Negli ultimi decenni del Settecento il territorio pordenonese visse un passaggio di epoca tanto silenzioso quanto traumatico. Era il crepuscolo della Serenissima: una luce malinconica, come l’hanno spesso definita gli storici, che illuminava ancora istituzioni, commerci e paesaggi, ma annunciava già la fine di un mondo.
Sotto Venezia, la Destra Tagliamento era amministrativamente frammentata ma ben strutturata. Il Corpo Separato di Pordenone – con San Quirino, Cordenons, Rorai, Villanova e altri centri – dipendeva da un Provveditore Capitano (una figura della Repubblica che combinava poteri civili e militari nell’amministrazione delle province o dei territori soggetti), mentre Sacile guidava una vasta podesteria capitanata (un podestà che univa in sé poteri civili, giudiziari e militari, più un capitano con funzioni militari). Caneva aveva una propria podesteria e Aviano godeva dello status di comunità parlamentare. Un mosaico di autonomie locali che funzionava, almeno fino a quando la grande politica europea non bussò alle porte.
Dal punto di vista economico, l’ultimo scorcio di dominio veneziano fu tutt’altro che decadente. Pordenone era un nodo commerciale vivo: dal suo porto fluviale partivano legname per Murano, lana, lino, seta, carta, rame lavorato, vino e formaggi; da Venezia arrivavano sale, vetri, stoviglie e stoffe pregiate. La circolazione di denaro favorì iniziative imprenditoriali e interventi pubblici. In città operavano cartiere, officine di battirame, filande meccaniche, fabbriche di carrozze; nel contado prosperavano mulini, segherie e tintorie. L’agricoltura restava centrale, ma non più sola.
Poi, lentamente, il meccanismo iniziò a scricchiolare. Le difficoltà dei traffici internazionali e le tensioni politiche europee si fecero sentire anche qui. Nel pieno della Rivoluzione in Francia, dal 1796 il passaggio di truppe austriache della Prima coalizione antifrancese in territorio veneziano, formalmente neutrale, era un segnale inquietante. Nel marzo 1797 la guerra arrivò senza bussare.
Nella notte tra il 13 e il 14 marzo le avanguardie francesi entrarono a Sacile. Il giorno dopo giunse Napoleone Bonaparte, che iniziò l’avanzata verso Pordenone e il Tagliamento. A Pordenone pernottò in casa dei conti Cattaneo, in Contrada Maggiore (attuale palazzo Mantica-Cattaneo), dando ordini alle sue divisioni di proseguire la marcia.
Il 16 marzo, presso Valvasone, si combatté una battaglia sanguinosa: migliaia di morti, feriti e prigionieri. Per le popolazioni locali non fu l’epopea militare a restare impressa, ma il prezzo quotidiano dell’occupazione. Saccheggi, requisizioni, violenze: le cronache parlano di case serrate e di contadini spogliati di tutto, mentre chiese ed edifici venivano trasformati in ospedali e magazzini.
Con l’occupazione francese cambiarono anche le istituzioni. I vecchi organi veneziani furono sciolti e sostituiti da municipalità e comitati provvisori. I simboli della Serenissima – i leoni di San Marco – vennero abbattuti, la coccarda francese divenne obbligatoria, le chiese furono private dell’argenteria. Era la rivoluzione che, più che condivisa, veniva imposta dall’occupante.
Il Trattato di Campoformido dell’ottobre 1797 seppellì definitivamente la Repubblica di Venezia e non portò pace duratura. Nel gennaio successivo arrivarono gli Austriaci, accolti con sollievo da una popolazione stremata. Furono ripristinate le vecchie magistrature, abolite le riforme francesi, ristabilita la censura.
La calma fu solo apparente. Formatasi una nuova coalizione antifrancese, tra il 1799 e il 1801 il territorio divenne corridoio militare: Austriaci, Francesi, Russi, feriti e prigionieri attraversarono senza sosta campagne già provate. Le truppe zariste in ritirata lasciarono dietro di sé devastazioni che le fonti ricordano con parole durissime.
Il colpo finale arrivò con la cosiddetta “zona neutra” stabilita dall’armistizio di Treviso del gennaio 1801 tra i francesi e gli austriaci, che pose fine alle ostilità in Italia durante la Seconda Coalizione. Il territorio tra Livenza e Cellina, formalmente neutrale, dovette sostenere l’approvvigionamento delle truppe francesi. In poche settimane furono imposti oneri enormi, accompagnati da requisizioni e confische. Un peso insostenibile per un’economia agricola già colpita da cattivi raccolti, epizoozie e inverni rigidissimi.
Quando la pace di Lunéville pose fine a quella fase di guerra, il pordenonese era profondamente segnato. La fine della Serenissima rappresentò una lunga frattura nella vita quotidiana, economica e sociale di queste comunità. E, come spesso accade nella storia, a pagarne il prezzo più alto furono i loro abitanti.
Per approfondire:
- Roberto Gargiulo, 16 aprile 1809: Sire ho perduto. Le battaglie napoleoniche in Friuli, Edizioni Biblioteca dell’Immagine, Pordenone, 1997.
- Andrea Benedetti, Storia di Pordenone, Pordenone, 1964.
Pordenonese, classe 1992. Ho conseguito il dottorato di ricerca in Studi storici tra l’Università di Padova, Ca’ Foscari di Venezia e l’Università di Verona. Mi sono laureato con una tesi sul rapporto tra Ca’ Foscari e la Dalmazia, vincitrice del Premio “Maria Cavallarin” 2020 dell’Ateneo Veneto di Scienze, Lettere e Arti. Mi piace pensarmi come uno spettatore di eventi che un giorno saranno considerati storia. Per questo scrivo con passione per le mie amate Radici.