione di lupi nel Nord Italia ha ricominciato a crescere: è il 2011, il mondo si sta ancora riprendendo dalla crisi finanziaria del 2008, l’Italia è nel bel mezzo di una crisi del debito che porterà alla fine dell’ultimo governo Berlusconi e, ignaro di tutto ciò, il lupo Slavc compie un lungo viaggio dalla Slovenia all’altopiano della Lessinia, poco sopra Verona.

Qui incontra una lupa di nome Giulietta (decisamente nomen omen) e, assieme a lei, fonderà il primo branco di lupi nel Nord Italia dopo secoli. Anni dopo, Adam Weymouth ripercorre a piedi il percorso di Slavc e racconta impressioni e incontri raccolti lungo il percorso nel suo ultimo lavoro, Il lupo solitario.

Il viaggio di Weymouth parte dal tentativo di seguire un animale, ma finisce per diventare un viaggio dentro le relazioni tra persone, i territori, la politica, cultura e natura, fornendo al lettore spunti per accorgersi dei profondi legami tra argomenti e sfere di pensiero apparentemente lontani tra loro.

Nel libro s’intrecciano infatti due binari paralleli: il viaggio e i cambiamenti legati al lupo, seguendo gli spostamenti di Slavc, e i cambiamenti sociali e politici dell’Europa, che emergono attraverso le persone incontrate e intervistate da Weymouth lungo il percorso.

In questo viaggio anche la figura del lupo porta con sé una doppia interpretazione: la prima come simbolo della natura selvaggia e come speranza di riconnessione con la natura, la seconda come simbolo politico e sociale, utilizzato per rappresentare istanze politiche contrapposte tra loro.

Sì, perché, a riprova del fatto che nulla o quasi può rimanere avulso dalla storia e dalla politica, anche la storia del lupo in Europa va a braccetto con gli avvenimenti e i cambiamenti sociopolitici, soprattutto negli ultimi cinquant’anni.

La ridiffusione del lupo nell’Europa occidentale coincide infatti non solo con la crescita delle tendenze ambientaliste rilanciate dall’Unione Europea, ma anche con una migrazione dall’Europa orientale iniziata grazie alla caduta della cortina di ferro.

Nell’analizzare l’impatto della reintroduzione del lupo in alcuni territori vanno però anche considerate le istanze portate avanti non solo da forze antieuropeiste (spesso più per opportunità politica che altro), specialmente di estrema destra, ma anche da agricoltori, pastori o abitanti di zone di montagna che vedono il loro lavoro e la loro vita minacciati e danneggiati dalla presenza del lupo.

Sono queste ultime le voci ascoltate e riportate da Weymouth nel suo libro, voci che l’autore rivendica come autentiche e che, sostiene, lo convincono ancora di più che reportage di questo genere rappresentino il giornalismo nella sua essenza più autentica e veritiera: una ricerca lenta, fatta incontrando molte persone, consente non soltanto di raccogliere informazioni, ma soprattutto di conoscere le persone e comprendere le ragioni delle loro posizioni. Ascoltare, imparare, discutere e comprendere i problemi altrui.

Durante il viaggio Weymouth ha incontrato moltissime persone che non condividevano le sue idee. L’obiettivo, però, non era convincerle o dimostrare che avessero torto. Era cercare un punto di contatto comune, anche partendo da posizioni apparentemente inconciliabili. Uno degli obiettivi dell’autore è proprio dimostrare che è possibile raggiungere l’altro anche quando si hanno posizioni diametralmente opposte, attraverso l’ascolto e l’esperienza diretta. Non per nulla, ammette candidamente che, dopo questa esperienza, la sua posizione nei confronti del lupo è meno favorevole rispetto a quella che aveva all’inizio.

Weymouth rimane però estremamente convinto, forte di diverse testimonianze raccolte lungo la strada, di una cosa ben precisa: la paura e l’odio verso il lupo (o verso altri animali) sono spesso un comodo capro espiatorio, adoperato come velo per nascondere, inconsciamente o meno, le difficoltà causate dal cambiamento climatico.

Certamente la convivenza con il lupo e un ritorno a mestieri e stili di vita più vicini alla natura richiedono accorgimenti e sacrifici spesso economicamente e umanamente provanti, ma che in fin dei conti sono richiesti per ogni mestiere e scelta di vita. Sono invece le conseguenze del cambiamento climatico ad aver reso sempre più difficili e insostenibili e, di conseguenza, meno attrattivi, soprattutto per i più giovani, mestieri e professioni legati all’agricoltura, all’allevamento e alla pastorizia.

Ne deriva una perdita di consapevolezza riguardo alla forte connessione tra uomo e natura, che per Weymouth non è solo un concetto meramente intellettuale, bensì un legame fisico, sociale, culturale e realmente in grado di influenzare le nostre vite. Anche se non ce ne accorgiamo, infatti, ogni volta che intacchiamo una parte della biodiversità a cui siamo abituati, stiamo eliminando una parte del retroterra culturale con cui siamo cresciuti.

A conclusione dell’incontro, l’autore respinge la concezione comune del lupo come animale solitario: la solitudine per il lupo coincide con il periodo di ricerca di un branco, momento nel quale è per forza più vulnerabile ai pericoli dell’ambiente che lo circonda.

Il lupo, in realtà, come in fin dei conti l’uomo, cerca essenzialmente tre cose: un territorio in cui vivere, disponibilità di cibo e una comunità che lo accolga.

Di sicuro, in un’Europa che per vari motivi negli ultimi anni ha ricominciato a chiudere i propri confini, oggi il viaggio di Slavc sarebbe molto più complicato.