Siete mai stati alle Gallerie dell’Accademia a Venezia?
Se avete avuto il piacere di visitarle probabilmente vi sarete soffermati ad ammirare i capolavori di Tiziano, come la Pietà, di Giorgione, come la Tempesta, o di Tintoretto, ad esempio il Miracolo dello schiavo. Ma proprio nella parete di fronte a quest’ultima tela si trova uno splendido dipinto eseguito da un volto ben noto nel panorama artistico delle nostre zone: Giovanni Antonio de’ Sacchis, detto Il Pordenone. Il soggetto dell’opera è Il beato Lorenzo Giustiniani tra due canonici dell’ordine e i santi Lodovico da Tolosa, Francesco, Bernardino e Giovanni Battista. In seguito all’accordo concluso il 14 maggio 1528 da Federico Renier con i canonici, il dipinto venne eseguito proprio per la sua famiglia e collocato nella navata sinistra della chiesa della Madonna dell’Orto.
Le circostanze e i tempi di realizzazione della pala si possono ricavare da un’intricata quanto frammentaria documentazione d’archivio che testimonia come l’artista fosse coinvolto in una vertenza giudiziaria inerente al lascito del giureconsulto padovano Alvise Bardellino, morto nel 1529. Il Pordenone necessitava di estinguere un debito ancora insoluto di 100 ducati contratto con Bardellino per l’acquisto di terreni; dal momento che il giureconsulto aveva lasciato in eredità ai canonici della chiesa della Madonna dell’Orto, dove voleva essere sepolto, parte del suo patrimonio e l’amministrazione dei suoi possedimenti terrieri, il pittore si impegnò a eseguire un dipinto, da riconoscere probabilmente proprio in quello dell’altare Renier.
Al centro della pala si staglia, contro un’abside di mosaici dorati, la figura svettante del beato Giustiniani, primo patriarca di Venezia dal 1451, posto al di sopra di un piedistallo; intorno a lui si dispongono, scalandosi sapientemente nello spazio, da sinistra, i santi Lodovico da Tolosa, Francesco, Bernardino da Siena e Giovanni Battista, santi eponimi rispettivamente del nonno, del padre e dei figli di Federico Renier.
La pala rappresenta una delle più rinomate imprese veneziane del Pordenone che, affermatosi sulla scena lagunare a partire dalla fine degli anni Venti del Cinquecento come illustre interprete del gusto raffaellesco e michelangiolesco, con cui entrò in contatto durante uno o più viaggi intrapresi a Roma, si trovò a più riprese in contesa con Tiziano per ottenere la committenza; questa, tuttavia, non era la prima volta che la Serenissima assisteva al confronto tra due dei più grandi pittori del loro tempo: già nel 1528 entrambi avevano partecipato al concorso indetto per l’esecuzione per la Pala di san Pietro martire per la Chiesa dei Santi Giovanni e Paolo e il confronto aveva visto il pittore bellunese come vincitore.
Carattere peculiare dell’opera è la maniera in cui la tradizionale enfasi oratoria dello stile pordenoniano, insieme alla solida costruzione plastica delle figure vengono ingentiliti da accenti di ricercata eleganza, espressa attraverso una serrata legatura dei personaggi tramite la ritmica sequenza dei gesti. Questo aspetto, al pari dell’intonazione cromatica fredda e della luce tersa e tagliente, è indicativo di una rivisitazione della pittura a opera di Perino del Vaga, che Il Pordenone ebbe modo di conoscere probabilmente durante un soggiorno a Genova nella primavera del 1532, dove Perino stava decorando il palazzo di Andrea Doria a Fassolo.
L’imponente figura del Battista termina e argina la movimentata e affollata riunione dei santi, situato in un spazio piuttosto ristretto. La statuaria struttura anatomica, di stampo michelangiolesco, viene addolcita dalla complessa postura: il personaggio inquadrato di spalle impressionò a tal punto Giorgio Vasari, giunto nella laguna tra il 1541 e il 1542, che nella sua prima edizione delle Vite volle sottolineare come l’artista, nel san Giovanni Battista, «si sforzò di mostrare quanto valesse».
Ai Canonici secolari di San Giorgio in Alga, cui venne commissionata nel 1462 la chiesa della Madonna dell’Orto, fu dato il soprannome di Turchini per il colore della veste, ben riconoscibile al di sotto della cotta trasparente indossata dal beato Giustiniani, così come del camauro (caratteristico berretto di pelo); i canonici che lo affiancano vestono abiti del medesimo colore. Di questa congregazione entrò a far parte anche Alvise Renier, padre di Federico: proprio questo spiega la particolare devozione nutrita dalla sua famiglia per la figura di Lorenzo Giustiniani, già ritratto di profilo e a figura intera nel 1465 in un altro dipinto, custodito anch’esso alle Gallerie dell’Accademia di Venezia, di Gentile Bellini.
Per approfondire:
- Dentro l’opera, Sessanta capolavori come non li avete mai visti, Galleria dell’Accademia di Venezia, Marsilio Editori, Venezia, 2022
Nato a Pordenone il 5 gennaio 2006, mi sono diplomato al liceo scientifico Michelangelo Grigoletti. Da una profonda passione per la matematica e la fisica mi sono gradualmente rivolto verso il mondo classico e la linguistica antica, accompagnati da una forte attrazione per la pittura e l’arte in tutte le sue forme. Ora studio lettere antiche presso la Scuola Galileiana di Studi Superiori a Padova. Mi definisco un liberale europeista e penso che questa commistione di passioni, prospettive e valori possa costituire la mia guida per un’autentica e fertile valorizzazione della storia e della cultura del Pordenonese.