Olivier Guez, giornalista e scrittore francese, intreccia ancora una volta storia, geopolitica e narrativa per raccontarci di una figura affascinante e controversa della storia britannica.
Si intitola Mesopotamia l’ultima fatica del noto scrittore, frutto di sei anni di lavoro: una ricerca storica minuziosa che diventa un romanzo geopolitico. Al centro, una donna straordinaria e quasi dimenticata: Gertrude Bell, la funzionaria dell’Impero britannico che, agli inizi del Novecento, contribuì a plasmare il futuro dell’Iraq.
La scintilla di questa indagine nasce per caso. Guez racconta di aver scoperto la figura affascinante di Gertrude la prima volta attraverso una fotografia d’epoca.
1921 – Il Cairo. In occasione della conferenza sulla creazione degli Stati dell’Iraq e della Transgiordania, la foto ritrae un gruppo di funzionari sui cammelli, tra questi un giovane Winston Churchill in prima fila e, appena dietro di lui, Gertrude Bell. Si riconosce tra i presenti anche Lawrence d’Arabia, celebrato come l’eroe che l’Occidente attendeva.

L’autore anni dopo, ritrova il nome di Gertude Bell tra le pagine di una lettura e ne resta folgorato: non si tratta di un semplice interesse, ma di un colpo di fulmine intellettuale, tanto forte da trasformarsi in una passione capace di occupare anni di studio.
La cornice è la Mesopotamia, terra ricchissima e contesa, che Guez definisce “una trappola per imperi”. Crocevia di potere e di conflitti, questo territorio affascinava e allo stesso tempo travolgeva chiunque cercasse di dominarlo. Dopo la Prima guerra mondiale, fu il centro delle strategie coloniali britanniche.
Gertrude Bell – la nostra protagonista – è un personaggio difficile da incasellare, ieri come oggi. Figlia di una famiglia altolocata di industriali inglesi, studiò a Oxford, divenne archeologa, alpinista, avventuriera. Scelse di non sposarsi a vent’anni, come imponeva il suo ambiente sociale, e pagò quella decisione con la solitudine e con il marchio dell’inadeguatezza in un ambiente, quello inglese di inizi ’900, che non ammetteva variabili sulla vita della donna. Ebbe però il coraggio di partire e allontanarsi per diventare altro dal conosciuto. La sua vita fu di certo quella di una avventuriera ma quella privata fu segnata da amori impossibili e da lutti dolorosi, che la spinsero a riversare energie e passioni nella causa mediorientale.

Bell arrivò a ricoprire un ruolo senza precedenti: fu una donna molto potente nell’Impero britannico. Era sia conservatrice che modernissima, indipendente e dipendente, romantica e calcolatrice: un intreccio di contraddizioni che la rendono oggi quasi indecifrabile. Bell non si potrebbe certo definire femminista, poiché come osserva Guez “Si considerava più o meno come un uomo”, mossa da una certa hybris, dalla follia di voler cambiare il destino della Mesopotamia guidandola verso una rinascita moderna. Non era un’eroina e nemmeno una Maha-hari.
Il progetto politico della Bell era tanto ambizioso quanto fragile. Sognava di unire popolazioni storicamente rivali – curdi, sunniti e sciiti – sotto la guida di un re arabo imposto con un modello europeo. Un disegno destinato a rivelarsi utopico: quelle stesse divisioni avrebbero incendiato l’Iraq per il secolo successivo.
Nonostante le sue immense conoscenze – parlava arabo, conosceva le culture beduine meglio di qualunque diplomatico britannico – non dimostrò interesse verso l’Islam, cuore identitario della regione. Questo limite, unito alla sua visione imperiale, ne accentuò l’estraneità a un Medio Oriente in continuo cambiamento. Di fatto con il crollo del sogno, crollò anche la sua vita. Negli ultimi anni, racconta Guez, Bell era smarrita, senza più uno scopo, consumata dalla solitudine e dalla malattia. Morì giovane, in un mondo che non capiva più.
La sua storia è per lungo tempo scivolata nell’ombra. In parte perché oscurata dalla leggenda maschile di Lawrence d’Arabia, in parte perché l’Iraq che aveva contribuito a creare è presto svanito, cancellando anche la sua memoria.
Oggi, in Gran Bretagna, il nome di Gertrude Bell è ancora poco ricordato. Persino la sua statua, che un tempo accoglieva i visitatori del Museo archeologico di Baghdad – il suo progetto più riuscito – è scomparsa dopo l’attacco americano del 2003. Eppure, la sua vicenda continua a esercitare un fascino irresistibile. Dopo il fallimentare film “Queen of the desert” del 2015 con Nicole Kidman, si parla ora di una possibile miniserie che potrebbe riportare alla luce la storia di questa donna enigmatica, potente e fragile, che fu a un tempo regina e spettatrice del tramonto di un impero.

Nata il 3 Aprile del 1993 nella bassa pordenonese, mi sono laureata presso l’Università Ca’ Foscari Venezia in Conservazione e gestione dei beni culturali e ho un master in progettazione culturale (Università Cattolica e PoliDesign Milano). Mi occupo di comunicazione e progetti culturali, in particolare collaboro con il centro di ricerca AIKU – Arte Impresa Cultura di Fondazione Università Ca’ Foscari Venezia di cui sono Responsabile comunicazione e social media. Nonostante gli anni di studio e lavoro tra Milano e Venezia, sono sempre stata legata al mio territorio d’origine. Dal 2025 sono vicepresidente de L’oppure.