Alexander Baunov ha il profilo di chi conosce bene le parole e il potere. Filologo classico, ex diplomatico russo ad Atene, oggi analista politico, dal 2023 è stato bollato dal Cremlino come “agente straniero”. Il motivo? Un libro che, parlando di Spagna, Portogallo e Grecia, sembra parlare soprattutto della Russia di Vladimir Putin: La fine del regime. La caduta di tre dittature e il destino della Russia di Putin.

Perché proprio questi tre paesi mediterranei? Per Baunov rappresentano casi-simbolo di dittature di lunga durata – Franco in Spagna, Salazar in Portogallo, i colonnelli in Grecia – che, pur diverse fra loro, hanno condiviso elementi cruciali: la personalizzazione del potere e la mancanza di una vera ideologia totalitaria. È proprio questa miscela, sostiene l’autore, a rendere più simile la Russia contemporanea a quei regimi che non alla parabola tedesca dopo la Seconda guerra mondiale o al collasso sovietico.

Il paragone con l’URSS, infatti, è ingannevole. L’Unione Sovietica crollò perché la sua economia pianificata non reggeva più: non sapeva dare da mangiare ai cittadini, non poteva offrire una qualità della vita paragonabile a quella occidentale, e viveva immersa in una “atmosfera di menzogna totale”. La Russia di Putin, al contrario, è un’economia di mercato, colpita dalle sanzioni ma non al punto da generare fame diffusa o malcontento immediato. Nelle grandi città la vita quotidiana è rimasta relativamente stabile, almeno nei primi anni della guerra in Ucraina.

Ecco allora l’intuizione di Baunov: guardare non al 1945, ma alle transizioni pacifiche che portarono i tre paesi mediterranei dalla dittatura alla democrazia negli anni Settanta. In quei casi fu decisiva una “rottura concordata”, ovvero un processo di democratizzazione promosso, o almeno accettato, da una parte dell’élite di regime. Anche nella Russia di oggi, dietro la facciata di consenso compatto, esiste malcontento fra politici, tecnocrati e settori della società che temono l’eccessiva concentrazione di potere nei servizi di sicurezza. Una spaccatura dall’alto non è quindi impossibile.

Un altro parallelo riguarda i rapporti con l’Occidente. Spagna, Portogallo e Grecia erano paesi pienamente integrati nel sistema di alleanze occidentali, ospitavano basi militari americane e, proprio per questo, il loro crollo non era affrettato né imposto da Washington. La Russia di Putin, ricorda Baunov, fino al 2014 collaborava con la NATO: c’era persino una base logistica russa a supporto delle operazioni in Afghanistan. Il deterioramento dei rapporti è storia recente, non un destino eterno.

Resta però il nodo del consenso. Quanto del potere di Putin si regge sulla paura e quanto su un reale sostegno popolare? Qui Baunov distingue tre fasi. Nei primi due mandati, grazie alla crescita economica e a un senso diffuso di rinascita, il consenso era genuino: ogni famiglia sentiva di vivere meglio rispetto agli anni Novanta. Dopo la crisi del 2008 e soprattutto dal 2012, finito il periodo di ripresa e sviluppo economico, il regime ha puntato sulla propaganda conservatrice e sull’antioccidentalismo. Dal 2022 in poi resta solo la repressione: arresti di dissidenti, media silenziati, intimidazioni di massa. Se il consenso fosse autentico, nota Baunov, non ci sarebbe bisogno di suscitare tanta paura.

Il libro, pubblicato inizialmente senza censure, è stato accolto come una sorta di manuale non ufficiale sulla fine delle dittature personaliste. Non solo dai dissidenti, ma anche da settori della classe dirigente. Proprio per questo Baunov è stato rapidamente messo a tacere: inserito nella lista degli “agenti stranieri”, privato dei diritti d’autore, ridotto al silenzio mediatico.

Eppure il volume non è un manifesto pessimista. La lezione spagnola mostra che una transizione ordinata è possibile anche senza catastrofi economiche, a patto che ci sia la volontà di sciogliere il nodo del potere personale. La Russia di Putin cerca di spaventare i cittadini con il ricordo degli anni Novanta, ma oggi la sua economia è di mercato: la transizione, se e quando arriverà, non deve necessariamente riprodurre quel trauma.

Resta l’interrogativo più ampio: siamo di fronte a un fenomeno ciclico, dove l’autoritarismo torna a ondate, o a una fase terminale dei regimi personalisti nel XXI secolo? Baunov guarda alla lunga durata: nel XIX secolo quasi tutta l’Europa, Turchia compresa, sperimentava forme di parlamentarismo. Il Novecento ha visto dittature devastanti, ma anche la diffusione della democrazia. Nonostante l’apparente vantaggio competitivo delle autocrazie di oggi, dalla Cina alla Russia, la linea di fondo della storia resta quella della distribuzione del potere.

La Russia di Putin non fa eccezione: prima o poi, anche il regime costruito sulla gradualità del consenso e poi sul cemento della paura, dovrà affrontare il suo momento di verità.