Raccontare una guerra significa spesso raccontare bombardamenti, morti e distruzione. Cosa succede però quando la guerra smette di essere un evento eccezionale e diventa parte della quotidianità? È da questa domanda che parte il racconto del conflitto russo-ucraino di Daniel Schulz, giornalista tedesco tra le principali firme della Taz e autore di Io non sento più le sirene. Ucraina: vita quotidiana e stato di emergenza, pubblicato dalla casa editrice friulana Bottega Errante e presentato a Pordenonelegge.
Al centro del suo lavoro non ci sono soltanto il conflitto e la geopolitica, ma soprattutto le persone che, nonostante la guerra, cercano di riappropriarsi della propria esistenza attraverso piccole ma significative azioni quotidiane a vivere, cercando di progettare e immaginare un futuro di nuova normalità.
Schulz segue il conflitto in Ucraina già dal 2014, con l’invasione russa del Donbass e ha potuto intervistare le stesse persone a distanza di anni, per capire come il protrarsi della guerra abbia cambiato le loro vite e le vite delle persone a loro care.
Le persone incontrate da Schulz sono diverse, vivono in luoghi e condizioni differenti, ma non sono poi così lontane da noi. Anche gli ucraini, come tutti del resto, sono esposti alle conseguenze di crisi internazionali che possono sembrare lontane e che invece finiscono per entrare anche nella loro vita quotidiana.
Uno degli esempi più semplici raccontati dal giornalista è quello di chi, nonostante tutto, continua a voler seminare un orto in piena zona di combattimento. Seminare significa infatti immaginare di poter raccogliere qualcosa in futuro: un gesto apparentemente banale e concreto che, in una situazione di guerra, assume i contorni di speranza e di non dover abbandonare la propria terra.
È anche attraverso il racconti queste piccole azioni che Schulz vuole mantenere un modo diverso di fare giornalismo. Di fronte alla moltiplicazione dei conflitti internazionali, non solo il pubblico a un certo punto può stufarsi di ascoltare solo notizie inerenti alla guerra, ma una stanchezza simile può cogliere anche il giornalista.
Prendersi una pausa e occuparsi di altro non significa necessariamente distogliere lo sguardo dalla realtà: può servire a tornare a raccontarla con maggiore profondità. Nei suoi reportage Schulz vuole infatti lasciare spazio a storie più lunghe, a persone che hanno ancora progetti e che vogliono costruire il proprio futuro. Non per fini propagandistici, ma per un sentimento umano di empatia e comprensione, in cui ognuno di noi si può riconoscere..
La società ucraina, del resto, non può essere ridotta a una sola voce. È una realtà plurale, nella quale le esperienze cambiano anche in base al luogo in cui si vive. La maggioranza delle persone desidera la pace e continua ad aspettarsi il sostegno dell’Europa e dell’Occidente, ma allo stesso tempo è consapevole delle difficoltà attraversate dalle stesse democrazie europee. Gli ucraini si chiedono quindi quanto a lungo l’Europa sarà in grado di sostenerli, soprattutto in un continente nel quale cresce la stanchezza nei confronti della guerra.
Per Schulz, però, parlare soltanto di stanchezza rischia di semplificare una realtà molto più complessa. Dietro le scelte politiche esistono interessi economici e geopolitici che devono essere analizzati. Il giornalista richiama, per esempio, il rapporto costruito negli anni tra Germania e Russia, fondato anche sull’accesso all’energia russa a basso costo, che ha contribuito alla competitività dell’industria tedesca e al suo ruolo centrale nell’economia europea. Un modello che ha avuto conseguenze anche sugli altri Paesi del continente.
Ancora oggi, secondo Schulz, esistono delle realtà interessate a recuperare quel tipo di rapporto con la Russia, sacrificando l’Ucraina sull’altare degli interessi della patria. Per questo è necessario interrogarsi su quali siano realmente gli interessi europei e non lasciarsi imbambolare da una narrazione che dipinge gli ucraini come ormai allo stremo.
Basti pensare al fatto che l’invasione russa su larga scala si sarebbe dovuta concludere rapidamente e dura invece da quattro anni, nonostante il mutare delle alleanze e degli equilibri internazionali. Gli ucraini continuano e continueranno a difendersi con ogni mezzo e non è possibile stabilire oggi quale sarà l’esito finale del conflitto.
Tornando a quanto raccontato nel libro, Schulz fa emergere come sia soprattutto nelle storie quotidiane che la guerra assume un significato umano. Un gesto insignificante, come decidere di andare a fare colazione al bar, in un paese in guerra diventa invece una forma di autodeterminazione: significa prendersi una pausa dall’emergenza, dallo stress e affermare che le bombe non possono stabilire ogni aspetto della propria esistenza. Un modo di esprimere la propria volontà di tornare a un’esistenza più umana. Dopo anni trascorsi in una condizione di pericolo, tornare a comportarsi “normalmente” diventa una forma di resistenza.
Resta infine la domanda sulle vere intenzioni della Russia: si può ancora parlare di una tentata annessione o stiamo assistendo alla progressiva distruzione dell’Ucraina? Schulz invita a non perdere tempo nel tentativo di capire cosa passi nella mente di Vladimir Putin: sarebbe più facile cercare di predire il futuro osservando le stelle.
È più utile osservare le parole e i comportamenti concreti. Termini come “desatanizzazione” e “deucrainizzazione”, utilizzati dalla propaganda russa, insieme alle rivendicazioni territoriali, indicano una concezione del conflitto che va oltre la semplice conquista di alcune porzioni di territorio. La sensazione è che Putin deciderà di porre fine alle ostilità solo nel momento in cui sarà soddisfatto di ciò che avrà ottenuto non solo a livello territoriale e militare, ma anche sul piano simbolico e ideologico.
Il futuro dell’Ucraina, dell’Europa e delle loro relazioni dipenderà dalle scelte politiche, dalla capacità di riconoscere gli interessi in gioco e, soprattutto, dalla volontà di continuare a guardare alle persone e non ai confini stabiliti dalle conquiste militari.

Nasco a Udine, vivo a Spilimbergo, Clauzetto e la Valcosa nel cuore e nelle origini. Strimpellatore di basso, corridore a tempo perso, presidente di Spilimbergomusica, membro attivo di troppe associazioni e insegnante di lingue ancora precario per lavoro e per vocazione. Ogni tanto scrivo per L’oppure cose più o meno intelligenti.