Un uomo pieno di contrasti e una donna che ne ha custodito l’eredità con ostinazione. È questa la storia raccontata da Alberto Martini. Ritratto segreto, il nuovo libro della storica dell’arte Paola Bonifacio, presentato in dialogo con Paolo Venti e con le letture di Silvia Corelli.

Il volume, scritto con rigore scientifico ma anche con il passo del romanzo, propone uno specchio di due figure, l’artista e la moglie Maria che ha avuto un ruolo fondamentale nel riportare alla luce la figura di Alberto Martini, pittore, illustratore e sperimentatore tra i più affascinanti del Novecento. Un artista che seppe parlare all’Europa, ma che spesso fu ignorato nel suo stesso Paese.

Alberto Martini nasce a Oderzo nel 1876. Vive la sua infanzia a Treviso dove il padre Giorgio, insegnante di disegno, sarà maestro alla Scuola serale d’arti e mestieri di un altro grande artista, lo scultore Arturo Martini (1889-1947).

Fin da giovanissimo mostra un talento precoce, che coltiva con la realizzazione di piccoli oli e acquerelli della campagna veneta fino a studiare a Venezia le grafiche tedesche del Museo Correr. Era già un pittore fatto e finito e questo lo portò a esporre in Biennale a Venezia quando non aveva ancora vent’anni. In quell’occasione Vittorio Pica, segretario della manifestazione, ne rimane folgorato e lo presenta come una delle promesse più moderne del panorama artistico italiano. Da lì inizia una carriera costellata di successi internazionali: Milano, Parigi, Londra.

Si muoveva tra simbolismo e surrealismo con un linguaggio personale e modernissimo. Le sue opere colpiscono per originalità e potenza visionaria. Illustrò a china i libri di Edgar Allan Poe come nessuno aveva fatto prima e dedicò tutta la vita a un’impresa titanica: più di 290 tavole dedicate alla Divina Commedia. Mondadori ne programmò la pubblicazione, ma lo scoppio della prima guerra mondiale ne bloccò il progetto.

In anticipo sui tempi, già nei pastelli del 1912 e 1916 comparivano tratti che sarebbero poi diventati manifesti del surrealismo degli anni Trenta.

Eppure, nonostante il riconoscimento internazionale, Martini ha vissuto spesso in conflitto con l’ambiente artistico italiano. Celebre la sua frattura con Margherita Sarfatti, critica e mecenate del “Novecento italiano”. Se inizialmente la sostenitrice del regime ne esaltò la modernità, successivamente in un saggio criticò aspramente l’uso del pastello da parte di Martini che da sperimentatore curioso e vero artista totale fece uso di molte tecniche. Quella divergenza portò Martini ad allontanarsi dalla Sarfatti ed essere escluso dalle scene milanesi, fino a scegliere una sorta di auto-esilio parigino. A Parigi ritrova la sua verve e torna all’olio, alla “maniera nera” – una tipica espressione grafica con neri molto densi e bianchi a contrasto – ma nonostante questa rinascita l’Italia ancora non lo vuole.

Uomo orgoglioso e rigoroso, non seppe mai piegarsi alle logiche del mercato, tanto da morire malato di diabete e in completa indigenza nel suo appartamentino di Milano nel 1954.

«Il vero artista non può indietreggiare, patteggiare o temere. Sa che non lo possono comprendere, né possono aver cuore uguale al suo, né la sua fede in un ideale che lui solo conosce, né seguirlo nelle inesplorate regioni dello spirito, dove lui può e deve avventurarsi, e se occorre, morirvi di fame»

da Vita d’artista, manoscritto di Alberto Martini (1939-40)

Al fianco di Martini ci fu sempre Maria Petringa, sua moglie. Una donna alta, elegante, occhi blu e carattere deciso che spesso posava per gli artisti di Brera. Si incontrano a Milano nel 1924 e da quel giorno lei gli rimane accanto. Maria fu compagna, musa e archivista: inventò un sistema di catalogazione delle opere e, dopo la morte del marito nel 1954, si fece custode della sua memoria. Martini sul letto di morte le fece promettere che la sua arte non sarebbe andata persa e che sarebbe stata raccolta in un museo. E così è stato. 

Fu grazie a lei se Oderzo, città natale dell’artista, poté ospitare la Pinacoteca Alberto Martini, ora parte della Fondazione Oderzo Cultura. L’istituzione nacque nel 1970, a seguito di una prima donazione di tre opere fondamentali e di una serie di acquisizioni che portarono la collezione a ottanta pezzi. La mostra antologica organizzata nel 1967 da Giuseppe Marchiori aveva già riacceso l’interesse, ma fu la volontà di Maria a garantire un futuro all’eredità artistica del marito.

Ritratto segreto è frutto di un lavoro d’archivio rigoroso: lettere, documenti, testimonianze. L’autrice narra la storia dell’artista tramite gli occhi di Maria e con una scrittura che ha il passo del romanzo, capace di avvicinare anche i non specialisti a una storia intensa e sfaccettata.

Paola Bonifacio non nasconde le ombre: i rapporti con figure eccentriche come la marchesa Luisa Casati – erede primogenita della fortuna del padre Alberto Amman con il cotonificio pordenonese –  sua eccentrica mecenate che lo introdusse ai circoli più stravaganti d’Europa, tra spiritismo e feste notturne; ma anche le difficoltà economiche e gli intrighi amorosi.

Emergono dal romanzo anche le drammatiche esperienze del primo conflitto mondiale, a cui Martini prende parte, raccontate attraverso 54 litografie intitolate “Danza macabra“, tramite le quali rivela il suo sentimento antitedesco. Stampate in formato cartolina, vengono distribuite tra gli alleati quale propaganda contro l’impero austroungarico disegni e cartoline che trasmettono la crudeltà del fronte con una potenza visionaria.

Il libro – che riporta solo tre immagini delle opere più importanti di Martini – si chiude idealmente con l’opera  “La finestra di Psiche”. Il dipinto è una risposta alquanto eloquente alla richiesta d’esposizione di una sua opera alla Biennale del 1952, dopo anni di irriconoscenza la richiesta arriva probabilmente per sopperire ad una mancanza di artisti o opere esposte.  Martini decide di rispondere con un autoritratto simile a quello dell’1911. A più di 70 anni, realizza un grande autoritratto assente, in cui gli strumenti del mestiere restano sul tavolo mentre l’uomo si riflette appena in uno specchio convesso.

Un addio enigmatico, carico di significato, fedele al suo stile.