Nel Parco Querini c’è un edificio che non rischia di passare inosservato. Non perché sia banale, anzi: perché negli ultimi anni se ne è parlato in continuazione circa il suo utilizzo e, soprattutto, perché è rimasto solo. La portineria, rinominata affettuosamente e nota ai cittadini come “Casina Liberty” di Viale Mazzini è oggi l’unico frammento architettonico superstite della villa Querini, demolita negli anni Settanta del Novecento. Tutto il resto – la residenza signorile, il suo ruolo simbolico, la sua presenza scenografica – è svanito. Lei no. Ed è proprio da questa sopravvivenza ostinata che vale la pena partire.
Per capire la portineria bisogna fare un passo indietro, al tempo in cui il Parco Querini nacque come giardino privato, progettato per essere la cornice verde di una villa aristocratica. Fu il primo parco a Pordenone pensato pensato così. Lo stile era quello romantico all’inglese, con percorsi sinuosi, alberi ad alto fusto, scorci studiati e un laghetto su cui la villa si specchiava. Un laghetto che, con notevole pragmatismo, forniva anche acqua alla vicina stazione ferroviaria per le locomotive a vapore.
In questo scenario, all’inizio del Novecento, la famiglia Querini fece edificare la propria residenza. Si trattava di un edificio eclettico, con richiami gotici, medievali e rinascimentali, progettato dall’ingegner Luigi Querini con la collaborazione di Giandomenico Ruppolo, di Caneva.
La villa non esiste più. La portineria sì. E non era affatto un dettaglio secondario.
La sua storia comincia ufficialmente il 14 maggio 1910, quando Antonio Querini presentò la richiesta per costruire un piccolo edificio destinato alla funzione di portineria, collocato sulla sinistra dell’ingresso al giardino da via Giuseppe Mazzini. “Piccolo” solo nelle dimensioni. In realtà si trattava del punto di accesso, il filtro tra città e dimora, tra spazio pubblico e mondo privato.
Il progetto, firmato nuovamente da Luigi Querini, dovette affrontare una questione tutt’altro che semplice: il dislivello tra il viale della stazione e il parco, separati anche da una profonda roggia. La soluzione fu elegante e strutturalmente intelligente. La portineria venne sollevata su un alto basamento in muratura, che svolgeva una doppia funzione: creare un piano artificiale per l’ingresso carrabile e fungere da base per il ponticello di collegamento tra la strada e la villa. L’edificio, di fatto, era pensato per essere parte integrante dell’ingegneria del luogo.
Dal punto di vista architettonico, non vi era alcuna ambizione di stupire, bensì di durare e di dialogare con la tradizione costruttiva italiana. I muri diventano elementi decorativi, soprattutto nel basamento, mentre un piccolo terrazzo angolare spezza la rigidità della composizione verso via Mazzini. A coronamento delle murature corre un fregio decorativo, dipinto, che rappresenta uno degli episodi più interessanti della pittura murale naturalista dell’inizio del Novecento.
I dettagli raccontano un’attenzione rara per un edificio di servizio: architravi in cemento, mattoni – sempre in cemento – decorati a bassorilievo, pensati per emergere sul rosso del laterizio. Nulla è lasciato al caso.
Quando negli anni Settanta la villa Querini fu demolita per fare spazio al Centro Direzionale, il cosiddetto “Bronx”, la portineria rimase. Non per nostalgia, ma forse per inerzia, forse per fortuna. Oggi è l’unica testimone materiale di quel complesso, l’unico edificio che consenta ancora di leggere, in filigrana, l’idea originaria del parco e della villa.
Nel frattempo il Parco Querini è diventato uno spazio pubblico centrale: un’area verde che si spinge nel cuore della città, un punto di accesso strategico di fronte alla stazione, un corridoio fondamentale per la mobilità pedonale e ciclabile verso il centro storico. In questo flusso quotidiano, la portineria resta lì, silenziosa e solida.
Per approfondire:
- Moreno Baccichet, Andrea Catto, Paolo Tommasella (a cura di), Pordenone Novecento. Guida alle architetture, Giavedoni editore, Pordenone, 2016.
- Paolo Goi (a cura di), Pordenone. Una città, Edizioni Savioprint, Pordenone 1991.

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