« L’interior parte è d’aria con quattro bastoncelli su quali scherzano
graziosamente uccelli di ogni sorte legati a fili. Nel mezzo è la figura
di Elena col vaso di Nepente nella sinistra: tiene la destra stesa sull’ara
con penna in mano, da cui pende un cartello con tale scritto NEPENTHES… […]»
Così Mauro Boni, in un suo saggio sul pittore Giovanni Ricamatore, detto da Udine, descrive gli interni e le decorazioni di un perduto palazzo di proprietà del conte Pietro da Valvasone, che l’abate erroneamente vuole identificare con una residenza dei conti di Spilimbergo, ravvisando una corrispondenza tra un fregio ivi collocato e quello citato da Giorgio Vasari proprio a Spilimbergo: «Dipinse dunque a’ prieghi del padre del cavalier Giovan Francesco di Spilimbergo un fregio d’una sala pieno di festoni, di putti, di frutte et altre fantasie […]». In particolare nel passo sopracitato del Boni l’ekphrasis si concentra sulla descrizione di una stanza al piano terra dell’edificio, adornata con motivi caratteristici del repertorio a grottesche, la cui “codificazione” in un’accezione completamente inedita rispetto ai pittori umbro-toscani del Quattrocento si deve proprio al pittore friulano: questi, insieme al suo maestro Raffaello, decorò la Stufetta del cardinal Bibbiena alla Farnesina e le Logge vaticane a villa Madama, secondo i modelli forniti dalle antiche decorazioni romane che gli artisti potevano ammirare calandosi negli ambienti sotterranei della Domus Aurea, a Roma.
Ma ciò che maggiormente cattura la nostra attenzione in merito all’estratto del Boni è la parola greca NEPENTHES (νηπενθές) che, associata alla figura di Elena con una coppa in mano, rimanda ad un celebre passo del quarto libro dell’Odissea, che a lungo ha fatto discutere numerosi eruditi ed esperti dall’antichità fino al giorno d’oggi:
«ἔνθ’ αὖτ’ ἄλλ’ ἐνόησ’ Ἑλένη Διὸς ἐκγεγαυῖα·
αὐτίκ’ ἄρ’ εἰς οἶνον βάλε φάρμακον, ἔνθεν ἔπινον,
νηπενθές τ’ ἄχολόν τε, κακῶν ἐπίληθον ἁπάντων.
ὃς τὸ καταβρόξειεν, ἐπὴν κρητῆρι μιγείη,
οὔ κεν ἐφημέριός γε βάλοι κατὰ δάκρυ παρειῶν,
οὐδ’ εἴ οἱ κατατεθναίη μήτηρ τε πατήρ τε,
οὐδ’ εἴ οἱ προπάροιθεν ἀδελφεὸν ἢ φίλον υἱὸν
χαλκῷ δηϊόῳεν, ὁ δ’ ὀφθαλμοῖσιν ὁρῷτο»
(Odissea IV, 219-226)
«[…] Ma in altro
Pensiero allora Elena entrò. Nel dolce
Vino, di cui bevean, farmaco infuse
Contrario al pianto, e all’ira, e che l’obblio
Seco inducea d’ogni travaglio e cura.
Chiunque misto col vermiglio umore
Nel seno il ricevè, tutto quel giorno
Lagrime non gli scorrono dal volto,
Non, se la madre, o il genitor perduto,
Non, se visto con gli occhi a sè davante
Figlio avesse, o fratel di spada ucciso.»
(Omero, Odissea IV, vv. 282-292, traduzione di Ippolito Pindemonte, Verona, Società tipografica editrice, 1822)
L’aggettivo nepenthes (νηπενθές) è costituito dal prefisso negativo ne-(νη-) unito a pénthos (πένθος, “dolore”) e insieme alla vox media pharmakon (φάρμακον) può essere tradotto come “farmaco che guarisce dal patire“. Ma dove ci troviamo di preciso?
Nel quarto libro dell’Odissea Omero racconta come Telemaco, figlio di Odisseo, sia giunto a Sparta in cerca di notizie sulla sorte del padre e, a tal scopo, abbia fatto visita a Menelao e sua moglie Elena nel loro palazzo. Il ricordo della guerra, della morte di troppi e così valorosi eroi, nonché i tristi disegni che il fato ha riservato a Odisseo stesso, suscitano grande commozione tra i presenti; per questo motivo Elena cerca di porre rimedio alla loro melancolia con il farmaco nepenthes, capace di affogare nell’oblio ogni tedio e turbamento dell’animo.
Sull’interpretazione del significato che si cela dietro questi enigmatici versi a lungo si sono espressi gli antichi, sia Greci che Latini, dividendosi principalmente in due scuole di pensiero: Teofrasto, Diodoro Siculo, Plinio il Vecchio e Galeno ritengono che il farmaco descritto da Omero sia un’erba medica infusa nel vino degli ospiti, mentre Plutarco, Flavio Filostrato, Macrobio, Giuliano imperatore e Imerio propongono un’interpretazione allegorica e connotativa del nepenthes omerico.
