Bambini troppo seri producono adulti troppo seri e infelici. Meglio giocare da piccoli per poi poter giocare anche da grandi.

In un passato neanche troppo lontano, gli habitat di gioco più frequentati dai bambini erano le strade e i cortili: luoghi in cui ci si cimentava in attività ludiche come rubabandiera, nascondino, il gioco dei quattro cantoni e molti altri ancora.

Nel suo ultimo libro, Piero Dorfles compie un tuffo all’indietro e torna bambino con gli occhi dell’adulto, per analizzare da vicino dinamiche e logiche della socialità fanciullesca, con risultati decisamente interessanti.

Che l’intento sia quello di entrare nel mondo dell’infanzia è evidente già dal titolo: Amblimblé. L’inizio di una conta, una filastrocca senza senso diffusa — con le sue varianti locali — in tutta Italia. Una parola inventata e priva di significato, con la sola funzione di scandire il ritmo della canzone.

Una filastrocca, dicevamo, che a suo modo rappresenta uno dei primi contatti tra bambino e letteratura. Una letteratura che però segue logiche proprie, inaccessibili alla mente degli adulti: rime senza costrutto, che a ogni poeta surrealista costerebbero sforzi e fatiche, ma che per un bimbo risultano naturali, facili e immediate.

Per Dorfles, questa componente ludica dell’infanzia è oggi più importante che mai: il gioco libero, creativo e auto-organizzato pone infatti le basi per la formazione morale e sociale dell’individuo, lo prepara ad affrontare i problemi e le difficoltà della vita, e contribuisce a renderlo un futuro adulto migliore e più consapevole.

In un mondo così duro e complesso diventa quindi un dovere civico favorire l’apprendimento delle capacità analitiche fin dai primi anni. In altre parole: chi pensa bene gioca bene, e chi gioca bene sa stare al gioco (anche quello della vita) e superarne gli ostacoli.

A questa linea di pensiero si legano perfettamente le caratteristiche del gioco di strada, che spinge i bambini a sviluppare competenze sociali e morali fondamentali: la costruzione del rapporto con l’altro, la creazione e il rispetto di regole stabilite di comune accordo, indispensabili per una convivenza serena.

Sono peculiarità che i giochi elettronici, pur avendo i loro vantaggi, non possiedono, essendo preconfezionati e con regole prestabilite.

Prendiamo un esempio semplice, a cui tutti abbiamo sicuramente giocato: rincorrersi. Un gioco con regole pensate e decise insieme, continuamente modificate in corso d’opera quando un amico diceva che “a casa sua si giocava in un altro modo”, e allora tutti volevano provare. Da lì partiva un conciliabolo, un vero e proprio parlamentino in cui il gruppo discuteva, definiva regole, varianti, casi eccezionali e legiferava, proprio come la sua controparte adulta.

Da notare anche una certa forma di sacralità attribuita alle regole condivise, spesso richiamate durante il gioco con parole latineggianti o di origine straniera. Una sorta di formule magiche, che inconsapevolmente conferivano alle regole ancora più importanza.

Nelle conte, invece, possiamo trovare i primi approcci a temi scottanti, trasgressivi o volgari (i rapporti sessuali delle tre civette sul comò, la cacca di Pierino, la vendita della moglie…), trattati però in maniera innocua e divertente. Così come i goffi tentativi di imbroglio per allungare il conteggio ed evitare di essere scelti.

Piccoli imbrogli, o meglio imitazioni ingenue delle malizie adulte, riportati in forma effimera e leggera. La conta diventa così fatalista e pedagogica: insegna che ci sono occasioni in cui “è così e basta”, e che bisogna accettare la sorte e darsi da fare.

Il gioco ritorna anche nella vita adulta, nonostante si cerchi di negarlo: quasi ogni attività umana contiene una componente ludica, pensata per evitare di prendersi troppo sul serio e impedirci di diventare eccessivamente rigidi e formali.

L’incontro si chiude con una proposta dell’autore, rivolta a sindaci, assessori e autorità locali: perché non chiudere una volta al mese una piazza o una strada del proprio paese al traffico, per restituirla ai bambini? Magari appendendo un cartello con scritto: «Scusate il disagio, stiamo giocando per voi».