Come può un paese piegato su se stesso, legato a logiche del passato e ostile alla modernità, riuscire a sostenere una guerra lunga e logorante? La Russia di oggi sembra incarnare una “paleo-modernità” – un’idea di progresso che misura la grandezza in base all’energia consumata e alla potenza industriale – contrapposta alla “gaia-modernità” europea, che invece punta sulla sostenibilità, sull’innovazione digitale, sulla società dei diritti.

Un dibattito attorno al quale si è concentrato l’evento che ha visto protagonisti a Pordenonelegge la giornalista Anna Zafesova e il professor Alexander Etkind storico e psicologo russo, ex-docente di Storia delle relazioni Russia-Europa presso l’Istituto Universitario Europeo di Fiesole, presentati da Lorenzo Cremonesi.

La domanda sul futuro russo si intreccia con il suo rapporto con il presente. Come nota Etkind, se c’è resistenza in Russia, questa non viene dal basso, da un popolo compatto, ma da un sistema di élite abituato a sfruttare le risorse fossili del paese. Una ricchezza evidente, ostentata, che non ha però nulla di moderno: arricchisce pochi, inquina molto e serve a finanziare conflitti preparati per decenni, ben prima del 2014. La guerra contro l’Ucraina, in questa lettura, è anche guerra contro l’Europa e contro la modernità stessa.

Zafesova aggiunge che la longevità del sistema putiniano dipende proprio dalla sua capacità di semplificare. Modernità è complessità, semplicità no. Ogni volta che la società si complica – chiedendo diritti, pluralismo, benessere – Putin taglia corto: reprime, accentra, fa la guerra. Così si mantiene un sistema “semplice”, basato su vecchie fabbriche militari riattivate, milioni di persone legate direttamente o indirettamente all’apparato militare, e una quota statale dominante sull’economia. Il settore privato si restringe, mentre le élite più giovani e istruite emigrano in massa: in un sistema che funziona per semplificazione autoritaria, loro sono superflui.

Questa semplicità permette anche di resistere alle sanzioni occidentali. Le sanzioni oggi colpiscono proprio la modernità di un paese: tecnologia, capitali, catene di approvvigionamento globali. La Russia, restando indietro, soffre meno. Anzi, il regime può addirittura rilanciare vecchie forme di nostalgia.

Perché, allora, milioni di russi si aggrappano al ricordo del passato sovietico, grigio e pieno di restrizioni?

La risposta sta nel trauma della fine dell’URSS. Non era un sistema idilliaco, ma era “la loro vita”: rappresentava stabilità, identità, autostima nazionale. Dopo il crollo, tutto è cambiato troppo in fretta. In un mondo che corre, il ricordo di quel passato, per quanto duro, diventa rassicurante. Ciò soprattutto in una società guidata da una classe dirigente più anziana di quella di Brežnev, incapace di generare futuro e quindi costretta a riusare il passato come collante. Del resto, come affermato da Zafesova, “lo smarrimento in un mondo molto diverso genera una nostalgia che prevale sul trauma”

Diversamente, l’Ucraina, che pure presentando la stessa demografia russa, ha saputo modernizzarsi aprendo al ricambio generazionale. La sua attuale élite è composta da persone che troppo giovani per ricordare com’era la vita in epoca sovietica. Il trauma è stato quindi superato per una chiara volontà di aprirsi all’Occidente e tagliare i ponti con il passato sovietico.

Fa notare Etkind che negli anni Novanta l’Occidente, dal canto suo, ha pensato che il commercio e gli aiuti finanziari alla Russia appena entrata nel mercato globale avrebbero aperto la via alla sua democratizzazione. Così non è stato. Gli oligarchi si sono arricchiti con gli idrocarburi e l’Europa ne ha beneficiato, ma il cambiamento sul fronte delle libertà è stato in peggio. La storia dimostra che l’apertura dei mercati non basta: la Cina di fine Ottocento e del primo Novecento, quando aprì le sue porte per la prima volta all’economia occidentale, lo dimostra.

Putin, intanto, gioca di logoramento. La sua strategia non è quella di grandi blitz, ma di provocazioni e tentativi lenti e continui: “testa e tasta”, riducendo la capacità di risposta dell’avversario. Nella logica paleo-moderna, chi smette di bombardare è debole, chi continua è forte. Per questo tutte le tregue sono state rifiutate. La pace, nell’immediato, non è all’orizzonte.

Etkind è netto: l’unica soluzione è la vittoria, accettare che questa guerra riguarda tutti e affrontarla con la consapevolezza dei sacrifici necessari. Zafesova, più pragmatica, sottolinea che il vero punto di svolta sarà la fine di Putin. In un sistema così personalistico, la sua uscita di scena potrebbe aprire spiragli di pace: per calcolo, i successori potrebbero scegliere di fermarsi, piuttosto che rischiare il collasso del paese. Il problema è il “dopo Putin”: un possibile scontro tra clan, una transizione incerta a cui l’Occidente deve già oggi prepararsi.

Sul fondo, c’è il fattore Cina. Pechino non vuole solo guadagni economici: ha interesse a una guerra lunga, che indebolisca sia Mosca che l’Occidente. Non è mai stata alleata storica della Russia e potrebbe, prima o poi, compiere mosse spettacolari per sfruttare il conflitto. Per questo un negoziato con la Cina diventa essenziale: senza di essa, lo scenario rischia di restare bloccato.

In questa lotta contro la modernità, la Russia non è soltanto un attore geopolitico: è un’anomalia storica, un paese che combatte il futuro con le armi del passato. E se la modernità, quella verde e fragile, saprà resistere alla tentazione della semplicità autoritaria, dipenderà anche da come l’Europa e l’Occidente gestiranno i prossimi anni. Perché in gioco non c’è solo l’Ucraina: c’è il nostro stile di vita che vogliamo difendere.