Facciamo un gioco: provate, cari lettori, a svegliarvi una mattina e per tre ore intere non vedere alcuna immagine. Schermi spenti, nessuna fotografia, nessun cartellone pubblicitario per strada. Impossibile, vero?

Siamo immersi in un mondo che comunica attraverso figure e segni visivi, ma raramente ci fermiamo a chiederci come funzionano e perché li interpretiamo in quel modo.

Nel dialogo con Riccardo Falcinelli, teorico del design e autore di Visus. Storie del volto dall’antichità al selfie, scopriamo che dietro ogni immagine si nasconde un codice. Sono regole invisibili che abbiamo interiorizzato e che ci permettono di decifrare volti, gesti, inquadrature, opere d’arte, perfino selfie. L’incontro, organizzato da Associazione Obliquo, vuole proprio rendere giustizia ad un mondo, quello della cultura visiva, che spesso sottovalutiamo.  

L’arte di osservare – Falcinelli racconta di come, fin da bambino, abbia dovuto allenare lo sguardo per distinguere i dettagli che separavano sua madre da sua zia, gemelle omozigote. Un esercizio che gli ha insegnato che non tutte le immagini sono uguali e che il modo in cui le leggiamo dipende dal contesto, dalla cultura, dai codici visivi che impariamo spesso senza rendercene conto.

Il volto è un campo privilegiato di questa osservazione. La posizione del profilo, il taglio degli occhi, la luce che si riflette nello sguardo: tutti questi elementi hanno avuto nei secoli significati diversi. Ad esempio, nell’arte bizantina non troveremo mai quel piccolo punto bianco che simula il riflesso della luce negli occhi. Erano immagini pensate per restare ieratiche, immobili, quasi di marmo: il loro scopo non era avvicinare il divino all’uomo, ma segnare distanza. Al contrario, i manga giapponesi ci mostrano occhi scintillanti, pieni di riflessi: un codice visivo opposto, che vuole comunicare emozione, vitalità e vicinanza.

Non viviamo in un’epoca di verità: quando scattiamo una foto il nostro smartphone in realtà ha catturato più scatti e seleziona in automatico il frame in cui siamo venuti meglio secondo alcuni canoni sociali ed estetici. Le fotocamere dei nostri telefoni sono pronte a compiacerci e a compiacere un gusto diffuso applicando luci, colori e piccoli ritocchi automatici per renderci “più belli”. Ma non è una novità: già nell’Ottocento, con i primi ritratti fotografici, tutti chiedevano di essere ritoccati. La differenza è che oggi siamo al tempo stesso soggetto, autore e spettatore di noi stessi.

Guardare, non solo vedere –  Falcinelli sottolinea che il nostro cervello funziona per scorciatoie: ogni immagine viene catalogata velocemente come opportunità o minaccia, desiderabile o evitabile. È lo stesso meccanismo che si attiva di fronte a un volto: ci avviciniamo a chi sorride, ci chiudiamo di fronte a chi appare ostile.

Secondo lo scrittore, quando guardiamo qualcosa che conosciamo bene, il nostro cervello riceve una scarica di dopamina immediata, una ricompensa come la cioccolata, per aver confermato un dato. Per questo sostiene che «la Monnalisa non è un ritratto potente, è un VIP». Il pubblico si sente gratificato e intrigato guardando la Monnalisa. Non solo riconosce l’opera ma la trova misteriosa perché il nostro sguardo è educato a riconoscere nei volti espressioni ed emozioni chiare, sorriso o tristezza.

Nei ritratti – spiega l’autore – la posizione del volto frontale, di profilo piuttosto che di tre quarti ha il suo significato. I volti rappresentati frontalmente intendono comunicare crudeltà, potere, paura, attenzione. Si pensi a come nell’arte greca tutti i volti sono sempre di profilo mentre solo alcuni casi eccezionali ritraggono frontalmente come il temibile volto di Medusa. Non a caso questo codice visivo lo ritroviamo ancora oggi in alcuni casi: nei film spesso il cattivo è inquadrato frontalmente per rivolgerci una risata malefica, i politici sono sempre ripresi frontalmente durante i loro discorsi per comunicare potere e attenzione.

Ma allora perché i nostri ritratti moderni, i selfie, sono sempre frontali? Il ritratto frontale ha per lo più perso la sua accezione passata, ma facendo un paragone con la lingua, il ritratto frontale equivarrebbe a parlare in prima persona. Il nostro mondo moderno ci obbliga a seguire dei costrutti sociali e ci chiede di fare una scelta di comunicazione anche solo quando ci presentiamo ad un estraneo. Il nostro viso comunica molto di noi e sappiamo che tramite esso scegliamo cosa comunicare. Trucco, capelli, accessori, sorrisi finti sono variabili che definiscono il tono di voce con cui vogliamo comunicare e che ci rendono socialmente accettati. 

Quindi in sostanza, il vestito fa il monaco o meglio il viso fa da principale strumento di comunicazione di noi stessi. La prossima volta che vi farete un selfie o vi fermerete davanti a un ritratto al museo, provate a chiedervi: “Che cosa mi sta dicendo questa immagine? E che cosa sto scegliendo di dire io con il mio viso?”.

Potreste scoprire che il linguaggio segreto delle immagini parla di voi molto più di quanto crediate.