La letteratura come strumento per ricostruire il proprio mondo dopo la violenza, la memoria dell’attentato del 2022, il rapporto con la morte, la libertà di espressione e il legame con le città che hanno segnato la sua vita. Nell’incontro con Federico Rampini a Pordenonelegge, Salman Rushdie ha attraversato alcuni dei temi centrali della sua esperienza personale e della sua opera, alternando riflessioni profonde, ricordi e il consueto senso dell’umorismo.

A partire dal libro nel quale ha raccontato l’attacco subito nell’agosto 2022, Rushdie ha spiegato che scriverlo è stato contemporaneamente doloroso e liberatorio. Per mesi, dopo essere stato aggredito, non riusciva a pensare ad altro. Scrivere era però necessario per poter tornare alla narrativa, all’immaginazione e alla fantasia. «Quando ho finito il libro – ha raccontato – ho sentito una sorta di liberazione». Da quella stessa esperienza è nato anche un documentario, realizzato attraverso le immagini raccolte dalla moglie durante la lunga convalescenza.

Proprio alla moglie è dedicato uno dei passaggi più personali dell’incontro. Rushdie ne ha sottolineato il ruolo fondamentale durante la riabilitazione, ricordando come abbia documentato fotograficamente i mesi successivi all’attacco. Un materiale nato inizialmente come memoria privata e diventato poi la base di un racconto rivolto anche a un pubblico più ampio. La guarigione, ha spiegato lo scrittore, è stata lenta e difficile, ma accompagnata dalla presenza di una persona capace di trasformare quell’esperienza in testimonianza.

La riflessione sulla morte torna anche nella sua produzione letteraria più recente. In The Eleventh Hour, presentato in questa edizione di Pordenonelegge, raccolta di racconti, Rushdie si confronta con personaggi che si trovano davanti alla propria finitezza. A interessarlo non è tanto «fare i conti» con la morte, quanto capire come gli esseri umani e gli artisti reagiscano alla consapevolezza della loro fragilità. L’esempio di Beethoven è significativo: dalla rabbia e dalla sofferenza fisica può nascere un’opera fondata sulla gioia. Una contraddizione che, secondo Rushdie, appartiene anche alla vita.

Anche il suo modo di scrivere è cambiato. Se un tempo costruiva il romanzo come un’architettura, definendone in anticipo struttura, tempi e sequenze, oggi considera la scrittura soprattutto una forma di scoperta. I personaggi, ha spiegato, possono persino «imporre» all’autore la direzione della storia. «Non sono il padrone del personaggio; sono il suo servitore». Per descrivere questo metodo ricorre alla musica: dalla struttura della sinfonia è passato a qualcosa di più simile al jazz, dove una struttura iniziale lascia spazio all’improvvisazione.

Un altro filo conduttore è quello dei luoghi. Rushdie si sente più legato a Bombay, Londra e New York che alle rispettive nazioni. Le grandi città, ha spiegato, contengono una molteplicità di vite, storie e possibilità. New York, dove vive da decenni, è anche il luogo della memoria dell’11 settembre. Quel giorno era in Texas e vide in televisione il secondo aereo colpire le Torri Gemelle. Tornato a New York dopo una settimana, trovò una città divisa dai cordoni della polizia e segnata soprattutto dall’odore degli incendi. Eppure, secondo lo scrittore, la città recuperò rapidamente il proprio ritmo.

Da New York il discorso si è spostato sulla libertà di espressione. Per Rushdie il pericolo per la libertà di parola continua a venire dal potere, indipendentemente dalla sua provenienza politica o economica. Il problema emerge soprattutto quando ci si trova davanti a un’opinione che si detesta: è facile difendere la libertà delle parole con cui concordiamo, molto più difficile difendere quella delle parole che ci offendono. La censura, ha avvertito, finisce inoltre per creare un precedente che può essere utilizzato contro qualsiasi gruppo.

Il dialogo ha toccato anche l’India contemporanea e gli Stati Uniti, ma senza abbandonare il tema della pluralità. Rushdie ha ribadito il proprio legame con l’idea di una società nella quale persone diverse possano convivere senza dover condividere le stesse convinzioni.

Infine, il ritorno in Italia e il ricordo di Umberto Eco e Italo Calvino hanno offerto una conclusione più personale. Due scrittori che contribuirono a introdurre la sua opera al pubblico italiano e che Rushdie ricorda con affetto e gratitudine. Un omaggio alla cultura italiana che chiude un incontro nel quale la memoria individuale si è continuamente intrecciata alla letteratura, alla storia e alla difesa della libertà.