Tra i palazzi che segnano il volto storico di Pordenone, nessuno – forse dopo quello comunale e di Palazzo Ricchieri– gode della stessa fama e affetto di Palazzo Gregoris. La sua imponente facciata su corso Vittorio Emanuele II, un tempo “Contrada Maggiore”, è ormai un’icona cittadina. Il suo valore non si esaurisce però nella bellezza architettonica: dentro queste mura vive una storia intrecciata con quella del lavoro, della solidarietà e della cultura pordenonese.

La storia del Gregoris inizia con la storia stessa di Pordenone. Intorno all’anno Mille, la città cominciò a spostarsi dalla zona romana di Torre verso l’altura che unisce il castello al duomo. L’attuale corso Vittorio Emanuele nacque allora come una semplice pista di collegamento fra il porto sul Noncello e la futura piazza Cavour.

Con il passare dei secoli, quel tracciato divenne il cuore pulsante della città: una via popolata di botteghe, di portici, di traffici. Un incendio devastante nel 1318 distrusse le case in legno e spinse i cittadini a ricostruire in pietra e mattoni. Così nacque la “città di pietra” e la Contrada Maggiore assunse l’aspetto elegante che ancora oggi conserva.

L’edificio che oggi conosciamo fu costruito nella seconda metà del Seicento, forse su progetto dell’architetto Domenico Rossi, ticinese di nascita ma attivo a Venezia e in Friuli. L’attribuzione non è certa – Rossi nel 1700 aveva appena vent’anni – ma lo stile parla la lingua della Serenissima: equilibrio, simmetria, decori in pietra viva e mascheroni che ammiccano dalle chiavi d’arco.

La leggenda vuole che il palazzo fosse destinato originariamente alla riva del Canal Grande, ma per questioni di dazi o trasporti si decise di costruirlo a Pordenone con i materiali già pronti. Una suggestione forse, ma non del tutto inverosimile, vista la raffinatezza del disegno. Con i suoi loggiati interni, i cortili e i terrazzini, Palazzo Gregoris è uno dei più imponenti esempi di architettura veneziana del Friuli. Tanto che la Contrada Maggiore, con le sue case dipinte e i suoi portici, meritò il soprannome affettuoso di “Canal Grande di Pordenone”.

Il nome Gregoris affiora nei documenti pordenonesi già dal Quattrocento. Famiglia nobile ma non comitale, aveva come stemma un leone rampante sormontato da una corona semplice.

Le origini del casato sembrano lontane e si ritiene provenissero dai paesi danubiani. In Friuli i Gregoris si dedicarono al commercio – la Contrada Maggiore era il centro mercantile della città – e col tempo conquistarono un ruolo di rilievo nelle istituzioni civiche.

Tra il XV e il XVIII secolo, dodici membri della famiglia furono podestà di Pordenone, altri furono giudici, notai e amministratori. Alcuni si distinsero per opere pubbliche, come la costruzione di una chiesetta alla Burida nel 1630, in memoria delle vittime della peste.

Con la fine della Repubblica di Venezia nel 1797, anche per i Gregoris iniziò il declino. Il fondaco cessò l’attività, la famiglia si estinse nel corso dell’Ottocento e il palazzo venne frazionato e venduto. Ma il loro nome non sparì del tutto: un ramo “Gregoris Drina” continuò la vita cittadina come artigiani e commercianti, persino fondatori di aziende innovative come la Gregoris Color di Azzano Decimo, un’eccellenza industriale del secondo Novecento.

Il Gregoris non fu solo dimora nobiliare, ma anche palcoscenico della storia italiana. Nel marzo del 1848, quando la voce delle rivolte di Vienna e Milano raggiunse Pordenone, una delle prime bandiere tricolori della città sventolò proprio da una finestra del palazzo. Vi tornò nel 1866, giorno dell’annessione al Regno d’Italia, e ancora nel 1918, quando la città fu liberata dopo la Grande Guerra.

Fu in quell’anno che la Società Operaia di Mutuo Soccorso e Istruzione, fondata nel 1866, divenne definitivamente custode del Gregoris. Il sodalizio acquistò parte dell’edificio nel 1889, grazie all’intraprendenza di Serafino Volponi, direttore del cotonificio di Torre. La scelta fu simbolica e pratica insieme: l’Operaia voleva un luogo centrale, rappresentativo e accessibile a tutti. Il Gregoris lo era perfettamente.

Da allora, il palazzo è diventato il cuore civile della Pordenone moderna. Tra queste stanze nacquero la prima cucina economica popolare, le scuole per analfabeti, la scuola di disegno (embrione dell’istituto professionale Galvani), e il Comitato Pro Infanzia, antesignano delle colonie estive.

Durante la Prima guerra mondiale vi si organizzò il Segretariato per gli emigranti e un ufficio comunale di assistenza per le famiglie dei soldati. Nel dopoguerra, sempre qui, trovò casa la nascente Unione Artigiani della Destra Tagliamento, segno di continuità tra l’antico spirito di mutuo soccorso e il nuovo mondo del lavoro.

Nel corso del Novecento, l’Operaia mantenne viva la funzione sociale e culturale del Gregoris, promuovendo conferenze, mostre, corsi, attività per giovani e anziani. Il palazzo, restaurato con il sostegno del Ministero dei Beni Culturali e della Soprintendenza di Trieste, è oggi anche centro culturale e archivio storico della Società.

Guardando al futuro, la Società Operaia continua il suo impegno: restaurare, custodire, raccontare. Perché in fondo, come la Contrada Maggiore da cui tutto ebbe inizio, anche il Gregoris è una strada: quella che unisce la memoria di una città al suo domani.