Il secondo filone di pensiero, infatti, è concorde nell’identificare con i bei discorsi e la capacità di eloquio con cui Elena intrattiene i suoi ospiti il misterioso farmaco: è vero che nei versi immediatamente successivi si racconta di come Elena abbia ricevuto in dono questi farmachi da Polidamna, moglie di Tono d’Egitto, terra che produce in abbondanza diversi farmachi e dove tutti sono esperti nell’arte medica; ciò potrebbe dar ragione al primo gruppo di intellettuali e far propendere per l’identificazione del nepenthes con delle piante medicinali. Ma, proseguendo con il canto, Elena invita i suoi ospiti a godere del banchetto e si rivolge loro dicendo: “e de’ sermoni piacer prendete” (μύθοις τέρπεσθε). Segue il racconto di un episodio riguardante Odisseo. In base alle testimonianze raccolte possiamo affermare che l’interpretazione allegorica del nepenthes come l’abilità di Elena nel far dimenticare le sofferenze agli uomini attraverso il potere della parola sia opinione già diffusa e accettata nel mondo antico.
Purtroppo il palazzo di Spilimbergo descritto dal Boni non è sopravvissuto al tempo, ma conosciamo un’altra preziosa testimonianza rinascimentale del nepenthes: stiamo parlando del Ritratto di dama di Antonio Allegri, detto Correggio, databile attorno al 1520 e oggi conservato presso il Museo dell’Ermitage a San Pietroburgo. Nel dipinto Correggio ritrae una donna (che molti concordano nell’identificare con la poetessa italiana Veronica Gambara, ma numerose sono state le proposte) che regge nella mano destra una coppa sul cui bordo si legge, proprio in lettere greche maiuscole, ΝΕΠΕΝΘΕΣ (NEPENTHES).
Lo storico dell’arte Roberto Longhi ha dedicato diverse pagine dei suoi scritti a questo ritratto, riconoscendovi una Veronica Gambara vedova di Gilberto, signore di Correggio, morto nel 1518. A lungo è durato il successo dell’interpretazione di Longhi, che considera il ritratto una rappresentazione di una donna che compiange la morte dell’amato: come gli ospiti di Elena hanno dimenticato i loro travagli grazie al farmaco nepenthes, così Veronica Gambara ringrazia lo stesso rimedio per aver lenito il dolore della perdita del marito. Tuttavia, numerosi elementi hanno contribuito ad abbandonare questa ipotesi: l’abbigliamento poco consono per una vedova, l’assenza dell’anello nuziale e la mancanza di connessioni con l’episodio omerico, dove Elena non sta piangendo la morte del marito che, al contrario, è seduto vicino a lei; e poi, perché una vedova che vuole mostrarsi come tale dovrebbe suggerire di aver dimenticato la pena per la scomparsa del coniuge? Inoltre, tre intellettuali del tempo di Correggio citano il nepenthes omerico nelle loro opere, come Erasmo da Rotterdam, e i due rimanenti, Filippo Beroaldo e Celio Rodigino, confermano l’ipotesi di un antidoto alla tristezza e vedono nel nepenthes un’allegoria degli studia humanitatis.
Grazie alle nuove e più acute osservazioni di Giancarla Periti oggi siamo propensi a pensare che il dipinto raffiguri una donna che, sicura di sé, si rivolge allo spettatore offrendo le sue capacità persuasive e terapeutiche; al pari di Elena la donna effigiata può curare le sofferenze e lenire le pene attraverso l’eloquenza, qualità fondamentale per una donna rinascimentale.
Forse, come ci ricorda Platone nel Carmide, è vero che l’anima si cura con certi incantesimi: e questi incantesimi sono i bei discorsi.
Per approfondire:
C. Furlan, ‘Il fregio di Giovanni da Udine nel Castello di Spilimbergo’, Antichità adriatiche, XVIII, 1980, pp.73-85 (76-77)
M. Boni, Su la pittura di un gonfalone della v. Fraternita di S. Maria di Castello e su di altre opere fatte in Friuli da Giovanni di Udine discepolo di Giorgione e di Raffaello, Udine 1797, pp.XXIII-IV
Claudio Franzoni, CORREGGIO, THE HUMANISTS AND THE HOMERIC NEPENTHES, Journal of the Warburg and Courtauld Institutes, Vol. 83, pp. 337-347, University of Chicago Press, 2020
Giorgio Vasari, Le vite de’ piu eccellenti pittori, scultori, et architettori, scritte et di nuovo Ampliate da M. Giorgio Vasari Pittore et Architetto Aretino, co’ ritratti loro et con le nuove vite dal 1550 insino al 1567, illustrazioni di Giorgio Vasari, Firenze, Giunti, 1568
Nato a Pordenone il 5 gennaio 2006, mi sono diplomato al liceo scientifico Michelangelo Grigoletti. Da una profonda passione per la matematica e la fisica mi sono gradualmente rivolto verso il mondo classico e la linguistica antica, accompagnati da una forte attrazione per la pittura e l’arte in tutte le sue forme. Ora studio lettere antiche presso la Scuola Galileiana di Studi Superiori a Padova. Mi definisco un liberale europeista e penso che questa commistione di passioni, prospettive e valori possa costituire la mia guida per un’autentica e fertile valorizzazione della storia e della cultura del Pordenonese.