«Muor giovane colui ch’al cielo è caro» scrive Leopardi traducendo un celebre motto attribuito a Menandro all’inizio del suo idillio Amore e morte. Come il giovane favoloso, anche una vivacissima ragazza dalle straordinarie doti artistiche e letterarie, anche se spesso mitizzate a causa della sua precoce e improvvisa scomparsa, morì in verdissima età: si tratta della triste,  ma affascinante storia di Irene di Spilimbergo.

Nacque a Spilimbergo il 17 ottobre del 1538, da Adriano dei conti di Spilimbergo e da Giulia da Ponte, figlia del patrizio veneziano Gian Paolo da Ponte, amico del grande Tiziano Vecellio, cui sono attribuiti i ritratti di Irene e della sorella Emilia, oggi conservati presso la National Gallery of art di Washington, benché la paternità sia stata conferita anche ad un allievo di Tiziano, Gian Paolo Pace (Heinemann ritiene il ritratto di Irene opera della mano di Tiziano, mentre quello della sorella sarebbe frutto del lavoro della giovane pittrice). Nel 2005 il ritratto di Irene è stato esposto a Pordenone in una mostra dedicata alla vita culturale ai tempi di Pomponio Amalteo.

A causa della precoce scomparsa del padre, avvenuta il 12 settembre 1541 e del secondo matrimonio contratto dalla madre con Giovan Francesco di Spilimbergo, cugino di Adriano, fu il nonno materno a occuparsi dell’educazione della giovanissima Irene. La sua prima formazione fu all’insegna del culto delle humanae litterae:

Tra i libri più cari aveva l’Opere morali di Plutarco, l’Instituzione del Piccolomini, Il Cortigiano del Castiglione, gli Asolani del Bembo, ed il Canzoniere del Petrarca.

Così ne descrive le prime letture Eugenio Camerini, nella sua riscrittura della biografia della docta puella spilimberghese, edita in una raccolta di biografie di Donne illustri del 1877.

A partire dal 1554 Irene si trasferì definitivamente nella vivace e sfarzosa Venezia: qui, sotto l’attenta supervisione del nonno, s’impratichì nell’arte del canto e della musica, imparando a suonare «lauti, violle et clavincimbano», notizia nota grazie ai Memoriali redatti dallo stesso Gian Paolo da Ponte. Negli ultimi anni della sua breve vita, insieme alla sorella Emilia, imparò a destreggiarsi anche nella pittura, tanto da impressionare lo stesso Tiziano, che secondo la tradizione sarebbe stato il maestro dell’eclettica intellettuale, notizia plausibile, data l’amicizia del cadorino con il nonno, ma non dimostrabile a causa della tardiva scoperta della propria vocazione per il pennello, a cui sarebbe stata avviata da una misteriosa pittrice veneziana di nome Campaspe.

Nonostante si sia occasionalmente dedicata anche alla poesia, della sua produzione letteraria non ci è pervenuto nulla. Per quanto riguarda la sua produzione pittorica, grazie alla dichiarazione del conte Fabio di Maniago, conosciamo i nomi di tre opere di Irene, di cui due firmate, a soggetto biblico: la Famiglia di Noè entra nell’arca, il Diluvio universale e la Fuga in Egitto, di cui si ignora l’attuale ubicazione. Nella medesimo inventario, riprendendo una notizia dalla Storia pittorica di Lanzi, cita anche un Baccanale, opera smarrita già al tempo in cui il di Maniago scriveva. Non ha, invece, fondamento l’attribuzione alla spilimberghese del San Sebastiano conservato nella chiesa parrocchiale dei SS. Mauro e Donato a Isola d’Istria; incerta è la paternità di un presunto autoritratto presente nel Civico museo di Padova.

Come testimoniano i Memoriali del nonno Gian Paolo da Ponte, Irene morì il 17 dicembre 1559, a soli ventun anni d’età, dopo essere «stata 22 giorni amalata de petechie, con febbre acutissima». La prematura scomparsa di una donna così «pronta nel motteggiare, acuta nel rispondere e riservata nel punger altrui con le parole» suscitò la nascita di una silloge dedicata alla sua celebrazione post mortem, composta da versi volgari e latini, voluta dal nobile udinese Giorgio Gradenigo, legato sentimentalmente alla madre Giulia, e curata da Dionigi Atanagi con il titolo di Rime di diversi nobilissimi, et eccellentissimi autori in morte della Signora Irene delle Signore di Spilimbergo, pubblicate a Venezia nel 1961. Tra i grandi nomi che presero parte all’iniziativa poetica, che comprendeva ben 279 componimenti volgari e 102 carmina, si segnala un sedicenne Torquato Tasso, che contribuì alla raccolta con tre sonetti platonizzanti. La sezione dedicata ai versi latini, soprattutto in distici elegiaci, comprende anche un carme di Tiziano, sulla cui attribuzione è legittimo essere cauti. A precedere la raccolta delle Rime v’era una Vita della Signora Irene, tradizionalmente ritenuta opera dello stesso Dionigi Atanagi, ma più probabilmente dovuta alla pena di Gradenigo, ricca di aneddoti moralmente edificanti e celebrativi del suo genio. Uno tra questi è il motto della fanciulla, trasmessoci da Eugenio Camerini: «quel che destina il ciel non può fallire», ripreso da Tiziano nella base laterale del ritratto di Irene con la scritta si fata tulissent.

Diversi sono stati gli artisti a raffigurare Irene come apprendista all’interno della bottega del Vecellio, tra i quali il macchiaiolo Silvestro Lega: il suo dipinto sarà visibile fino all’8 novembre 2026 alla mostra Il dialogo di Illegio.


Per approfondire:

Spilimbergo, Irene di, di Pietro Giulio Riga, in Dizionario biografico degli Italiani – Volume 93 (2018)

Camerini E., Donne illustri, Stabilimento F. Garbini, Milano, 1877

Spilimbergo, Irene di, di Paolo Casadio, in Dizionario biografico dei Friulani – Nuovo Liruti