Un libro che intreccia storia locale e storia nazionale, dando voce a chi ha vissuto in prima persona i venti mesi più duri del Novecento pordenonese: dall’8 settembre 1943 alla liberazione del 30 aprile 1945. È questo il cuore del nuovo volume di Christian Vicenzotto, presentato davanti a una sala gremita, per Pordenonelegge, con la moderazione di Monica Emmanuelli, archivista e direttrice dell’Istituto friulano per la storia del movimento di liberazione di Udine, che ricostruisce il legame tra il movimento partigiano della provincia e il mondo della sanità e della Chiesa.
Vicenzotto, infermiere di formazione e ora storico a tutti gli effetti, ha condotto una ricerca capillare su numerosi archivi — dall’Istituto Friulano per la Storia del Movimento di Liberazione all’Archivio di Stato di Udine, fino ai fondi parrocchiali e agli atti della Corte di Assise Straordinaria del dopoguerra — restituendo un affresco fatto di documenti ma anche di testimonianze dirette, raccolte da chi quegli anni li ha vissuti da giovanissimo e oggi ha superato i 90 o i 100 anni.
Tra le figure centrali emerge il dottor Antonio Benedini, primario dell’ospedale di Sacile, che nascondeva partigiani e renitenti alla leva sotto false diagnosi mediche — arrivando ad aiutare persino un giovane della Repubblica di Salò che voleva tornare a casa. Scoperto, fu ucciso a pochi metri dal suo ospedale il 16 aprile 1945, a pochi giorni dalla Liberazione, ancora con il camice indosso. Una figura che, racconta l’autore, resta viva nella memoria locale ancora oggi, tramandata di famiglia in famiglia.
All’estremo opposto si colloca invece Alfredo Allione, tenente medico responsabile di torture e uccisioni, tra cui lo sterminio di un’intera famiglia — tre adulti e due bambini di 18 e 8 mesi — a Sala di Caneva nell’aprile del 1945. Il libro non evita il lato più cupo della guerra civile, incluse le violenze subite dalle donne sospettate di collaborare con la Resistenza.
Un capitolo importante è dedicato al clero locale: i sacerdoti della diocesi che, pur rischiando la deportazione, si adoperarono per proteggere la popolazione e, in alcuni casi, gli stessi partigiani. Diversi di loro morirono per le conseguenze della guerra o della prigionia.
Particolarmente toccante il racconto di come la ricerca abbia talvolta incrociato il caso: sfogliando vecchie cartelle cliniche dell’ospedale, Vicenzotto si è imbattuto nel nome di un giovane partigiano curato nel ’45, ne ha ritrovato per puro caso l’omonimo sull’elenco telefonico del proprio comune ed è riuscito a intervistarlo prima della sua scomparsa, raccogliendo la testimonianza di un cecchino partigiano che aveva vendicato l’uccisione di un compagno.
Il volume si chiude interrogandosi su cosa resti, oggi, del 25 aprile: non un’unica memoria condivisa, ma memorie plurali e spesso divise, dentro famiglie spaccate dalla guerra civile — come i due fratelli gemelli del racconto finale, uno deportato dai tedeschi, l’altro loro collaboratore per necessità familiare. Proprio in questa complessità, sottolinea l’autore, sta il valore di una ricerca che non giudica ma restituisce dignità a tutti i caduti, “non sapendo chi sta dalla parte della ragione e chi dalla parte del torto“.
Nato a Milano il 10 novembre 2008. Frequento il liceo Leopardi – Majorana. Desidero dare voce alle tradizioni dei luoghi che mi hanno accolto, dando attenzione a tutto ciò che ci ha preceduto.